A proposito della resistenza dell’Italia al coronavirus, ho ricevuto in WhatsApp un video, che ho condiviso in Facebook. Il sottofondo era il rinomato “All’alba vincerò”.
I censori di Fasciolibro hanno dapprima eliminato l’audio, perché il copyright apparterrebbe a José Carreras, poi hanno oscurato il video, perché contiene scene di violenza.
A tal proposito, comunico che, chiunque abbia un minimo di cultura, si renderà conto che l’esecuzione è di Luciano Pavarotti, solo nel finale Pavarotti canta assieme a Carreras e Placido Domingo, e che tale aria fa parte della romanza “Nessun dorma”, nell’opera Turandot scritta da Giacomo Puccini nei primi anni Venti del secolo scorso (dunque, cento anni fa), rappresentata per la prima volta nel 1926, ma soprattutto che il video in questione, come si evince perfettamente dal finale, appartiene all’Associazione Italiana Sicurezza Sussidiaria, ente nazionale pubblico italiano.
Abbiate la bontà e pazienza di dedicarmi ancora un paio di minuti, guardate il video in questione qui di seguito, poiché sono quasi sicuro che lo bloccheranno di nuovo, magari anche il mio account (succede trimestralmente da un decennio). Lo condivido da Youtube e dal mio blog Brežnardini, poiché il mio blog principale (sempre su blogspot, markbernardini tutto attaccato, tutto minuscolo) è bloccato da ottobre 2019 per presunto e mai dimostrato spam (come potrebbero ritenere anche il presente), in modo anche retroattivo: sono spariti tutti i miei messaggi dal 2007 ad oggi, come se non avessi mai né scritto, né condiviso.
Buona visione. Commenti e condivisioni sono ben più che graditi.
Il mio rapporto con la rete sociale yankee Fasciolibro è sempre stato conflittuale, fin da quando mi ci sono iscritto nel 2007. Nel 2018, tuttavia, sto polverizzando ogni record pregresso: dall’inizio dell’anno, infatti, ho già subìto ben quattro sospensioni mensili, sono quindi al momento a 120 giorni su 300.
L’ultima sospensione, quella a cui sono sottoposto attualmente, è piuttosto emblematica, coinvolge argomenti che personalmente ritengo ben più che importanti: la linguistica, l’etimologia, la pubblica istruzione e, finalmente, la crassa, tronfia e supponente ignoranza. Purtroppo, vedo che tra coloro che mi hanno espresso solidarietà, pochi li hanno colti. Andiamo con ordine.
Il 24 ottobre 2018 sono stato sospeso per un messaggio (peraltro condiviso) dell’11 febbraio… 2016. La prima domanda, quindi, è: finora non se n’erano accorti, in due anni e mezzo? Mi si dice che si tratti di un algoritmo. Beh, è un algoritmo a dir poco rintronato e tardone, e, in virtù dei tre anni che ho frequentato – con scarso esito – la facoltà di scienze fisiche, matematiche e naturali alla Sapienza di Roma nella prima metà degli anni ’80, mi pregio di affermare che qui sia scattato il fattore umano.
Ora però arriva la parte più interessante: cosa avrei scritto di così disdicevole e passibile di pena? Nell’anniversario della morte di Puškin, ho scritto che, come tutti i negri, non aveva un posto fisso di lavoro, scriveva versi in stile rap ed è morto in una sparatoria. Mi hanno bannato per... Istigazione all’odio razziale.
Basterebbe prendere in mano un qualsiasi libro di testo delle scuole medie inferiori per capire che il censore di Fasciolibro che mi ha sospeso, o è ignorante (personalmente, propendo per questa ipotesi), o è prevenuto nei miei confronti (altro che algoritmo), o entrambe le cose.
Prendiamo il libro Garzanti della geografia, III nuova Edizione, volume terzo, Garzanti editore (1978):
“Da qualche tempo gli abitanti di colore degli Stati Uniti rifiutano di essere chiamati con il termine «negro» (nigger), che viene quasi sempre usato in tono spregiativo (come in Italia purtroppo si fa spesso con il termine «terrone») e vogliono essere chiamati «neri» (blacks). Da noi [in Italia] il termine «negro» non ha alcun tono di disprezzo, e quindi possiamo continuare a chiamarli così”.
Vorrei anche citare mio padre, che nel 2007 scriveva: “Ricordo che una delle guardie del corpo americane era un negro (io continuo ad usare il termine «negro» senza alcuna accezione negativa, alla stregua di «biondo», oppure «alto», o «basso», come si usava in Italia decenni fa, prima che venissimo colonizzati dall’inglese, quando nei film americani doppiati in italiano non ci si rivolgeva ancora ai giudici dicendo «vostro onore», che mi sembra una mostruosità in una lingua come la nostra in cui ci si dà del lei)”.
Del mio periodo adolescenziale fanno parte canzoni come “Negro” di Marcella Bella…
…E “Povero negro” di Fausto Leali:
Evidentemente, da bannare entrambi con effetto retroattivo.
Cosa dice il Grande Dizionario Garzanti della lingua italiana del 1994?
negro [né-gro] s. m. [f. -a] 1 individuo che appartiene al gruppo umano dei negri; nero: la tratta dei negri | lavorare come un –, fare il –, lavorare duramente (con riferimento alle condizioni di vita degli schiavi negri in America nei secoli scorsi) 2(gerg.) chi scrive testi per autori famosi, DIM. negretto ¶ Dallo sp. negro, dal lat. nĭgru(m) ‘nero’.
E il Collins Sansoni Italian Dictionary del 1995?
nẹgros. m. (f.–a) negro (f –ress), black, coloured person. □ lavorare come un ~ to work like a slave (o negro).
E il Larousse Boch Zanichelli Français del 1999?
négroagg. sost. 1 noir: razza negra, race noire 2 nègre: musica negra, musique nègre □ (fig.) lavorare come un – travailler comme un nègre.
Financo il Nuovo grande dizionario italiano-russo di Zor’ko del 2004:
негр lavorare come un / fare / essere il negro – работать как негр
Insomma, su una cosa tutti i dizionari citati concordano: non c’è nulla di disdicevole nel lavorare come un negro, al limite indica che sia disdicevole lo sfruttamento del lavoro umano.
Non mi dilungo sul portoghese e sullo spagnolo (da cui, appunto, proviene il lemma “negro”) o sulle altre lingue che non conosco, tipo il tedesco Neger, il greco Νέγρος, il finlandese neekeri, l’elenco potrebbe essere infinito.
Last not least. Cosa c’entra Puškin? Spiego ai meno acculturati. Il grande poeta, morto in un duello per una donna, aveva un aspetto tutt’altro che slavo, in quanto il suo bisnonno, Ibrahim Hannibal, era uno schiavo portato in omaggio a Pietro il Grande, diventato però poi maggior generale del Genio militare, governatore di Reval (nell’attuale Estonia, ma all’epoca conquistata dalla Russia nella guerra contro la Svezia, dove si parlava il tedesco baltico) e nobile dell’Impero Russo. Di questo scrisse Puškin stesso nel suo “Il Negro di Pietro il Grande”. Non “nero”, “colorato” e quant’altro.
Gli anglosassoni sono stati tra i maggiori e peggiori schiavisti, seguiti ovviamente dai francesi, dagli spagnoli, dai portoghesi, dagli olandesi, e anche dagli italiani. Essendo puritani ed ipocriti, ecco che ora i negri sono colorati. Ricordo in tal senso una barzelletta in cui un negro si rivolge a un bianco:
– Quando ti vergogni diventi rosso, quando hai la nausea diventi verde, quando hai freddo diventi viola, e poi dici colorato a me?
Seriamente parlando, ritengo inaccettabile che un ragazzino peticelloso e onanista, pagato dagli yankee transoceanici, sia investito dell’autorità di pontificare su come si debba dire o non dire una tal cosa ed una tal altra nella lingua italiana.
Con preghiera di massima condivisione, soprattutto (non solo) in Facebook.
Roma, Cimitero del Verano, Tempietto Egizio, 19 giugno 2018
di Dante Bianchi
Ci ritroviamo di nuovo in questo luogo dopo appena otto mesi. Ciò rende ancora più profondo l’abisso del nostro dolore. Ci sentiamo perduti. Facciamo fatica a parlare. Eppure non possiamo rimanere in silenzio. Lo dobbiamo a Flora perché tutti siamo debitori nei suoi confronti per quanto lei ha rappresentato per molti di noi. Figura di riferimento, amica carissima e preziosa su cui poter contare e fare affidamento. E poi Flora fa parte di quelle persone che ti rimangono dentro, ti conquistano per la passione che trasmettono, capace di sedurti per carisma, intelligenza, tratto umano, per la personalità viva e intraprendente. Perciò oggi, credo, inizia un lutto la cui memoria ci accompagnerà tutta la vita.
Dinanzi al suo male abbiamo voluto obbedire ad una legge “primordiale” : il diritto alla speranza, diritto che abbiamo opposto fino alla fine alla scienza medica che di speranza, purtroppo, è stata avara sin dall’inizio. Del resto, come avremmo potuto soffocare, voltare le spalle a questo sentimento, trattandosi del destino di una persona cosi innamorata della vita? Perché Flora, tutti lo sappiamo, amava, era innamorata “pazza” della vita. Un amore, direi di più, una volontà di vita che neanche questi ultimi spaventosi mesi hanno scalfito, testimoniando in prima persona che, anche nella sofferenza, la vita può essere desiderata fino alla fine. Lo ha testimoniato con coraggio unico, ostinazione, dignità, con il sorriso senza mai ripiegarsi, chiudersi su se stessa. Lieve come una piuma ci ha accompagnato per tutto questo tempo, mai rassegnazione nella sua flebile voce di questi ultimi giorni, coerente fino in fondo con gli aspetti e i tratti propri della sua personalità: la grande generosità, la gentilezza, l’ironia e autoironia, l’interesse e l’attenzione sempre viva per le persone a lei care. Per l’amatissimo Dino che, con grande eroismo, fino alla fine ha inondato di premure, anteponendo sempre la salute di Dino alla sua, già così compromessa; per la sua meravigliosa famiglia, che l’ha sostenuta in maniera eccezionale e fatto tutto quello che umanamente poteva essere fatto (tutti i familiari meriterebbero una citazione, mi sia però permesso di riservare una menzione speciale al carissimo Mario); per i numerosissimi amici, alcuni con la qualifica “da sempre” ( si parla di oltre quaranta anni di ininterrotta amicizia) che, fortemente coinvolti emotivamente, le si sono stretti intorno come a volerne moltiplicare le forze, accrescerne la resistenza al male. Ecco perché in questi ultimi tremendi mesi Flora a me è sembrata come un chicco di grano che, pur nella sofferenza della macerazione, ha trovato la forza di germogliare, donare vita, donare speranza.
