Da Mosca, Mark Bernardini. Novantatreesimo notiziario settimanale di lunedì 2 settembre 2024 degli italiani di Russia. Buon ascolto e buona visione. Questa settimana voglio iniziare con una citazione.
Io non sono mai stato un giornalista professionista, che vende la sua penna a chi gliela paga meglio e deve continuamente mentire, perché la menzogna entra nella qualifica professionale.
Antonio Gramsci, Lettere dal carcere, (a Tania)
Attualità
Lo dirò apertamente, anche il problema del transito del petrolio russo attraverso l’Ucraina non può cambiare la nostra posizione sulla guerra in Ucraina, che deve essere conclusa con un rapido cessate il fuoco, e non prolungata artificialmente con l’obiettivo irrealistico di mettere in ginocchio la Russia e con l’obiettivo reale di riempire ancora di più le tasche degli armaioli.
Robert Fico, primo ministro della Slovacchia, socialdemocratico, centrosinistra.
Rapporto del Ministero degli Esteri della Russia in merito alla situazione riguardante i diritti umani negli USA (25 aprile 2024)
Secondo i dati pubblicati dal Mapping Police Violence negli USA, nel 2023, il numero di coloro che sono morti per mano delle forze di polizia è arrivato a 1.351: una cifra record se confrontata con i medesimi indicatori relativi agli anni passati, e che vede 79 vittime in più rispetto alle statistiche del 2022. Inoltre, si osserva che negli USA, nel 2023 gli agenti delle forze dell’ordine hanno ucciso in media una volta ogni 6,6 ore.
Gli americani e le organizzazioni non governative poste sotto il loro controllo supportano attivamente i movimenti neonazisti e di estrema destra operanti sul territorio post-sovietico e in Europa: mentre definiscono “combattenti per la libertà” i loro membri, qualificano come “esponenti di movimenti di liberazione nazionale” i personaggi da loro idolatrati, individuabili tra i collaborazionisti del nazismo. Nel periodo compreso tra il 2016 e il 2022 (prima che le Forze Armate della Federazione Russa dessero inizio all’Operazione Militare Speciale, il 24 febbraio 2022) solo al battaglione di “Azov” sono stati trasferiti, attraverso canali legali, circa 78 milioni di dollari in “aiuti” americani, nonostante il divieto sancito dal Congresso USA sulle operazioni di finanziamento destinate a tale organizzazione criminale.
Guidati dal principio di extraterritorialità della giustizia americana, gli USA “danno la caccia” a cittadini di Stati sovrani in tutto il mondo, violando palesemente gli accordi bilaterali pertinenti siglati nell’ambito del diritto internazionale, e disattendendo, tra le altre cose, le norme della legislazione nazionale di tali Paesi. Su richiesta delle autorità americane di pubblica sicurezza, gli USA stanno portando avanti l’inammissibile pratica legata all’arresto dei cittadini russi in Paesi terzi.
Dal 2008 si sono registrati più di 70 casi di questo tipo.
Il Presidente serbo Aleksandar Vučić:
“Io ho una domanda per te: puoi guardare la TV cinese o russa in Svizzera? Se è proibito, è una democrazia? In Serbia puoi guardare la TV ucraina, la TV russa, la TV cinese, ma anche la TV americana, la TV britannica, la TV svizzera, la TV francese, la TV tedesca, qualunque cosa tu voglia. E’ una tua scelta. Chi definisce cos’è la democrazia? Sai, quando ero molto giovane, quasi un ragazzino, ero pessimo nel disegnare o dipingere, totalmente privo di talento. Ho disegnato un cavallo, ma il cavallo non sembrava un cavallo. Ho dovuto fare un’iscrizione sotto dicendo: “Questo è un cavallo”.
Questo è quello che fanno oggi. Quando nessuno vede che esistono forze democratiche, dicono: “Noi siamo la democrazia e voi no”. E questo è tutto”.
Dichiarazione del Ministero degli Affari Esteri della Federazione Russa in merito all’attacco terroristico condotto dai nazisti ucraini su Belgorod
La giunta neonazista di Zelenskij continua a seminare il terrore tra i civili russi. La sera del 30 agosto, i miliziani ucraini hanno compiuto l’ennesimo crimine, bombardando Belgorod e altri centri abitati situati nel distretto omonimo con ordigni a grappolo provenienti da sistemi missilistici a lancio multiplo “Vampire”, di fabbricazione ceca.