Di Flora mi ha sempre affascinato il suo modo di vivere e godere della vita, in tutte le sue espressioni, con intensità e leggerezza, con discrezione e fervore, sempre con un dinamismo incontenibile, straripante (Dino ne sapeva qualcosa!). A cominciare dall’amore per la natura, attraverso viaggi esplorativi dell’ambiente e la contemplazione delle sue bellezze: i fiori, le piante, gli animali, mai osservati con lo sguardo freddo dell’esperto, ma sempre con rinnovato stupore e grande meraviglia, come momenti ed esperienze di vero benessere interiore (non è una caso che la foto da lei scelta per WhatsApp sia quella di un pinguino). Uno spiccato interesse e curiosità per qualsiasi forma ed espressione artistica e culturale: la musica, in particolare quella operistica, il teatro, il cinema, la pittura, la lettura; e poi sempre così attiva nel promuovere e farsi carico di momenti di aggregazione e socialità per condividere, certo la passione per il gioco ma anche i suoi “benefìci” culinari che sapeva dispensare con allegra disinvoltura, facendo gustare piatti preparati sempre con un tocco ed elaborazione personale. Pure i pranzetti preparati all’impronta (quelli che preparava a Dino e a me) erano sempre “conditi” di sorprendente originalità.
Ma tutto questo non poteva bastarle. Per le sue esigenze di vita, per la sua visione, Flora aveva bisogno di un orizzonte ben più ampio, che andasse al di là, che non fosse limitato alla pura e semplice ricerca del benessere personale. Per Flora amare la vita ha significato così assumerne la piena responsabilità, tenere sempre aperto lo sguardo sul mondo, partecipare consapevolmente alla vita civile, attraverso scelte che hanno rappresentato e sono state espressione di cittadinanza attiva e combattiva. Aveva la consapevolezza che la storia non è solo il prodotto di un’azione collettiva, ma anche il frutto di un lavoro personale e quotidiano fatto di piccoli passi e gesti simbolici, gesti che lei ha posto in essere con spìrito autonomo e ìndipendente. Penso alle sue lettere dì protesta, all’azione dimostrativa per salvare i platani di via Sannio dallo scempio del loro abbattimento.
L’impegno civile di Flora viene da lontano, risale ai primi anni ’70 e molti di noi, oggi presenti, l’hanno condiviso con lei. E qui il mio pensiero va al nostro caro e comune amico Gerardo, anche lui purtroppo scomparso prematuramente. Questo impegno ci portava ad inseguire, forse ingenuamente, vista anche la nostra giovane età, un mondo più giusto e solidale. Si lottava per allargare ed estendere i diritti delle persone, specialmente quelli con una più accentuata connotazione sociale (l’istruzione, il lavoro, la salute, la condizione femminile), per ridurre le disuguaglianze, offrire a tutti, attraverso l’accesso alla formazione e alla conoscenza, le stesse opportunità di crescita e affermazione sociale. Da qui, un particolare, il suo impegno, quasi una missione, per un’istruzione diffusa, una scuola inclusiva che potesse aiutare realmente a rimuovere le differenze culturali e sociali di partenza, una scuola più democratica nella struttura, più rinnovata nei contenuti. Mi vengono in mente le tante battaglie portate avanti con confronti appassionati e dialettici per la piena attuazione dei Decreti Delegati che pure noi, a quell’epoca, non avevamo certo accolto con particolare entusiasmo. Questo lavoro di valorizzazione dell’istituzione scolastica, Flora lo ha continuato con la stessa convinzione, rigore ed intelligenza nel suo ruolo di dirigente scolastico.
Insomma, cara Flora, non ci piaceva lo stato delle cose, aspiravamo a cambiare la società e questa utopia sono orgoglioso di averla condivisa con te. Cosa resta? I nostri sogni sono stati sconfitti? Di fronte alla società odierna pervasa da tanto esasperato individualismo, così diseguale, sembrerebbe di sì. Eppure tu eri convinta – e noi con te – e ce lo siamo detto anche di recente nelle nostre innumerevoli e appassionate chiacchierate, che le scelte di allora, e non per superbia intellettuale, furono quelle di stare dalla parte giusta della storia, e che ancora oggi, se si vuole provare ad alimentare un barlume di speranza nel cambiamento in questo attuale, tenebroso e crudele clima di esclusione e intolleranza, bisognerebbe richiamarsi e restituire splendore proprio a quei valori che hanno cullato i nostri sogni.
Cara Flora, avere conosciuto te, e grazie a te Dino, è stato un grandissimo privilegio. Per la tua passione civile, l’entusiasmo e la grinta che mettevi nelle cose in cui credevi, nonché - voglio aggiungere - per l’immagine serena ed accattivante, dai tratti quasi adolescenziali, del tuo volto che hai voluto stampare in questi due giorni nelle nostre menti, insomma per tutta l’eredità che ci lasci, in te, ciascuno di noi, ha una stella in più cui guardare. Ecco perché tu non uscirai dalle nostre vite, da oggi sarai solo invisibile e quando i tuoi occhi pieni di luce incontreranno e si poseranno sui nostri occhi smarriti, pieni di nostalgia e malinconia – e oggi tanto pieni di lacrime – sono sicuro sapranno trasformare la tua assenza in un tenerissimo ricordo e incomparabile vicinanza.
A questa quinta edizione della trasmissione “Russia-Italia: eventi e commenti” ha partecipato Pasquale Terracciano, ambasciatore della Repubblica italiana nella Federazione Russa.
L’ambasciatore ha affrontato due indirizzi chiave dei rapporti italo-russi: la cultura e l’economia. Si è soffermato dettagliatamente sulle prospettive della cooperazione culturale e commerciale tra Russia e Italia e sulle misure previste dall’ambasciata per il suo sostegno.
L’ambasciatore ha convenuto sulla proposta del Centro italo-russo di organizzare nell’autunno del 2018 una “Giornata d’Italia” presso la RANEPA, compreso lo svolgimento di mostre tematiche, tavole rotonde, master-class nel campo della cultura, dell’economia, della scienza e dell’istruzione. E’ previsto che la “Giornata d’Italia” verrà inaugurata dall’ambasciatore d’Italia Pasquale Terracciano e dal rettore dell’Accademia Vladimir Mau. Eventi di questo genere, soprattutto se diventassero tradizione annuale, avrebbero una grande importanza per lo sviluppo delle relazioni italo-russe.
In studio, Mark Bernardini. Iniziamo la nostra trasmissione analitica d’informazione del Centro italo-russo della RANEPA:
“Russia-Italia: eventi e commenti”.
Oggi lavoriamo in trasferta, ci troviamo davanti all’ambasciata d’Italia a Mosca per registrare un’intervista con S.E. l’ambasciatore d’Italia a Mosca Pasquale Terracciano.
Signor ambasciatore, buongiorno,
mi permetta per prima cosa di ringraziarLa per avere accettato di partecipare alla trasmissione del Centro italo-russo dell’Accademia presidenziale “Russia-Italia: eventi e commenti”. Per noi è un grande onore, e ci auguriamo che il nostro incontro imprima un impulso per l’ulteriore sviluppo della cooperazione italo-russa.
Buongiorno a Lei, grazie per avermi offerto questa intervista, un’importante occasione per me per spiegare quali sono i miei programmi per rafforzare ancor di più la tradizionale amicizia tra l’Italia e la Russia.
Pochi giorni fa, a fine aprile, abbiamo intervistato Michail Švydkoj, il rappresentante particolare del Presidente della Federazione Russa per la cooperazione culturale internazionale ed ambasciatore itinerante del Ministero degli affari esteri della Federazione Russa. Durante l’intervista, Švydkoj ha parlato in modo piuttosto dettagliato dello stato delle relazioni italo-russe e degli indirizzi principali della cooperazione italo-russa culturale ed economica.
In tal senso, non solo come Accademia presidenziale, ma anche a nome di un pubblico ben più vasto che ci segue sia in Russia che in Italia, vorremmo chiedere la Sua opinione su questi due indirizzi fondamentali, sia detto senza enfasi, delle relazioni italo-russe. Siamo convinti che la Sua posizione su questi due aspetti avrà un'importanza decisiva per tracciare da qui in avanti i rapporti italo-russi nelle attuali complesse condizioni.
Quindi, se mi permette, ecco la prima domanda. In che condizioni si trova attualmente la cooperazione culturale tra i nostri due Paesi? Quali eventi e progetti culturali congiunti sono previsti? In che modo l’ambasciata d’Italia è intenzionata di continuare a promuovere la cooperazione culturale?