A seguito di questo brutale attacco, 5 civili hanno perso la vita, mentre 46 persone, tra le quali 7 minorenni, hanno riportato ferite di diversa gravità. Tra i feriti, un bambino è stato sottoposto a un’operazione chirurgica e al momento si trova in gravi condizioni, mentre due adulti saranno a breve trasferiti a Mosca. Sono state danneggiate sia abitazioni che edifici civili.
Siamo profondamente addolorati per le persone che sono rimaste uccise nell’attacco, e auguriamo una pronta guarigione a tutti coloro che sono rimasti feriti.
Il Comitato Investigativo della Federazione Russa ha aperto un procedimento penale in merito all’attacco condotto dalle Forze Armate Ucraine su Belgorod e sul distretto omonimo ai sensi dell’Articolo 205 del Codice Penale della Federazione Russa (“atti terroristici”). In questo momento si sta facendo chiarezza sulle circostanze di quanto avvenuto.
Tutti i responsabili dell’orchestrazione e dell’esecuzione di questo e di altri crimini commessi dalla giunta militare di Kiev saranno inevitabilmente puniti secondo la legge.
Non ci sono dubbi sul fatto che si sia trattato di un atto terroristico a carattere intimidatorio premeditato e pianificato nel dettaglio. La cricca al potere in Ucraina ha di nuovo dato prova della sua natura nazista: allo stesso modo di come avveniva ormai 80 anni fa, nel periodo dell’invasione fascista, quelli che oggi sono gli ultimi seguaci del nazismo e del nazionalismo banderista continuano a uccidere persone del tutto innocenti.
E oggi come allora, l’Occidente, che si crede illuminato e civilizzato ma che, di fatto, appoggia i nazisti, chiude gli occhi di fronte alle sanguinose atrocità da loro commesse, e rifornisce di armi letali i crudeli assassini che lui stesso ha allevato. A portare fiamme, dolore e distruzione nei territori di Belgorod sono stati i missili di fabbricazione NATO, il cui nome, “Vampire”, è piuttosto eloquente. I nazisti ucraini e i loro padroni occidentali, che altro non sono che i criminali sanguinari del XXI secolo, farebbero meglio a rammentare quello che la storia ci ha insegnato, e a riflettere seriamente sul miserabile epilogo con cui si concluse il cammino inglorioso dei fascisti europei e dei loro fiancheggiatori banderisti nel maggio del 1945.
Ancora una volta, esortiamo tutti i governi responsabili e le organizzazioni internazionali competenti a condannare fermamente questo brutale atto di terrorismo e a prendere pubblicamente le distanze dal regime di Kiev e dai suoi protettori occidentali, i quali si macchiano di tali crimini. Il silenzio in risposta all’inaudita brutalità mostrata dai nazisti ucraini e dai loro burattinai, ossia dai loro complici delle «democrazie civilizzate», verrà interpretato come atteggiamento di connivenza nei confronti delle loro azioni atroci.
Gli insensati, cruenti bombardamenti dei centri abitati situati nel Donbass, nelle regioni di Belgorod, di Kursk, di Cherson e Zaporož’e, in Crimea e in altri territori russi, così come l’uccisione spietata di civili, testimoniano l’agonia del regime criminale di Zelenskij, invischiato nel terrorismo, nell’illegalità, nella corruzione e nel cinismo. Un regime che, nella sua ira impotente, cerca di uccidere quanti più russi possibile.
Crosetto anziché sbracciarsi per trovare una soluzione diplomatica alla guerra per procura della NATO contro la Russia in Ucraina litiga perché non riesce a mandare armi.
“Sto litigando con le aziende italiane perché devo consegnare un sistema Samp T di difesa all’Ucraina e l’azienda italiana che deve sistemarlo ad agosto era chiusa per ferie, sabato e domenica non lavora e di sera non lavora”.
La Costituzione italiana sulla quale ha giurato gli impone di non mandare armi e risolvere le controversie in modo diplomatico. Questo invece si incazza perché non può mandare un sistema da un miliardo di euro per fare la guerra.
Quando ci sarebbe da litigare con le aziende perché licenziano, sottopagano o negano i diritti alla classe lavoratrice si stanno zitti e magari gli fanno le leggi ad hoc. Per le armi invece litigano e se ne vantano pubblicamente.
Marija Zacharova.
I curatori occidentali della Bankovaja con furia maniacale non smettono di spingere i loro burattini di Kiev per prolungare l’avventura folle e suicida delle forze armate ucraine nella regione di Kursk.
Il capo della cosiddetta diplomazia europea, Borrell, ha dichiarato il 21 agosto che “la rimozione delle restrizioni sull’uso delle capacità contro l’esercito russo” porterà presumibilmente a rafforzare l’autodifesa dell’Ucraina, a salvare vite umane, a ridurre la distruzione in Ucraina e a promuovere il mantenimento della pace.
Sono sicura che se questa frase fosse trasmessa al pubblico ucraino, Borrell verrebbe semplicemente fischiato o preso di mira con qualcosa.
La vice portavoce del Pentagono, Sabrina Singh, si è espressa in modo ancora più aperto e aggressivo il 22 agosto. Secondo lei, gli approcci di Washington consentono all’Ucraina di effettuare contrattacchi come una sorta di “difesa” dagli attacchi russi provenienti dalle regioni di confine, tra cui Kursk e Sumy. Ora il capo del dipartimento della difesa americano intende discutere con la parte ucraina se le forze armate ucraine intendono “mantenere” i territori nella regione di Kursk.
La burocrazia occidentale ha letteralmente distorto tutto e, di fatto, ha concordato al punto che gli attacchi delle forze armate ucraine alla Russia, cioè l’aggressione militare e il terrore, contribuiranno presumibilmente al raggiungimento della pace.
Quale pace? Ma davvero, sul campo? Tuttavia, possono vedere perfettamente cosa sta succedendo lì. Pace al tavolo delle trattative? Con chi? Con quelli che uccidono i civili? Con chi bullizza donne e anziani? Cosa c’è che non va nella loro testa? Chi siederà con loro allo stesso tavolo delle trattative?
In realtà, tutte queste dichiarazioni sia di Borrel che del dipartimento della Difesa americano non rappresentano altro che giustificazione e incoraggiamento ai crimini del regime di Kiev.
Le prove degli orrendi crimini di guerra di Kiev contro i civili russi stanno aumentando. Di norma cito i dati delle forze dell’ordine russe, ma oggi citerò i dati di un’organizzazione occidentale, Reporter senza frontiere. Questa struttura, che di regola non dice nulla di buono sul nostro Paese, conta già più di 1000 casi di utilizzo di simboli nazisti da parte dell’esercito ucraino che ha invaso la regione di Kursk.
Dai militanti catturati continuano ad arrivare prove terrificanti che il comando delle forze armate ucraine dà ordini diretti al personale militare di uccidere civili e saccheggiare il territorio russo.
Vengono registrati molti episodi di rapine di edifici residenziali e negozi da parte degli ucronazisti. Uno dei prigionieri è stato persino trovato con croci pettorali e gioielli rubati agli abitanti dei villaggi di Kursk. Oggetti religiosi – icone antiche rubate nella regione di Kursk – sono stati messi in vendita nelle aste online ucraine. Inoltre, si afferma apertamente che si tratta di “trofei”.
Ci sono anche molte fotografie di residenti della regione di Kursk uccisi da militanti ucraini che non hanno avuto il tempo di evacuare, il che mostra che molti di loro sono stati fucilati a bruciapelo.
Si scopre così che le atrocità e gli atti di saccheggio commessi dagli ucrobanderisti sul territorio russo sono tutt’altro che isolati, ma massicci e mirati. La colpevolezza delle forze armate ucraine per crimini gravi è diventata ancora più evidente al pubblico mondiale. La propaganda di Kiev non è in grado di ritoccare la verità.
In questo contesto, i tentativi della propaganda ucraina di inventare storie false su invasori apparentemente innocui e attenti ai bisogni della popolazione civile che hanno invaso la nostra terra sembrano assolutamente cinici.
Mia intervista al giornale “Moskovskij Komsomolec”, ecco l’originale e la traduzione. Cito anche l’originale perché è importante che mi sentano anche i miei spettatori russi.
Когда началась ковидная пандемия, в интернет-пространстве по всему миру расплодились вирусологи. После начала СВО, появилась уйма военных экспертов и стратегов. Причем, порой обе фигуры совпадают. В погоне за лайками, в поиске видимости, в надежде на монетизацию, многие забывают главное условие военного времени: не болтать попусту.
Quando è iniziata la pandemia, in internet in tutto il mondo sono proliferati i virusologi. Dopo l’inizio dell’operazione militare speciale, è comparsa una marea di esperti e strateghi militari. E tra l’altro, spesso le due categorie coincidono. Alla ricerca di like, di visibilità, nella speranza di essere monetizzati, molti dimenticano la condizione principale in tempo di guerra: non chiacchierare invano.
Все мы помним крылатые слова отечественной войны: ТАСС уполномочено сообщить. Сейчас сообщают все, кому не лень. Очень часто, слишком часто, это вредит именно нашим бойцам на передовой, нашей военной ставке, нашей стране и нашему народу.