I nostri rapporti nel campo culturale sono semplicemente eccellenti. Lo sono da tempo, c’è una lunga tradizione di iniziative culturali italiane qui in Russia e iniziative russe in Italia. Quest’anno, sappiamo che è l’anno delle “stagioni russe” in Italia, che si è aperto a gennaio, un programma molto ricco. Sarà però anche completato, per la parte che ci riguarda qui in Russia, dalla presenza dell’Italia al Foro culturale di San Pietroburgo come Paese ospite d’onore. L’anno scorso l’ambasciata in Russia ha organizzato 150 eventi, ai quali hanno partecipato probabilmente più di un milione di persone. Quindi una grande capacità di penetrazione nel mondo culturale russo che noi vogliamo ulteriormente incrementare e, se possibile, migliorare. Non ritengo che questo sia un obiettivo poco realistico, per due ragioni: credo che la domanda di cultura italiana in Russia sia una domanda praticamente illimitata; e, d’altra parte, anche l’offerta di cultura italiana può essere illimitata. Io mi diverto sempre a definirmi, quando si parla di cultura, l’ambasciatore di una superpotenza, perché quando parliamo di cultura, l’Italia è davvero una delle grandi potenze culturali del mondo, non ci sono limiti alla nostra capacità di offerta, come credo che non ci siano limiti alla domanda di cultura italiana in Russia. Quest’anno, abbiamo già lanciato un paio di iniziative di rilievo: qui a Mosca, una mostra sul pittore Ligabue; a San Pietroburgo, la settimana scorsa ho inaugurato una mostra sui longobardi, su un aspetto forse meno conosciuto qui, ma molto importante per la storia italiana, che spiega anche molto dell’evoluzione politica dell’Italia nel corso dei secoli. Per quanto riguarda i mesi futuri, il 25 luglio al museo Puškin si aprirà una grande e importante mostra di pittura sul ‘700 veneziano, dove verranno esposte opere di rilievo; per il Foro della cultura di San Pietroburgo, avremo un evento molto interessante: due clavicembali che si trovano attualmente al conservatorio San Pietro a Majella di Napoli, che furono dono dell’imperatrice Caterina rispettivamente a Giovanni Paisiello e Domenico Cimarosa, entrambi compositori di corte, torneranno a San Pietroburgo, verranno esposti assieme a partiture autografe dei due autori, notizie sulla loro vita, sulla loro produzione artistica presso la corte dell’imperatrice Caterina. Verrà poi eseguita, come prima esecuzione in tempi moderni, un’opera di Cimarosa, “La vergine del sole”, forse, se possibile, anche dei brani del “Barbiere di Siviglia” di Paisiello, utilizzando gli strumenti dell’epoca. Avremo successivamente tutta una serie di mostre fotografiche, che si apriranno a San Pietroburgo, e l’anteprima di una mostra importantissima, che si aprirà più tardi, in coincidenza del centenario del museo Ermitage, quella su Piero Della Francesca: nove sue opere, in nessun luogo c’è mai stata una mostra così ampia delle sue opere, ci aspettiamo quindi un successo mondiale. Una di queste opere verrà già esposta al Foro della cultura. Stiamo poi preparando probabilmente la più grande mostra mai realizzata all’estero su Pompei, sempre all’Ermitage, e finalmente, cosa di cui sono particolarmente orgoglioso, l’esposizione di un’opera di Botticelli a Vladivostok, in occasione del Forum economico a settembre, che ovviamente ha già richiamato grande attenzione da parte delle autorità russe, e sicuramente richiamerà un’enorme attenzione da parte del pubblico russo a Vladivostok.
La ringrazio. Sulla falsariga, passerei ora all’economia. Qual è lo stato dell’arte attuale nella cooperazione commerciale tra la Russia e l’Italia? Quali sono le iniziative e i progetti d’affari previsti? Quale contributo può essere apportato dall’ambasciata per lo sviluppo commerciale?
Ovviamente, anche in questo campo i rapporti sono estremamente buoni. Nell’ultimo anno, abbiamo assistito ad una netta ripresa dell’interscambio, che naturalmente ha sofferto per le sanzioni e le contro-sanzioni, l’anno scorso è cresciuto del 18%, e le nostre esportazioni sono cresciute del 25,5%. Siamo in una fase di ripresa. Chiaramente, tutto è collegato anche all’andamento dell’economia russa, al comportamento del rublo. Speriamo che col nuovo governo la congiuntura economica continui a migliorare e quindi la ripresa si consolidi anche nel senso dell’interscambio con l’Italia. Occorre notare che, nonostante le difficoltà inevitabili della fase di introduzione delle sanzioni e delle contro-sanzioni, le imprese italiane non hanno mai voltato le spalle alla Russia, sono sempre rimaste qui, si sono sempre impegnate, e ora ne raccolgono i frutti. Sono possibili nuove iniziative, e in questo l’ambasciata può essere d’aiuto, soprattutto nelle regioni russe, dove si stanno introducendo nuove forme di incentivi fiscali, di agevolazioni per gli investimenti. Esistono quindi imprese italiane che stanno esaminando la possibilità di aprire nuovi impianti produttivi, basti ricordare la CNH, cioè il ramo della FIAT che produce veicoli agricoli, che deve aprire una fabbrica in Tatarstan. L’ambasciata può aiutare come trait d’union tra le imprese e i governi regionali, per studiare le possibilità di incentivi, le opportunità che le economie regionali possono offrire alle imprese italiane. In un’ottica che definiamo di “made with Italy” in sostituzione ed affiancando il vecchio “made in Italy” (non completamente: ci sono dei prodotti che per qualità e per caratteristiche non possono che venire dall’Italia, dunque il “made in Italy” mantiene la sua valenza), ci sono imprese disposte a venire qui, penso, per esempio, all’agroindustria, per portare macchinari e know-how e creare quelle produzioni che dopo le sanzioni la Russia ha ritenuto di dover promuovere sul proprio territorio, chiudendo qualche opportunità ma aprendone altre per le nostre imprese. Io mi sono impegnato e mi impegnerò in un programma molto fitto di giri nelle varie regioni, oblast’ e repubbliche autonome. Sono stato in Tartaria, a Soči, a Krasnodar, in Adighezia, andrò a Vladimir, a Stavropol’, Mineral’nye Vody, in Cabardino-Balcaria, a settembre sarò a Vladivostok, ma ho un calendario intenso di viaggi, portando con me ogni volta un gruppo di imprenditori italiani, per creare gli opportuni collegamenti. Ad esempio, a Krasnodar ero seguito da quasi sessanta imprese italiane che hanno stabilito dei primi contatti non solo con le autorità, ma anche con degli imprenditori locali per possibili Società miste o comunque occasioni di affari. C’è poi un altro settore dove speriamo di poter essere d’aiuto, ed è quello delle piccole e medie imprese: stiamo spingendo per una ripresa dei finanziamenti da parte di istituzioni finanziarie come la BERS e come la BEI per le PMI russe, che sono state ingiustamente comprese nel congelamento dei finanziamenti, poiché le decisioni del Consiglio Europeo non andavano assolutamente in questo senso, anzi, i principi guida che l’Unione Europea si è data prevedono la necessità di uno sforzo per favorire lo sviluppo della società civile russa, e i contatti “people to people”. Ovviamente, non ci può essere uno sviluppo della società civile senza uno sviluppo economico che parta dal basso, quindi dalle PMI, che devono crescere in questo Paese, perché al momento rappresentano solo il 20% del PIL. Dunque, direi che non vale la critica di alcuni Paesi, che questo sarebbe un ritorno al “business as usual”, che quindi non ce lo possiamo permettere, in un momento complesso da un punto di vista politico come questo. Io trovo che anzi, proprio perché siamo in un momento politicamente complesso, segnali importanti come questo debbano essere dati. Per il momento, le complicazioni internazionali hanno un po’ frenato questa nostra proposta, però rimane sul tavolo, noi la manteniamo calda e continuiamo a spingere, sperando che si riesca non troppo in là a ottenere il risultato voluto.
La ringrazio, ambasciatore. Siamo certi che questo nostro incontro imprimerà un nuovo slancio alle nostre relazioni bilaterali. Per consolidarlo, abbiamo una proposta da farLe: di organizzare, il prossimo autunno di quest’anno, presso l’Accademia presidenziale, una Giornata d’Italia, allestendo mostre, tavole rotonde, master class in ambito culturale, commerciale, didattico e scientifico. L’inaugurazione ufficiale da parte Sua e del rettore dell’Accademia avrebbe particolare rilievo per lo sviluppo delle relazioni italo-russe, soprattutto se fosse un evento a cadenza annuale.
Molto volentieri, sarei molto interessato a partecipare. Mi sembra un’ottima iniziativa, ed è giusto sistematizzarla, cioè averla come appuntamento fisso ogni anno, per poter vedere di anno in anno come si può migliorare ulteriormente il livello dei rapporti tra Italia e Russia, nel campo economico e non solo.
Al termine dell’intervista, S.E. l’ambasciatore Pasquale Terracciano ci ha gentilmente accompagnati per una breve visita della residenza dell’ambasciata, la storica villa Berg, dove sono esposte numerose testimonianze di un secolo e mezzo di rapporti tra la Russia e l’Italia. Interessante la galleria degli ambasciatori, dal 1856 in poi, a partire da Francesco Maria Sauli, ambasciatore del Regno di Sardegna. Degna di nota anche una foto di gruppo tra l’allora ambasciatore Andrea Carlotti di Riparbella e lo zar Nicola II, presso la sede dell’ambasciata a Pietrogrado, quando quest’ultima era la capitale dell’impero russo. Nel 1918 villa Berg divenne la sede della Legazione tedesca. Dopo il riconoscimento dell’Unione Sovietica e l’instaurazione di rapporti diplomatici da parte del Regno d’Italia, nel 1924 villa Berg divenne la sede dell’ambasciata italiana.
Quarta trasmissione “Russia – Italia: eventi e commenti” del centro italo-russo della RANEPA. Ospite della trasmissione, Michail Švydkoj, rappresentante particolare del presidente della Federazione Russa per la cooperazione culturale internazionale, ambasciatore itinerante del Ministero degli Affari Esteri russo.
In un’ampia intervista, Michail Švydkoj ha spiegato con dovizia di particolari quale sia lo stato attuale e i problemi delle relazioni russo-europee e russo-italiane. Sono stati affrontati gli indirizzi principali della cooperazione italo-russa nella cultura e nell’economia, si è parlato anche dell’attività del Forum-Dialogo italo-russo per le società civili.
Michail Švydkoj si è detto favorevole alla costituzione di un Fondo italo-russo di sostegno alle piccole e medie imprese e di un Istituto per le PMI, compresa la fondazione di una cattedra di economia italiana, promossi dal Forum-Dialogo e dal Centro italo-russo dell’Accademia.
Incontri del genere presso l’Accademia presidenziale sono molto richiesti da un pubblico molto variegato. La trasmissione “Russia – Italia” contribuisce a sviluppare e portare ad un nuovo livello le relazioni internazionali nel campo della cultura, dell’economia, della scienza e dell’istruzione.
Michail Švydkoj ha accettato la proposta del Centro italo-russo della RANEPA di fare lui un master-class a fine maggio in Accademia per studenti russi e stranieri ed il corpo docente. Tra maggio e giugno è prevista una decina di incontri con esperti russi e stranieri.
In studio, Mark Bernardini. Iniziamo la nostra trasmissione analitica d’informazione del Centro italo-russo della RANEPA:
“Russia-Italia: eventi e commenti”.
Come preannunciato, oggi siamo ospiti da Michail Švydkoj, rappresentante particolare del presidente della FR per la cooperazione culturale internazionale, ambasciatore itinerante del MAE russo.
Buongiorno, dottor Švydkoj,
Mi permetta di ringraziarLa per avere accettato di partecipare alla nostra trasmissione. Per noi è un grande onore, vorremmo approfittarne per conoscere la Sua opinione in merito a varie questioni attuali relative alla cultura e all’economia nell’ambito della cooperazione della Russia con i suoi partner europei, soprattutto italiani: oltre che rappresentante particolare presidenziale, Lei partecipa attivamente ai lavori del Forum-Dialogo italo-russo per le società civili.
Ritengo che fora del genere, come il Forum-Dialogo civile “Russia-Italia”, oggi assumano un significato particolare: è chiaro che, persino in caso di una propensione positiva di qualunque governo europeo verso la Russia, pur comprendendo quanto sia necessario continuare a sviluppare le relazioni con la Federazione Russa (in primis, quelle economiche, ma anche politiche), tuttavia ogni governo nazionale non è svincolato dalle decisioni collettive adottate a Bruxelles. Per non parlare di quelle prese a Washington: sarebbe un argomento a parte, pur se simile ed affine. Non è un caso se Angela Merkel, cancelliera della Repubblica Federale di Germania, prima di stabilire le relazioni economiche della RFT con la Russia, si reca a Washington per discuterne col presidente degli Stati Uniti d’America Trump e sapere quanto gli americani saranno pronti a modificare il regime delle sanzioni, che ormai riguardano anche gli affari e l’economia europea. In tal senso penso che l’Italia non faccia eccezione, pur considerando che tradizionalmente con l’amministrazione italiana abbiamo buoni rapporti e, a memoria, non c’è mai stato un dirigente italiano che non comprendesse: la Russia per l’Italia è un partner molto importante. In effetti, gli italiani investono in Russia, c’è molta industria leggera, articoli e materiali prodotti in Italia, ma è chiaro che, persino con la recente vittoria di forze ben disposte nei confronti della Russia (per non parlare di Berlusconi, amico di lunga data non solo della Russia, ma anche di Putin, e penso che il suo ruolo politico dopo le elezioni sia comunque cresciuto), tuttavia esistono dei limiti palesi, ed è proprio in questo contesto che crescono innegabilmente i rapporti tra le società civili nella cultura, nell’istruzione, nella scienza. E’ mia opinione che quando gli italiani hanno definito l’aggressione e l’imperialismo culturali come uno degli strumenti più importanti della politica estera (e ne hanno ben donde, poiché per l’Italia la cultura è un mezzo fondamentale per creare l’immagine dell’Italia nell’arena internazionale ed influire sull’opinione pubblica mondiale), in questo ricordino la Russia: un’immagine positiva di quest’ultima non si raggiunge solo con gli idrocarburi, o forse addirittura con questi non si raggiunge affatto, e, ovviamente, nemmeno con imponenti mezzi tecnico-militari nei rapporti con gli altri Paesi. Anche per la Russia la cultura è quella fonte inesauribile tramite la quale creiamo la nostra immagine nello scenario mondiale. Capisco benissimo che la scienza russa rappresenta tuttora un valore particolare, perché non molto tempo fa al Museo della scienza di Londra si è svolta una mostra dedicata allo spazio russo e all’anniversario di Valentina Tereškova. Insomma, in tutto quello che legato all’odissea spaziale mondiale c’è una gran parte sovietica e russa. Perciò, quando oggi cerchiamo la via per conquistare il cuore del pubblico occidentale, e anche orientale, è chiaro che funzionano tutti gli aspetti culturali russi. Ne sono parte anche lo Sputnik, anche Gagarin, sono diventati parte integrante della cultura mondiale e di quella legata alla Russia popolare in tutto il mondo, forse ad eccezione di Paesi come la RFT, dove i Verdi sono riusciti ad imporre la decisione di rinunciare alle centrali nucleari.
Beh, anche in Italia…
Nel caso in questione l’Italia è simile alla RFT. Ecco perché ritengo che proprio lo spazio sia l’aspetto più propriamente russo della scienza. Per la cultura, qui è tutto chiaro: quest’anno celebriamo il bicentenario di Petipa, ed è ovvio che un simile fenomeno franco-russo, quale è il balletto russo, continua ad essere un’espressione della Russia e, per quanto possa sembrare sorprendente, della collaborazione russa con l’Europa. A proposito: a me non piace quando dicono “la Russia «E» l’Europa”. In realtà, la Russia è un Paese europeo di cui una parte si trova in Asia. Vladivostok è una città europea, non asiatica. Oggi, quando parliamo delle nostre relazioni con l’Italia, risaltano i rapporti culturali e in quella parte dell’economia che è soggetta a sanzioni: le macchine italiane, le costruzioni meccaniche (compresi gli elettrodomestici, dai frigoriferi alle caldaie per il riscaldamento, fino alle automobili), tutto questo ci arriva esattamente come, voglio ripetere, l’industria leggera italiana, la moda (marchio riconosciuto dell’economia italiana), si sviluppano impetuosamente, e in Russia mantengono le loro posizioni. Quando però parliamo di cultura, in questo ambito negli ultimi tre lustri è stato fatto molto. Gli italiani sono attivissimi nel promuovere la loro cultura. Tutti gli ambasciatori italiani con cui ho avuto a che fare negli anni erano persone che comprendevano: grazie alla cultura si possono raggiungere davvero molti obiettivi. Questo riguarda sia i pittori contemporanei, sia quelli classici, in tutto questo tempo in Russia si sono tenute mostre di incredibile qualità dell’arte classica italiana. Da parte nostra, come Lei sa, quest’anno in Italia abbiamo organizzato le “Stagioni russe”, iniziate con un concerto a Roma di Gergiev. Prevedo che nel corso dell’anno questo evento avrà molto successo tra il pubblico italiano, perché comprende la musica sinfonica, l’arte scenica, la pittura, l’arte moderna e molto altro ancora. Penso quindi che in questo siamo molto attivi. Tra l’altro, in questi giorni Andrej Končalovskij sta terminando un film dedicato a Michelangelo. E’ una coproduzione italo-russa, ma è più un film russo fatto in buona parte con l’aiuto dei nostri colleghi italiani. Secondo me sarà un bel film, ho letto il copione e mi ha impressionato. Gli italiani hanno anche un altro progetto molto importante: daranno in locazione gratuita ai musei russi (di tutta la Russia) delle opere d’arte dai fondi di riserva dei musei italiani. Magari non servono al “Museo di Stato russo”, all’Ermitage, o al museo Puškin, ma è ovvio che godranno di enorme interesse tra i direttori dei musei in provincia. Penso che a breve questo progetto sarà piuttosto appariscente, perché è previsto che la locazione non sia a breve termine, tre o quattro mesi, bensì tre o quattro anni, con possibili rotazioni. Gli italiani stanno facendo una cosa estremamente di buon senso. Se parliamo di una sorta di competizione sul mercato linguistico e culturale mondiale, questa cosa indubbiamente dovrà attrarre l’attenzione, anche per la lingua italiana. Gli italiani organizzano le olimpiadi di lingua italiana in Russia (esattamente come noi quelle di lingua russa in Italia), ma, ripeto, attualmente sul mercato dello studio delle lingue c’è una concorrenza enorme. Ovviamente, l’inglese è fuori concorso, in quanto riconosciuto come prima lingua straniera al mondo, ma poi sono in competizione il tedesco, il francese, lo spagnolo, l’italiano. E’ una faccenda seria, perché proprio tramite la lingua la gente familiarizza con la cultura di un altro Paese, inizia a conoscerlo meglio. Il tradizionale interesse dei critici d’arte e degli storici verso la lingua italiana esiste, ma dobbiamo affrontare seriamente la formazione e l’educazione delle nuove generazioni di traduttori dall’italiano, che si occupino di prosa letteraria. Recentemente abbiamo festeggiato gli 85 anni di Evgenij Solonovič, insigne traduttore che ha tradotto la letteratura italiana classica e contemporanea, ma è chiaro che persone di questo livello, che si occupino di prosa letteraria, di fatto non ce n’è, siamo onesti. Fra qualche tempo, bisognerà ritradurre lo stesso i classici italiani. Idem dicasi degli slavisti in Italia. Sono il presidente del centro culturale russo alla Ca’ Foscari, dove c’è un’ottima scuola di slavisti e russisti (ovviamente, non solo lì, anche a Milano, a Roma), ma un conto sono le traduzioni commerciali, quando la lingua è un semplice mezzo di comunicazione, altro è costituire un corpo di traduttori in grado di tradurre letteratura seria. Oggi, la questione si pone in modo impellente per tutte le lingue europee, per non parlare di quelle orientali, per il cinese, il giapponese… Tradizionalmente, abbiamo sempre tradotto la poesia e la prosa giapponese, medievale e moderna, ed anche quella cinese. Recentemente, ho dato un’occhiata ad alcune traduzioni dal cinese: diventa tutto obsoleto, rapidamente, cambiano certi riferimenti ideologici, addirittura il sistema espressivo, qualcosa è scomparso irrimediabilmente dalla lingua russa. Ecco perché la formazione dei traduttori…
…Cambia addirittura la stilistica…
…Sì, le lingue si semplificano, che sia un bene o un male, è tutt’altra questione, ma cominciano ad esistere in modo diverso, quindi qui di lavoro ce n’è a iosa.