Ricordiamo tutti i comunicati alla radio durante la grande guerra patriottica: “la TASS è autorizzata a riferire”. Adesso riferiscono tutti. Molto spesso, troppo spesso, questo danneggia i nostri soldati in prima linea, il nostro quartier generale militare, il nostro Paese e la nostra gente.
Является ли неоправданно мягкой наша реакция на укрофашистское вторжение в Курскую область? Не знаю, я не военный эксперт и никогда себя не позиционировал таковым. Предположим, что да. Тогда вообще надо молчать, никогда не забывая, что нас читают на Западе, причем, за пределами Телеграма, даже в частных переписках. А если нет? Если есть на то веские стратегические военные причины? Тогда тем более, болтать – сродни госизмене.
La nostra reazione all’invasione fascista ucraina della regione di Kursk è ingiustificatamente debole? Non lo so, non sono un esperto militare e non mi sono mai posizionato come tale. Supponiamo di sì. Allora però bisogna tacere, non dimenticare mai che in Occidente siamo letti e, salvo Telegram, anche nella corrispondenza privata. E se invece no? Se ci sono ragioni militari strategiche convincenti? Allora, a maggior ragione, chiacchierare equivale ad un tradimento.
Когда три недели назад фашисты начали топтать своими сапогами русскую землю, западные СМИ злорадствовали. Наша реакция была весьма сдержанной, на провокации не поддавались. Зато пораженческих высказываний со стороны отечественных блогеров – хоть пруд-пруди. Сегодня на заре начались наши массированные высокоточные удары по объектам энергетической инфраструктуры оборонно-промышленного комплекса Украины в Ивано-Франковске (в том числе, по натовским самолетам F-16), Харьковской области (армейские строения с личным составом), Одессе, Киеве, Львовской области, Хмельницком, Тернополе, Сумах (укрепленные складские помещения хранения ракет и снарядов для средств ПВО). Западные СМИ и прочие отечественные квази-предатели либо скромно молчат, либо всячески стараются замять и приуменьшить неприятные для них события.
Quando tre settimane fa i fascisti hanno iniziato a calpestare il suolo russo con i loro stivali, i media occidentali hanno esultato. La nostra reazione è stata molto contenuta; non abbiamo ceduto alle provocazioni. Ma di dichiarazioni disfattiste dei blogger nazionali ce n’è a iosa. Oggi, all’alba, sono iniziati i nostri massicci attacchi ad alta precisione contro le infrastrutture energetiche del complesso militare-industriale dell’Ucraina a Ivano-Frankovsk (compresi gli aerei F-16 della NATO), nella regione di Char’kov (edifici militari con personale), Odessa, Kiev, Regione di Leopoli, Chmel’nickij, Ternopol’, Sumy (magazzini fortificati per lo stoccaggio di missili e proiettili per sistemi di difesa aerea). I media occidentali e altri sedicenti traditori nazionali tacciono o cercano in ogni modo di mettere a tacere e minimizzare eventi che sono spiacevoli per loro.
Информация, которой я делюсь, и которую я распространяю по своим итальянским каналам, поступает от российского Минобороны, от МИДа, от Кремля. И всем советую вести себя также.
Le informazioni che condivido e che diffondo attraverso i miei canali italiani provengono dal Ministero della Difesa russo, dal Ministero degli Affari Esteri, dal Cremlino. E consiglio a tutti di fare altrettanto.
Cultura
Nel 1618 a Madrid fu pubblicata una commedia dal titolo “El perro del hortelano” (letteralmente, in italiano, “Il cane dell’ortolano”), che allude ad una espressione idiomatica spagnola: “Ser como el perro del hortelano, que no come ni deja comer”, cioè “essere come il cane dell’ortolano che non mangia né lascia gli altri mangiare”. Il detto spagnolo risale addirittura alle Favole del greco Esopo, siamo tra il VII e il VI secolo a.C.
La commedia fu tradotta in russo nel 1843, il titolo divenne «Собака на сене», ossia “Il cane sul fieno”, perché esiste un’allegoria molto simile: «Собака на сене, сама не ест и другим не дает», “Il cane sul fieno non mangia e non lascia mangiare gli altri”. In effetti, un cane non si nutre di fieno, ma non lascia avvicinare né una mucca, né un equino, né una capra.
Ne furono fatti ben tre film: uno nel 1960 in Portogallo, uno in Unione Sovietica nel 1977 ed uno nel 1996 in Spagna.