Lei come nessun altro conosce le solide relazioni culturali di lunga data tra Russia e Italia. A che punto siamo, oggi, e quali eventi culturali congiunti più importanti sono previsti in futuro? Approfitto anche per una domanda più generale: secondo Lei, può la cultura far uscire i nostri rapporti economici da quella situazione che si è andata formando negli ultimi anni con l’Europa, e in particolare con l’Italia?
I rapporti con l’Italia e l’Europa sono millenari, per la precisione siamo al secondo millennio. Se parliamo di Novgorod Velikij, ci troviamo tracce tedesche, italiane e molte altre europee, non solo di Paesi orientali, a partire dal nono secolo d.C. lo stesso si può dire anche di Kiev, che a qualcuno piaccia o meno, è comunque uno spazio slavo comune che successivamente ha generato tre popoli: quello russo, quello bielorusso e quello ucraino. Tra l’altro furono proprio i principi di Kiev a fondare Mosca: come ora dice il presidente Porošenko, lo fecero a Zales’e, e “chi gliel’ha fatto fare”, tuttavia, fatto sta. E’ la progenitrice comune di tutto il mondo slavo orientale, e i rapporti di Kiev con l’Europa e l’Italia erano molto attivi e abbastanza intensi, nel senso migliore del termine. Per quel che riguarda le città russe, basta andare a Vladimir e osservare l’architettura in pietra bianca, che, pur se eretta da maestri russi, lo fu sotto la direzione di architetti italiani. Per non parlare banalmente del Cremlino di Mosca. In questo, l’apporto italiano alla cultura russa è molto alto, in primo luogo nell’architettura. Questo aveva formato determinate immagini dell’Italia. Quel che facevano gli italiani assieme ai francesi a Pietroburgo durante la costruzione di quest’ultima. Anche in questo c’è una costante influenza dell’ambiente e della musica architettonica urbana sulla coscienza delle persone. Un fatto di grande sostanza. Pietroburgo davvero è stata costruita da maestri italiani, francesi, russi, ma poi a sua volta ha influenzato moltissimo lo stile artistico della letteratura russa del diciottesimo e diciannovesimo secolo, persino del ventesimo: sono convinto che Iosif Brodskij non avrebbe potuto nascere a Mosca, è una percezione, una struttura linguistica, un ritmo totalmente diversi. Era un poeta palesemente non moscovita. In questo senso l’influenza degli italiani è stata ben più profonda di quel che talvolta immaginiamo. Gli italiani hanno influenzato moltissimo la cucina. Naturalmente, più di tutti hanno influito i cinesi, che sono stati in grado di protendere le loro tagliatelle fino alle spaghettate italiche, poi però gli spaghetti sono tornati a noi, i pel’meni (agnolotti, tortelloni) li hanno chiamati ravioli, e così il tutto ha iniziato ad esistere in una dimensione culturale totalmente diversa.
La interrompo un momento. In Italia si dice che Marco Polo ha portato gli spaghetti dalla Cina, Cristoforo Colombo i pomodori dall’America, e gli italiani hanno unito i due prodotti e ne hanno ricavato il tipico piatto italiano…
Vero. Devo anche dire che la quantità di ristoranti italiani in Russia, quantomeno nelle città e nella sua parte centrale, cede il passo giusto a New York o a Roma. La cucina italiana è entrata a far parte della vita dei russi. Non sia d’offesa per gli italiani, essa è più semplice di quella francese, ma è incantevole proprio per questo, è più naturale, spontanea, capisci cosa mangi. Quando mangi una fiorentina, capisci cos’è, non è una costata, è tutt’altro cibo. Va detto che con l’Italia abbiamo moltissimi progetti in comune, i più diversi. Ho già menzionato le “stagioni russe”, ma di rimando aspettiamo la formazione del programma di “stagioni italiane” in Russia. Sono in allestimento tutta una serie di mostre congiunte. Ovviamente, il Vaticano non è proprio Italia, ma è anche Italia. Un altro Stato, tuttavia è tutto nel territorio di Roma. Alla pinacoteca Tret’jakov c’è stata una mostra senza precedenti dai Musei Vaticani, e una altrettanto inedita esposizione dalla Tret’jakov ai Musei Vaticani. Sottolineo ancora una volta, lo so che l’Italia e il Vaticano sono due Stati diversi, e però gli italiani hanno potuto vederla recandosi in Vaticano. Questo progetto è esattamente quello di cui parlavo prima: locazione a lungo termine della pittura italiana ai musei russi. Penso che il successo sarà strepitoso. Anche la coproduzione cinematografica oggi diventa indubbiamente un importante elemento di legami culturali, mentre per quanto riguarda i nostri musicisti, di fatto sono residenti in Italia, esattamente come alcuni cantanti italiani vivono in Russia. In tal senso, non è necessario contrassegnarlo come “anno” speciale. Non so quanti concerti faccia Valerij Gergiev a Roma, ma sicuramente non meno che a San Pietroburgo o a Mosca. Questo vale per tutti i maggiori musicisti, Vladimir Jurovskij, Denis Macuev e molti altri. Per quel che attiene all’economia, è del tutto evidente che la Camera di Commercio Italo-Russa intraprende serissimi sforzi per conservare il volume degli scambi commerciali. Nonostante che, come è noto, in risposta alle sanzioni europee siano state adottate le contro-sanzioni per i prodotti agricoli, tuttavia alcuni segmenti dell’industria alimentare, come il vino e i derivati vinicoli, sono ben rappresentati sul mercato russo ed occupano una parte importante degli scambi commerciali complessivi. Anche sul mercato enologico esiste molta concorrenza: i vini dal Nuovo Mondo, in particolare dall’America Latina, incalzano quelli europei, ciò nonostante quelli italiani occupano posizioni di tutto rispetto. Poi c’è tutta una serie di altri prodotti non vietati in importazione in Russia, dolciumi, ecc. Un altro settore che nel 2014-2015, per ovvie ragioni, è “sprofondato”, per poi risorgere nel 2016-2017, è quello del turismo. I russi vanno volentieri in Italia, e per lo più non si tratta di “turismo da spiaggia” (anche, ma non solo), bensì conoscitivo, legato al visitare tutti i monumenti culturali. In questo è simile a quel che fanno gli italiani quando vengono in Russia: per loro è pur sempre il desiderio di vedere Pietroburgo, Mosca, i beni culturali, tutti i musei possibili, i teatri. Suppongo che, nonostante tutte le difficoltà, questo segmento si conserverà, persino nonostante che l’Italia non sia il Paese più a buon mercato, non è la Turchia e nemmeno la Grecia, però il desiderio di vedere il Colosseo dal vivo è superiore a quello di rosolarsi al mare, pur se il litorale italiano è splendido sia a nord che a sud e riscuote successo tra il pubblico russo. Ci attendono molti eventi interessanti, e i “mantra” che sia finito tutto e che domani cesserà ogni cosa sono stupidi e privi di senso: in ogni caso, viviamo in un mondo globalizzato, i tedeschi, come ha scritto Sergej Dubinin, compreranno gas russo, che andrà pagato, e per pagare lo SWIFT resterà in vigore. Forse gli italiani non sono i maggiori consumatori di gas russo, ma come che sia sono interessati agli idrocarburi russi che arrivano in Italia. Gli italiani sono decisamente più orientati all’amicizia con la Russia, rispetto agli abitanti di altri Paesi. Mi pare che la stampa italiana non sia poi così aggressiva. E’ chiaro che stiamo vivendo in un periodo di ambiente particolarmente aggressivo dell’informazione nei confronti della Russia, persino in quei Paesi dove ciò non succedeva tradizionalmente. Ad esempio, nella stampa francese è sempre stato così, fin dagli anni ‘40. E non sto a ricordare periodi antecedenti. Insomma, la stampa francese, soprattutto quella intellettuale, è sempre stata abbastanza ostile. La stampa britannica, persino quando i nostri rapporti erano migliori, ad esempio, agli inizi degli anni 2000, era critica. Questa non è mai stata una caratteristica della stampa tedesca, ma dal 2008 in poi c’è stata un’impennata di aggressività piuttosto severa. Non sto a discuterne le cause, ma ho l’impressione che la stampa italiana non sia così critica. Talvolta, l’ostilità dei media nei confronti di Berlusconi, che non è esattamente popolare nella stampa italiana, ci si ritorce contro, a causa dei buoni rapporti tra lui e il nostro presidente. Eppure, sono meno critici. Meno di loro, forse gli spagnoli, che hanno una posizione critica indipendente, ma meno aggressiva. Ci sono tutti i presupposti per avere buoni rapporti con l’Italia, tanto più che, come esempio, la recente prima del “Ballo in maschera” al Bol’šoj sottolinea ancora una volta che l’opera italiana è presente costantemente sui palcoscenici russi, la musica italiana è sempre presente sui palchi delle sale da concerto, persino quei cantanti di musica leggera che in Italia non sono più così popolari riscuotono invece successo in Russia, gli vogliono bene, quelli degli anni ’70 e ’80, ricordano quella degli anni ’60 del secolo scorso. Abbiamo delle buone prospettive nelle relazioni, l’attività del corpo diplomatico italiano dimostra che si tratta di un orientamento importante del governo italiano, nonostante tutte le sanzioni.
Al momento, il Forum-Dialogo ed il Centro italo-russo sono in fase di istituzione di un fondo italo-russo di sostegno alle PMI. Con la partecipazione di partner italiani, è prevista anche la costituzione di un Istituto per le piccole e medie imprese, compresa una facoltà di economia italiana. Lei cosa pensa di iniziative del genere? Pensa che siano realizzabili?
L’iniziativa è senz’altro tempestiva. La creazione congiunta di un fondo di sostegno alle piccole e medie imprese è importantissima: in questo, gli italiani hanno un’esperienza colossale. Le attività familiari, talvolta addirittura le micro-attività in Italia sono particolarmente sviluppate. Gli italiani sanno benissimo come funzionino le piccole e medie imprese, innanzitutto nel terziario, ma anche nella produzione: nelle tecnologie informatiche, nelle piccole costruzioni meccaniche, cioè nella creazione di prodotti reali, non solo nei servizi. Per la Russia è importante: la stabilità di qualunque economia è legata all’esistenza di una base tributaria, che viene creata proprio dalle PMI, non dalle grandi corporazioni. In Italia vuol dire il 70% della grande industria. E’ quel che rende stabile quest’ultima. In tal senso, gli italiani sono esperti nella sopravvivenza. Esiste un’economia italiana distinta? Mi riferisco all’idea della facoltà di economia: la sua costituzione presuppone l’esistenza di una qualche peculiarità dell’economia italiana. Non ne sono convinto, come non esiste una matematica o una chimica nazionale. Però organizzare una cattedra o un programma voluminoso che rifletta le particolarità dell’economia italiana ha un senso eccome: per noi è un argomento relativamente nuovo, è nato 25-27 anni fa, il concetto di proprietà privata, che in Unione Sovietica non c’è mai stata. Qualunque piccola, media, microeconomia inizia da un nuovo concetto qualitativo di proprietà privata, come vacca sacra inviolabile. Non abbiamo questa tradizione. E’ più un problema psicologico, e in tal senso gli italiani possono fare molto: da un punto di vista economico, l’Italia non è un Paese ricco, ma con ricche tradizioni, cultura, ossia con quelle cose di cui anche noi siamo ricchi. Vero è che, per nostra fortuna, siamo ricchi anche di idrocarburi, ma gli italiani hanno mostrato una “scuola di sopravvivenza”, la stessa, per esempio, dei polacchi…
Non stiamo però parlando tanto di economia, quanto di un suo modello…
Il modello italiano di economia ha mostrato un’alta capacità di sopravvivenza: sembrava che avrebbe dovuto crollare tutto da un pezzo, ci sono state tante pesanti crisi economiche, invece gli italiani hanno dimostrato che il loro modello funziona ed è abbastanza stabile. E’ ovvio che il clima della Sicilia è diverso da quello della Jacuzia, lì le attività familiari possono essere altre, ma bisogna conoscere questo modello, studiarlo, può tornare utile ovunque.
Secondo Lei, il formato della nostra trasmissione può essere considerato un’opportunità per organizzare incontri, popolari tra un pubblico molto ampio, con esperti russi ed esteri (non solo italiani) per portare i rapporti internazionali nella cultura e nel commercio, nella scienza e nell’istruzione, ad un nuovo livello? Che consigli potrebbe dare per realizzare questo obiettivo, dall’alto della Sua esperienza e delle Sue competenze?
Innanzitutto, bisognerebbe incontrarsi più spesso. Il problema della politica e dei processi politici mondiali è che le persone non si ascoltano più: pronunciano dei monologhi, fanno un certo gioco, ma la sensazione è che facciano giochi diversi su diversi tavoli. Per dire, qualcuno gioca a domino, e l’altro comincia a giocare a dama, ed entrambi ci restano malissimo, quando capiscono che sono due giochi differenti. Dunque, cultura, socializzazione, contatti commerciali, colloqui, dialogo… In Occidente ci sono molti pregiudizi. Si doveva svolgere una mostra-asta, la dovevano portare qui i francesi, compresi molti quadri. Non sono venuti: hanno paura, non capiscono che succede in Russia. Forse quest’autunno. Insomma, tanti, troppi timori, e questo è sempre pericoloso: la diffidenza e la paura in politica internazionale fanno male, ma nei rapporti fra Paesi fanno malissimo. Quando le persone hanno paura di qualcosa e non si fidano le une delle altre, possono accadere le cose le più incredibili e addirittura tragiche. E’ molto importante mantenere il dialogo, avere rapporti il più possibile ampi e frequenti, non limitarsi alla televisione, alle dichiarazioni, bensì dal vivo. Questo può fare la differenza. Dico delle ovvietà: ci sono dei momenti quando si interrompono anche queste relazioni, questi contatti, questi discorsi. Temo occorra fare uno sforzo, affinché nei più diversi contesti, nei Paesi più differenti, si possa realizzare questo dialogo. Il Forum-Dialogo italiano è una delle prime arene della società civile che permetta di esplicitare quelle posizioni che non sempre giungono ai cittadini dei Paesi con cui abbiamo rapporti. Tra l’altro, in larga misura, questo contribuisce a mettere chiarezza anche negli affari, che ovviamente si basa sulle proprie circostanze e convenienze. Ad esempio, adesso il mercato russo è calato di prezzo, gli americani non hanno introdotto le loro seconde sanzioni, e gli investitori si sono buttati sugli acquisti. E’ quasi un gioco speculativo sui titoli, ma bisogna spiegarlo anche alle sfere d’affari: non è mica casuale la tempestiva visita del ministro delle finanze Anton Siluanov negli Stati Uniti d’America. Ha spiegato quali siano le regole del gioco oggi, perché anche questo non lo sa nessuno. Tengono d’occhio qualcosa, seguono tutto, le modifiche nella legislazione, nelle regole, nelle delibere governative, ma quando il ministro delle finanze di un Paese viene in un altro Paese e spiega come stiano le cose, questo imprime maggiore fiducia. Quello che fate Voi, il fatto che ora ci sia questa possibilità di contatti almeno televisivi, è molto importante: di solito si dice che la notte sia più buia poco prima dell’alba. La questione è solo se abbiamo o meno raggiunto il culmine di questa notte scura, o se ci attendano ancora delle nuove svolte prima che sorga il sole. La politica internazionale, però, evolve altrimenti: sono troppo gravi i rischi, se ai tempi della crisi dei Caraibi i tempi di volo di un missile erano di quindici minuti, quindi ancora si potevano prendere delle decisioni importanti, oggi sono di tre minuti, non c’è tempo perché un presidente riesca a telefonare all’altro. Il problema è serio. Oggi bisogna fare tutto il possibile affinché non abbia luogo un atto inconsulto, un errore spropositato. E’ il maggiore pericolo del mondo d’oggi. Ecco perché bisogna pur parlare alla gente: in ultima istanza, decide tutto l’intelletto di quelle persone che sono in possesso di quell’arma incredibile, e molto dipende da quanto esse siano in grado di decidere velocemente, da quanto siano limitate nel potere decisionale, molto dipende proprio da questo. Non dico nulla di nuovo: in questo senso, la RANEPA fa molto, e non mi riferisco solo alle “Conferenze di Gajdar”, ma anche a tutta un’altra serie di progetti che realizzate con grande successo.
Dottor Švydkoj, La ringrazio molto per questa discussione interessante e multiforme. Ci auguriamo che il nostro prossimo incontro si svolga alla RANEPA.
Volentieri. Grazie per l’invito e per questa chiacchierata.
Vorremmo organizzare con Lei un master-class per il nostro numeroso pubblico di studenti ed insegnanti.
Master-class… Ma cosa vuole che gli insegni? Solo cose da poco!
Noi siamo pronti ad organizzarlo quanto prima. L’aspettiamo in accademia!
La ringrazio ancora. Approfitterò senz’altro del Suo invito.
Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano.
L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita.
Perciò odio gli indifferenti.
L’indifferenza è il peso morto della storia.
L’indifferenza opera potentemente nella storia.
Opera passivamente, ma opera.
E' la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza.
Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare.
Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente.
Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?
Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti.
Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto.
E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime.
Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo.
E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini.
Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano.
Vivo, sono partigiano.
Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.
So già che questo racconto rischia di rappresentare un concentrato di banalità e di luoghi comuni. Ciò non di meno, non posso, non voglio sottrarmi.
Penso che molte persone, al mondo, vedano la loro vita accompagnata costantemente da una canzone. Nella mia, di vita, le canzoni sono state e sono tuttora molteplici. Anche nel mio caso, tuttavia, una canzone ha scandito alcune tappe formative del mio percorso. Questa canzone è “Bella ciao”.
Sì, lo so che ora non è più di moda, per qualcuno addirittura sconveniente. Ci sono politici che accusano i docenti scolastici di indottrinare i giovani perché gliene parlano. Ci sono mazzieri fascisti che di notte si esaltano a cancellare i murales riportanti le parole di questa canzone, coprendoli con inneggiamenti a Mussolini. Con buona pace dei populisti e dei qualunquisti, secondo i quali parlare di antifascismo, oggi, è demagogico e anacronistico.
A metà degli anni ’60 frequentavo l’asilo Montessori (i miei detrattori, a questo punto, in genere sogghignano: questo spiega molte cose, dicono). Materialmente, era la Montessori sulla via Tuscolana, a Roma, quella mostrata nel film “Il padre di famiglia”, con Nino Manfredi, e tra i bambini ritratti c’ero anch’io.
Le maestre ci insegnarono a cantare “Bella ciao”. Non c’era nulla di politico in tutto ciò, la cantavamo seduti per terra in cerchio battendo ritmicamente le mani. Semplicemente, dal fascismo erano passati appena vent’anni, non c’era adulto, in Italia, che non ricordasse personalmente, che non abbia subito, che non abbia patito, a parte qualche farabutto e mascalzone che sia stato dall’altra parte. Perché, come ebbe a dire Armando Cossutta, a chi farneticava di riconciliazione con i repubblichini, non eravamo (e non siamo, aggiungo io) tutti uguali.