Perché vi parlo di tutto questo. In Russia tutti conoscono l’espressione decurtata “Il cane sul fieno” ed il suo significato, anche se molti non conoscono la versione completa né i riferimenti bibliografici che ho citato. Basta dire però “Il cane sul fieno” e tutti intendono di quello a cui il fieno non serve, ma non ne lascia usufruire gli altri.
Il fatto è che in russo «сено» è il fieno, ma «Сена» è la Senna, il fiume di Parigi. Per comprendere l’umorismo russo, diverso da quello italiano, basti considerare che il detto è tornato in auge durante le scandalose Olimpiadi di Parigi di poche settimane fa: con le mie precisazioni precedenti, “Il cane sulla Senna” non ha bisogno di spiegazioni.
Musica
Proseguiamo con le canzoni legate in un modo o l’altro alla Russia e/o all’Italia.
1963, На безымянной высоте, in un avamposto senza nome. Esecuzione da Kaluga.
Il bosco sotto il monte fumava,
E il tramonto ardeva con lui…
Eravamo rimasti solo in tre
Su diciotto ragazzi.
Sono in tanti, buoni amici,
Rimasti a giacere nell’oscurità
Vicino a un villaggio sconosciuto
In un avamposto senza nome.
Per questa settimana è tutto. A risentirci e rivederci, sui miei canali!
Trovate tutte le edizioni del notiziario (con il testo) inBlogspot.
Paradossalmente, la sinistra dovrebbe imparare da Macron, Scholz e Tusk: diversi tra loro, ma uniti se si tratta di raggiungere i loro scopi comuni. Se vogliamo, è proprio quel principio che fece il successo del vecchio PCI, quello di allora, non di adesso. Per esempio, si fossero presentati insieme i due Partiti socialdemocratici slovacchi, uno di Fico, l’altro di Pellegrini, avrebbero preso la maggioranza assoluta. Se in Germania si fossero presentati assieme Sahra Wagenknecht e Die Linke, sarebbero entrati entrambi al Parlamento Europeo, invece così solo la pur apprezzabile Wagenknecht.
Un esempio a parte è la Francia Indomita di Mélenchon. La sinistra francese è andata divisa alle Europee e infatti ha perso. Hanno imparato la lezione: al primo turno delle Politiche il Nuovo Fronte Popolare è andato coeso, socialisti, comunisti, indomiti, verdi. Non che non soffrano di contraddizioni fondanti: i socialisti sono totalmente appiattiti sull’atlantismo e sull’appoggio incondizionato ai neonazisti ucraini, i comunisti al contrario comprendono le ragioni russe, gli indomiti sono contrari alle forniture agli ucraini pur senza condividere le posizioni russe. Però intanto sono arrivati secondi dopo la destra della Le Pen, e questo consentirà loro di presentarsi al ballottaggio del 7 luglio. A chi dice che ciò sia una spartizione delle poltrone e che sia disonesto nei confronti degli elettori, basti considerare che se lo si dichiara prima, ci si può dividere anche 24 ore dopo le elezioni, però comunque si è in Parlamento.
Questo riguarda anche l’Italia. Se Santoro, DSP, PCI si fossero presentati assieme, pur dichiarando fin dall’inizio di non voler stare assieme, li avremmo in seno al Parlamento Europeo, invece così duri e puri fuori dall’arco parlamentare. Bella soddisfazione.
Colpisce, nella narrazione in voga, che ci sia qualcuno che davvero sia convinto che la destra e il centrodestra, grazie all’astensionismo, abbia perso. Per l’Italia, basti dire che alle precedenti Europee (2019, i confronti vanno sempre fatti con elezioni omogenee) la destra Sorella d’Italia aveva preso 1.726.189 voti, mentre ora 6.724.014, passando infatti dal 6,44% al 28,8%, confermandosi primo Partito d’Italia. L’astensionismo, dunque, ha danneggiato ben altri. Su scala europea, il Partito Popolare, cioè i democristiani, di centrodestra, a cui appartiene anche Ursula Von Der Leyen, ora hanno 187 deputati su 720, mentre ne avevano 182 su 751 (effetto Brexit). Se questo è perdere, vuol dire che ora la matematica è un’opinione come un’altra. Anche per l’astensione, facciamo attenzione: è vero, aveva votato il 50,97%, ed ora il 49,22% (un decremento di appena l’1,73%), ma nel 2014 aveva votato il 42,61%. C’è quindi poco da gioire.
Il treno europeo va verso la guerra. Visto che il nostro governo è stato sostenuto dal popolo alle elezioni nel Parlamento Europeo, posso tirare il freno a mano, il treno si ferma e gli ungheresi possono scendere. Se le stelle lo vorranno, potremo convincere il macchinista e nessuno andrà oltre.