Perché mio nonno fu confinato e torturato dai fascisti. Perché mio padre, e, ritengo, anch’io, siamo nati comunisti. Perché mio padre, in questi anni ’10, ricordando quell’epoca, ha scritto: “Ho vissuto una vita dentro lo storico palazzo di Via delle Botteghe Oscure, dove ci davamo tutti del tu e sentivamo tutti, o quasi, di far parte di un’unica grande famiglia. Oggi, dopo la scomparsa del PCI, mi sento smarrito come un terremotato rimasto senza la sua casa”.
Il decennio andava finendo, in Unione Sovietica “Bella ciao” piaceva talmente tanto che ne fu fatta una versione in russo. La cantava un baritono azero, Muslim Magomaev, a cui, durante un tirocinio alla Scala di Milano, l’avevano insegnata gli operai delle maestranze, tutti ex partigiani.
Vennero gli anni ’70 (nati dal fracasso, li definì Paolo Pietrangeli, quello di “Contessa”), gli anni del Movimento, della contestazione, dello stragismo fascista, e del mio impegno politico, a partire dal giorno dopo il golpe fascista in Cile. “Bella ciao” la cantavamo tutti insieme, con la chitarra, in sezione e in corteo.
Il riflusso, la dissoluzione dell’URSS, lo scioglimento a tradimento del Partito Comunista Italiano. Tutto questo sono stati la fine degli anni ’70, tutti gli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90. Un Francesco De Gregori non ancora domo come ora, almeno menziona “Bella ciao”.
Eppure, in Russia, la canzone riacquista freschezza e vigore, grazie ad un cantante “underground”, Garik Sukačëv, che la rielabora in chiave ebraica (ad evitare incomprensioni: non israeliana).
La mia “Bella ciao” ho continuato a cantarla negli anni ’90, accompagnandomi con la chitarra negli scantinati del locale “Le barricate”, a Milano, gestito da Pietro Valpreda (sì, proprio il ballerino anarchico accusato inizialmente della strage di piazza Fontana del 1969, perpetrata invece dai fascisti in collusione con i cosiddetti “servizi deviati” dello Stato).
Il progressivo imbarbarimento della politica italiana, della destra doppiopettista berlusconizzata come della sinistra salottiera radical chic, mi ha costretto ad emigrare e ad abbandonare la mia Italia giusto allo scadere dello scorso millennio. Dapprima alla volta del Belgio, poi addirittura fuori dall’Unione Europea. Di fatto, come suol dirsi, mi sono rialzato per le stringhe delle scarpe, mi sono ricostruito una vita, ho conosciuto mia moglie sul lavoro e abbiamo due figli.
Man mano che tutt’attorno morivano di vecchiaia e di malattia i nostri amici (più i suoi che i miei, ma non solo), mio padre, ogni volta e sempre più spesso, commentava, come un mantra: gli unici due immortali siamo noi due.
Il 27 ottobre 2017 mi ha davvero fatto uno scherzo da preti, non è stato di parola. Ed io continuo periodicamente in automatico a pensare di chiamarlo per qualche consiglio. Ma dove vuoi chiamarlo, rimbambito!, mi dico all’ultimo momento.
Al tempietto egizio del cimitero monumentale del Verano, a Roma, eravamo un centinaio e mezzo di persone a cantare “Bella ciao” davanti alla sua bara.
Forse non ci saranno più sogni al davanzale, come ho detto nell’orazione funebre, ma, parafrasando la bellissima “Stagioni” di Francesco Guccini, da qualche parte un giorno, dove non l’aspettate, “Bella ciao” tornerà. E magari molto prima dei cinquant’anni di cui parlava mio padre nella sua ultima intervista.
Roma, Cimitero del Verano, Tempietto Egizio, 31 ottobre 2017
di Dante Bianchi
[...] In occasione dei suoi 75 anni (febbraio 2007) dedicai a Dino, all’epoca così pieno di vita e di energia, alcuni versi nei quali esaltavo in maniera spiritosa/scherzosa, la sua passione per il gioco, l’amore assoluto per Slavia, le preferenze culinarie, le “manie vestimentarie”.
Poi, però, ho conosciuto un altro Dino, quello degli ultimi mesi. Un Dino fragile, sofferente, mortificato nella sua dignità, lui così riservato, facile alla commozione. Nel guardarlo si percepiva la fatica che accompagnava ogni movimento ed espressione e ne offuscava il pensiero. Veniva così spontaneo andare, in una sorta di contrappunto esistenziale, alle tante luci che avevano illuminato la sua vita.
Anche a questo Dino, ho voluto dedicare dei versi, come mio personale saluto. Questa volta, però, non sono certo versi gioiosi, risentono dell’impatto emotivo per essergli stato vicino fino alla fine, della forte suggestione per averne seguito il travaglio. Sono versi che cercano di cogliere il suo stato d’animo, quello di una persona che guarda con dolore, afflizione e malinconia il mondo esterno (via Sannio, piazza S. Giovanni), le persone care e che ha smarrito nella tormenta anche il richiamo di quelle passioni che avevano accompagnato la sua esistenza (il gioco/Slavia).
Un sospiro accompagnò all’improvviso il ricordo: la fuga degli anni, la presenza degli adorati luoghi violati dallo scempio della modernità senza anima, magma indistinti di slogan urlati da gole lacerati di vocianti dalla piazza sacra e militante, persone care inghiottite dalla ferocia della storia scivolate nell’abisso del tempo, palline gravide roteanti senza meta nel deserto di tavoli solitari, caratteri opachi orfani di padre in foga da fogli gelidi abbandonati nel loro candore, membra prigioniere dell’amara solitudine della sofferenza, improvvido destino nell’ultimo miglio dell’ardua esistenza si fondevano ora stemperandosi in una lacrima lucente nel tramonto della vita delle cose ....mentre, caro Dino, come brezza leggera delicatamente si posano sui nostri cuori dolenti i tuoi “scampoli rossi” fonte sconfinata di stupore e ricolmano di struggente nostalgia lo scrigno dei ricordi più preziosi.
E’ la 153-a stazione della metropolitana di Mosca, costruita relativamente da poco, appena poco più di vent’anni fa, una delle poche senza riferimenti topografici in superfice. Alla progettazione artistica parteciparono due architetti italiani, Imbrighi e Quattrocchi. I rivestimenti e le finiture sono state realizzate con marmi e granito di varie specie e colori.
Il tema è quello dei monumenti caratteristici di Roma, eseguito dallo scultore Leonid L’vovič Berlin, dei “Šestidesjatniki”, che deve il suo cognome (ebreo) al patrigno, mentre in realtà suo padre, armeno, Avetis Sultanovič Mikaeljan (nome in clandestinità Sultan-Zade), fu uno dei fondatori del Partito Comunista Iraniano, fucilato nel 1938.
Tra gli altri suoi monumenti presenti alla Rimskaja, la composizione architettonica “Fontana”, con raffigurati Romolo e Remo da bambini, e quattro medaglioni. E’ l’unica fontana della metropolitana di Mosca, a 54 metri di profondità. E’ presente, inoltre, la lupa capitolina, una madonna, la bocca della verità e l’arco di Tito (che erroneamente viene definito di Costantino: quest’ultimo è a tre arcate, quello di Tito ad una sola, come nel nostro caso), tutti realizzati in maiolica. Anche questo, per la metropolitana moscovita è un fatto unico. Il contorno in maiolica della lupa reca la scritta: “Urbs æterna Romulus Martis filius urbem Romam condit”. Analogamente, per la madonna con bambino: “Santa Maria mater Dei ora pro nobis peccatoribus nunc et in hora mortis nostræ amen” (proprio “Santa”, non “Sancta”). Sull’arco di Tito: “Ante victoria ne canas triumphum”. La bocca della verità è molto diversa da quella della Basilica di Santa Maria in Cosmedin, sembra piuttosto una maschera teatrale simile a quelle di Ostia antica. Anch’essa reca una scritta: “Abundans cautela non nocet pro bono publico ad verum via fert”. Ovviamente, tutti gli errori sono dello scultore.
Nell’atrio non c’è alcun cartello con indicazione delle fermate o dei passaggi da una linea all’altra, presenti invece in tutte le altre stazioni, per non compromettere la prospettiva.
Inizialmente, avrebbe dovuto chiamarsi “Serp i molot” (nelle vicinanze c’era una famosissima omonima fabbrica siderurgica), ma a metà anni ’90 non era molto popolare intitolare alcunché con definizioni “comuniste” (“Falce e martello”, appunto).
Ma perché proprio “Romana”? Certo, la metropolitana di Mosca ha molte altre fermate intitolate a città, capitali e Paesi euroasiatici, e non solo ex URSS, ma comunque ex Comecon: Bielorussia, Alma-Ata, Kiev, Riga, Praga, Bratislava, Varsavia. Invece, Roma fa eccezione. Naturalmente, si potrebbe supporre che sia un omaggio alla definizione di Mosca come “terza Roma” (dopo Costantinopoli). Non è così. Oltre al già citato “Serp i molot”, un altro nome preventivo era “Meždunarodnaja” (per l’omonima via nelle vicinanze, “Internazionale”, ora invece si trova vicino al complesso fieristico Ekspocentr e al quartiere di affari “Moscow City”), un altro ancora “Ploščad’ Il’iča”, che è tuttora il nome della piazza su cui sbuca, ed anche della fermata della linea che interseca la Rimskaja. Poi si optò per “ploščad’ Rogožskoj zastavy” (piazza della granguardia – o barriera doganale – Rogožskaja, dal villaggio Rogož’, poi Bogorodsk, ora Noginsk). Molto più banalmente, ci si fermò su Rimskaja quando, oltre a Lev Nikolaevič Popov, vennero coinvolti i due architetti italiani di cui parlavamo all’inizio.