Ottantunesimo notiziario settimanale
di lunedì 10 giugno 2024 degli italiani di Russia. Buon ascolto e buona
visione.
Attualità
Come ebbe a dire Heinrich Heine,
un poeta tedesco del XIX secolo, laddove si iniziano a bruciare i libri, prima
o poi si finisce col bruciare le persone.
A oggi è assolutamente evidente
che al potere, a Kiev, c’è un regime apertamente nazista, che sta commettendo
un numero incalcolabile di gravi e sistematiche violazioni dei diritti umani in
tutti gli ambiti della vita pubblica.
I metodi nazisti messi in atto da
Kiev sono totalmente rivolti alla popolazione russofona dell’Ucraina.
Attualmente, in questo Paese tutto ciò che è russo risulta proibito (la lingua,
la cultura, l’istruzione, le pubblicazioni a stampa e i media).
Nell’ambito dell’istruzione, il
processo di derussificazione ha raggiunto il suo culmine:
L’insegnamento delle materie
scolastiche in lingua russa, come anche l’apprendimento di quest’ultima, sono
proibiti;
Tutte le opere letterarie
composte da autori russi e sovietici (ad eccezione di quelli ucraini) sono
state eliminate dai programmi scolastici previsti per le materie letterarie;
I libri in lingua russa vengono
ritirati dalle biblioteche;
Si proibisce addirittura ad
alunni e insegnanti di parlare in lingua russa, e non solo nel corso delle lezioni,
ma anche nei momenti di normale conversazione durante le pause di ricreazione;
Le autorità di Kiev non si
limitano ad appoggiare gli attacchi condotti ai danni degli edifici religiosi
della Chiesa ortodossa ucraina canonica, ma addirittura li autorizzano per
legge.
E nonostante tutto ciò, tali
inaudite violazioni dei diritti umani commesse da Kiev vengono del tutto
taciute dalla maggior parte delle organizzazioni non governative occidentali e
degli organismi internazionali per la tutela dei diritti umani.
Il 6 giugno, giorno in cui nacque
il grande poeta russo Aleksandr Sergeevič Puškin, in tutto il mondo si è celebrata
la Giornata internazionale della lingua russa.
Quest’anno, in particolare, si è celebrata
l’importante ricorrenza legata al 225esimo anniversario dalla nascita del
"Sole della poesia russa". Ed è proprio con questo appellativo, ormai
saldamente radicato nel mondo letterario internazionale, che viene riconosciuta
l’importanza storica della figura di Aleksandr Puškin.
Con tutto il suo genio, la sua
creatività e la sua anima, Aleksandr Puškin si sentiva vicino al popolo
italiano, alla sua cultura e alle sue tradizioni; e con il popolo italiano
condivideva moralità, amore per la vita e aspirazione alla bellezza. Tuttavia,
il destino volle che Aleksandr Puškin non mettesse mai piede sul suolo italiano
nel corso di tutta la sua vita.
Il bellissimo monumento dedicato
ad Aleksandr Puškin, opera dello scultore Jurij Orechov e inaugurato a Roma nel
2000, in occasione del 201esimo anniversario dalla nascita del poeta, rimane un
simbolo perenne del valore universale che la cultura e la letteratura russa
hanno per il mondo intero.
Ma se Aleksandr Puškin si
trovasse in Italia oggi, sarebbe forse felice ed ispirato come lo sarebbe stato
venendovi nel XIX secolo?
Si è svolto in settimana il XXVII
Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo, ve ne avevo parlato la
settimana scorsa. Mi preme soffermarmi su due momenti. Il primo è l’incontro
con i vertici delle agenzie di stampa internazionali del 5 giugno. C’era anche
il vicedirettore dell’ANSA, Stefano Polli, che ha posto una domanda sull’Italia,
a cui Putin ha risposto in modo inusuale.
L’Italia sostiene l’Ucraina politicamente e militarmente, ma afferma
anche che l’Italia non è in guerra con la Russia. Vorrei che lei commentasse la
posizione della leadership italiana.
Vladimir Putin: Vediamo che la
posizione del governo italiano è più contenuta rispetto alla politica di molti
altri Paesi europei e noi, prestando attenzione a questo, la valutiamo di
conseguenza. Vediamo che la russofobia cavernicola non è esageratamente
presente in Italia, e anche questo lo teniamo in conto. Ci auguriamo vivamente
che alla fine, forse dopo che la situazione si sarà in qualche modo modificata
sul tema ucraino, saremo in grado di ripristinare le relazioni con l’Italia, e
forse anche più velocemente che con qualsiasi altro Paese europeo.