Oltretutto, era una sorta di “scambio amichevole”, abbastanza diffuso in Europa. Sulla nuova linea della metropolitana della città eterna, l’attuale fermata “Cipro” avrebbe dovuto essere “Moscova” (inutile fu spiegare che la Moscova è un fiume, non la città attraversata da quest’ultimo), progettata in cooperazione con degli architetti russi. Non se ne fece nulla, pazienza.
In compenso, “Moscova” è una fermata del metrò di Milano, esistente fin dal 1978: prende nome dall’omonima via in superficie, che deve la sua denominazione a Bonaparte, in omaggio alla partecipazione del Regno d’Italia napoleonico (1805-1814) alla sua campagna di Russia del 1812 ed in particolare alla battaglia di Borodino (prima si chiamava via Santa Teresa). D’altro canto, da una mappa di Milano del 1878 della stamperia Ronchi, sita in via Torino (o in via Durini? Tra il Duomo e il Castello Sforzesco), in via Pattari, dietro al Duomo, risultavano ancora i “Bagni russi”, cioè la banja. Possiamo solo immaginare quanti fossero i russi perché fosse redditizio mantenere un esercizio commerciale del genere.
Infine, a Roma, tra le nuove fermate in progettazione (ma, si sa, i tempi a Roma sono imprevedibili) della diramazione B1, è prevista la stazione “Mosca”, verso la Bufalotta.
Di quale scambio amichevole parliamo? Per esempio, a Praga c’era una fermata “Moskevská”, ora rinominata “Anděl” (“Angelo”), alla cui progettazione partecipò lo stesso Popov della Rimskaja di Mosca. Ma poi a Pietroburgo, Minsk, Alma-Ata, Char’kov, Nižnij Novgorod, Samara, e presto Kazan’, Volgograd, Caterimburgo, Kiev (ora, ovviamente, rinominata Demievskaja, mentre a Mosca nessuno si sognerebbe di rinominare la Kievskaja, e nemmeno la Pražskaja, o la Varšavskaja, o la Rižskaja). Fin qui, però, siamo nell’ex Unione Sovietica. Abbiamo già citato Praga. Anche a Budapest esisteva la fermata “Moszkva Tér” (piazza Mosca), ora “Széll Kálmán tér”. A Varsavia, progettata, non fu nemmeno aperta. Si prevede che invece se ne debba aprire una a Sofia. A Düsseldorf c’è la Handelszentrum/Moskauer Straße.
Prendo spunto da quello che è stato definito in Italia l’arresto (che in realtà è un fermo, non un arresto, ma non importa) del ministro dello sviluppo economico russo Uljukàev, nella notte fra il 14 e il 15 novembre 2016.
Fin dall’alba del 15 novembre, ho provato pruriti irrefrenabili ai metatarsi nel sentire la povera annunciatrice del notiziario di Radio Popolare parlare dell’arresto. Non sapeva più che pesci prendere, ad ogni notiziario, una versione diversa: Gnugnucàgne (6:30), Uliucàie (7:00), Gliuglicàe (7:30), Ugliuchiàie (8:30)… Per evitare tale effetto esilarante, il conduttore ha preferito nominarlo “ministro”, senza inerpicarsi in pronunce improbabili. Forse è preferibile…
A tal proposito, ricordo un gustoso episodio dell’agosto 1991, un quarto di secolo fa, quando, durante il golpe in URSS, venni chiamato a RAI 3 per tre settimane di traduzione simultanea in regime 24/7.
Era il periodo in cui, a vario titolo, come conduttori o ospiti, vi hanno transitato Claudio Accardi, Bianca Berlinguer, Ennio Chiodi, Maurizio Mannoni, Rosanna Cancellieri, Corradino Mineo, Lucio Manisco, Antonio Di Bella, Bruno Ambrosio, Piero Scaramucci, Paolo Garimberti, Giuliano Giubilei, Flavio Fusi, Michele Santoro, Italo Moretti, Sandro Ruotolo, Federica Sciarelli.
Lo storico direttore di allora, Sandro Curzi, quando il TG 3 per tutti era Tele Kabul, convocò la redazione e intimò loro, indicando me col dito: siccome che ‘sto stronzo ‘o pagàmo e pure parecchio, mò me fate er cazzo der favore che prima de annà in onda je chiedete come cazzo se pronunciano li nomi e cognomi russi! Chiedo scusa per il turpiloquio, ma, come è facilmente intuibile, non è farina del mio sacco. Curzi era così: greve, ma di una professionalità totalizzante. Meschinamente, devo ammetterlo: ho goduto…
Ne feci tesoro molti anni dopo, nel 2011-2014. In quel periodo, ho lavorato per “La Voce della Russia” (la storica “Radio Mosca” dove Togliatti leggeva gli appelli nel periodo della clandestinità), in qualità di speaker per i notiziari serali in lingua italiana. Capitava spesso di dover pronunciare nomi in lingue per lo più sconosciute, a noi della redazione italiana. Chi ricorda più, ad esempio, Mīdān al-Taḥrīr del Cairo, durante le rivolte egiziane del 2011? O il ministro tedesco delle finanze, Wolfgang Schäuble? Essendo la allora “Voce della Russia” (ora purtroppo soppressa) strutturata per redazioni linguistiche, prima di andare in onda mi recavo regolarmente dai colleghi, che so io, arabi, piuttosto che serbi, o tedeschi, per chiedergli, nonostante il loro stupore, la pronuncia corretta di determinati cognomi, località geografiche, ecc.
Nella vulgata italiana, restano pronunce che gridano vendetta, tipo Gòrbacioff al posto di Gorbaciòv (Gorbačëv).
Abbiamo poi Bàris Ielzin al posto di Borìs. E’ vero: in russo, la “o” senza accento tonico si pronuncia quasi come una “a”, ma se mettete l’accento tonico sulla “o”, sbagliando, almeno lasciate intonsa la “o”.
Essendo io di madrelingua russo, so perfettamente che Lenin si pronuncia “Ljénin”, ma se parlo in italiano non dirò mai “Liènin”. E comunque men che mai alla francese Lenìn (Lenine).
Finalmente, il caso eclatante del luogo della catastrofe nucleare del 26 aprile 1986, in un paesotto di 13.000 anime. In russo, quel centro abitato si è sempre chiamato Cernobýl (Černobyl’), ma fu proprio Gorbačëv, nell’annunciare la catastrofe al mondo intero, a chiamarlo Cernòbyl, come si usava nel dialetto locale, in segno di rispetto per la popolazione colpita da quella tragedia. Insomma, in questa parola di tre sillabe, che l’accento tonico cada sulla seconda o sulla terza sillaba, avrebbe comunque una sua ragion d’essere. Gli italiani sono riusciti a scegliere l’unica sbagliata in ogni caso: la prima, Cèrnobil.
Assistiamo negli ultimi anni a due fenomeni linguistici esecrabili. Il primo è che giornalisti ignoranti pensano di sopperire alla mancanza di cultura generale cambiando artatamente gli accenti tonici in parole che si riferiscono a località geografiche (ma non solo) note in Italia da secoli, talvolta da millenni, e che hanno perciò una loro pronuncia italiana indipendentemente dalla pronuncia nella lingua d’origine. Sorprendentemente, subito tutti i loro colleghi iniziano a ripetere a pappagallo la pronuncia sbagliata, e diventa grossolana, da bifolchi, mauvais ton, la pronuncia corretta. Abbiamo così Istànbul al posto di Ìstanbul, Àssad anziché Assàd, Bàku anziché Bakù, ma poi Ìrak, Bàgdad e Afgànistan (alla inglese, cioè all’americana) anziché, rispettivamente, Iràq, Baghdàd e Afghanistàn, poiché molte pronunce italiane sono state mutuate nei secoli dai cugini d’Oltralpe, i francesi. Viceversa, durante le recenti elezioni presidenziali statunitensi ho notato bordate di bon ton tipo Nord Carolàina al posto della Carolina del Nord. Colpa dell’americanizzazione imperante nel vecchio continente.
Certo, questo non riguarda più i nomi propri di persone, mentre a cavallo tra i secoli XIX e XX avevamo traduzioni dal francese in italiano di autori russi come Teodoro Dostoevskij, Leone Tolstoj, Alessandro Puškin, Antonio Čechov ed altre squisitezze del genere. Tuttavia, riguarda invece molte località geografiche, soprattutto (ma non solo) antiche colonie romane. E qui veniamo al secondo fenomeno.
Io mi reco a Mosca, non a Moskvà, sul lungofiume della Moscova, non della Moskvarekà, a Pietroburgo, non a Pétersburg, a Londra, non a London, a Parigi, non a Parì (Paris), a Spira, non a Shpàier (Speyer), a Varsavia, non a Warszawa, a Barcellona, non a Barselòna (Barcelona), e soprattutto a Zara, non a Zadar, a Fiume, non a Rijeka, a Ragusa, non a Dubrovnik, a Zagabria, non a Zagreb. Non mi risulta che i russi, gli inglesi, i francesi, i tedeschi, i polacchi, gli spagnoli, i croati accusino per questo gli italiani di sciovinismo, analogamente come agli italiani importa poco del fatto che Roma e Napoli in russo si dica, rispettivamente, Rim e Neàpol’.
Ebbene, negli ultimi anni, per ragioni nazionalistiche ed estremamente provincialoidi (si chiama “complesso d’inferiorità”), ad opera delle nutrite comunità di fuoriusciti dalle ex repubbliche sovietiche e dal Comecon, subiamo una riscrittura di tutti i loro toponimi, complice Wikipedia (che viene scritta da semplici utenti, da chiunque di noi, da chiunque di loro, giova ricordarlo) e persino, con mio grande rammarico, la Treccani. Scopro così che in italiano non si direbbe più Leopoli, bensì L’viv, non più Moldavia, ma Moldova, non Kišinëv, ma Chișinău. Non capisco (capisco benissimo) per quale ragione gli italiani accettino supinamente che gli venga insegnato l’italiano dagli europei orientali piuttosto che dagli statunitensi. Eppure, sarebbe sufficiente consultare la versione cartacea di un qualunque dizionario enciclopedico italiano serio…