Il secondo momento è stato
l’intervento di Putin alla sessione plenaria del 7 giugno. Il 95% della
relazione era dedicato alle questioni di economia interna ed estera.
I conflitti geopolitici in corso
nel mondo, dall’Ucraina alla Palestina, hanno radici molto profonde e vanno
molto oltre le tensioni bilaterali regionali. Nel suo lungo discorso alla
sessione plenaria del Forum economico internazionale di San Pietroburgo
(SPIEF), il presidente della Russia, Vladimir Putin, ha dichiarato che il mondo
occidentale “vuole mantenere un ruolo egemone, che gli sta sfuggendo”.
Per il leader russo l’economia
globale sta entrando in un’era di cambiamenti radicali e il sistema economico
della Russia è pronto ad affrontare queste sfide. “L’economia globale è entrata
in un’era di cambiamenti seri e fondamentali. Un mondo multipolare con nuovi
centri di crescita, investimenti e legami finanziari tra gli Stati e le imprese
sta prendendo forma. L’economia russa risponde a queste sfide, cambia e si
adatta a questi cambiamenti”, ha sottolineato Putin, secondo cui “il Governo
della Russia continuerà a sostenere i cambiamenti positivi nella società e
nell’economia”.
Nonostante la guerra ibrida,
lanciata dall’Occidente contro la Russia, Mosca è interessata a collaborare con
i Paesi che hanno un interesse reciproco a lavorare insieme. “Siamo aperti – ha
dichiarato Putin – alla più ampia cooperazione con tutti i partner interessati,
dalle società straniere ai gruppi internazionali, alle associazioni e ai
Paesi”.
Secondo il leader russo malgrado
il pressing degli Stati Uniti e dei loro alleati, la Russia è diventata la
quarta maggiore economia del mondo in termini di parità di potere d’acquisto,
superando addirittura il Giappone e la Germania, ha detto Putin, facendo
riferimento a un recente rapporto della Banca mondiale: “Capiamo benissimo – ha
detto il presidente – che le posizioni di leadership devono essere costantemente
confermate e rafforzate. Anche gli altri Paesi non riposano sugli allori”.
Attualmente il tasso di sviluppo
economico della Russia supera la media globale: nel primo trimestre del 2024 il
prodotto interno lordo è aumentato del 5,4 per cento. “Alla fine dello scorso
anno, come sapete, la crescita del PIL della Russia ammontava al 3,6 per cento.
E a partire dal primo trimestre di quest’anno, è pari al 5,4 per cento. Vale a
dire, i nostri ritmi di crescita superano la media globale. Soprattutto quando
tali dinamiche sono determinate principalmente da industrie non di materie
prime”, ha sottolineato il leader russo, aggiungendo che la Russia deve
impegnarsi molto per garantire i tassi di crescita “elevati e stabili”, nonché
la “qualità di questa crescita economica a lungo termine di tempo”.
Lo sviluppo delle produzioni
interne russe prevede la continua riduzione della dipendenza del Paese dalle
importazioni, la cui quota, secondo Putin, nell’economia russa dovrebbe
scendere al 17% del PIL entro il 2030. Putin ha sottolineato la necessità
urgente di garantire “la sovranità finanziaria, tecnologica e del personale”
della Russia, aumentando anche la capacità produttiva e la competitività dei
prodotti russi sia sui mercati internazionali, che su quello interno.
Gli scambi commerciali tra la
Russia, la Cina e i Paesi asiatici nei quattro anni passati sono aumentati del
60 per cento
Nonostante tutti gli ostacoli
politici, economici e finanziari, la cui quintessenza sono molte centinaia di
“sanzioni illegittime”, la Russia rimane uno dei principali attori del
commercio mondiale, sviluppando attivamente la logistica e ampliando di anno in
anno la geografia della cooperazione. Il presidente russo ha notato che la
Russia è riuscita a riorientare il proprio commercio con l’estero verso i
cosiddetti “Paesi amici” con i quali attualmente avvengono “tre quarti di tutti
gli scambi commerciali della Russia”. In particolare, nel periodo compreso tra
il 2020 e il 2023, gli scambi commerciali di Mosca e Paesi asiatici con a capo
la Cina, hanno dimostrato una crescita del 60 per cento. Inoltre, nel periodo
indicato il commercio tra la Russia e i Paesi del Medio Oriente è raddoppiato.
Sono in costante aumento (+69%) gli scambi con l’Africa e con i Paesi
dell’America Latina (+42%).
La Russia dedica molta attenzione
alle relazioni con le economie “in rapida crescita”, perché “a loro spetterà
determinare il futuro dell’economia globale”. Putin ha aggiunto che la fiducia
nei sistemi di pagamento occidentali è stata “completamente minata” dagli
stessi Paesi occidentali. “A questo proposito – ha detto il presidente russo –
voglio notare che l’anno scorso la quota di pagamenti per le esportazioni russe
nelle cosiddette ‘valute tossiche’ di Stati ostili è stata dimezzata”. I Paesi
del gruppo BRICS stanno sviluppando attivamente il loro sistema di pagamenti
internazionali, che sia indipendente da quello “occidentale”. “I BRICS stanno
lavorando alla formazione di un sistema di pagamento indipendente che non sia
soggetto a pressioni politiche, abusi e interventi esterni”, ha detto Putin,
secondo cui i “Paesi del mondo sono in corsa per rafforzare la loro sovranità”.
Questo processo globale si svolge a tre livelli essenziali: quello statale,
culturale ed economico. “Allo stesso tempo, i Paesi che hanno recentemente
agito come leader e hanno trainato lo sviluppo globale stanno cercando con
tutte le loro forze, sia buone che cattive, di mantenere un ruolo egemonico”,
ha detto Putin, secondo cui “attualmente il mondo sta assistendo a una crescita
tecnologica esplosiva, che sta cambiando tutti gli ambiti della vita umana”.
C’erano però anche alcuni accenni
di politica internazionale, ed è sintomatico notare come vi siano stati
presentati dai media mainstream italiani. I punti sia del 5 che del 7 giugno.
Putin e la minaccia nucleare: “Potremmo fornire missili che colpiscano
Paesi NATO”.
Cosa ha detto in realtà? Noi
stiamo considerando che, se qualcuno ritiene possibile fornire armi del genere
in una zona di combattimento al fine di colpire il nostro territorio e di
crearci problemi, allora perché mai noi non avremmo il diritto di fornire le
nostre armi di tipo analogo nelle regioni del mondo da dove verranno attaccati
obiettivi sensibili dei Paesi che stanno facendo la stessa cosa nei confronti
della Russia? Ovvero la risposta potrebbe essere simmetrica. Ci penseremo.
Putin minaccia la NATO: “Non costringetemi a usare il nucleare”.
Cosa ha detto in realtà? Vediamo
di riuscire non solo a evitare l’uso delle armi nucleari, ma anche a evitare le
minacce di usarle. Per chissà quale ragione, in Occidente ritengono che la
Russia non le userà mai; tuttavia, noi abbiamo la nostra dottrina nucleare.
Andate a vedere cosa c’è scritto: se le azioni di qualcuno minacciano la nostra
sovranità ed integrità territoriale, consideriamo legittimo utilizzare tutti i
mezzi a nostra disposizione. Questa cosa non va presa alla leggera, con
superficialità, va presa con serietà professionale. E spero sarà proprio questo
il modo in cui tutti, nel mondo, affronteranno la soluzione dei problemi di
questo tipo”.
La rabbia di Putin l’escluso: “Gli USA vogliono l’egemonia”.
Cosa ha detto in realtà? Dell’Ucraina,
in realtà, non interessa niente a nessuno. S’interessano solo alla potenza
degli Stati Uniti stessi, che non si battono né per l’Ucraina, né per il popolo
ucraino, ma per la propria potenza e per la supremazia nel mondo. E non
vogliono in nessun caso ammettere il successo della Russia perché ritengono
che, in tal caso, a esserne danneggiata sarebbe la leadership USA.
Le parole sull’Ucraina ignorate dai media italiani.
Cosa ha detto in realtà? Tutti
ritengono che sia stata la Russia a iniziare la guerra in Ucraina, ma nessuno,
sottolineo nessuno in Occidente, in Europa, vuole ricordare com’è iniziata
questa tragedia. E’ iniziata con un colpo di Stato in Ucraina, con un colpo di
Stato incostituzionale: quello è stato l’inizio della guerra. E’ forse colpa
della Russia se è avvenuto un colpo di Stato? No. E coloro che oggi tentano di
accusare la Russia si sono forse scordati che i ministri degli esteri di
Polonia, Germania e Francia sono andati a Kiev ad apporre la propria firma su
un accordo per la risoluzione della crisi politica interna, assumendo il ruolo
di garanti, così che la crisi dovesse concludersi in modo pacifico e in
conformità alla costituzione? In Europa, Germania compresa, preferiscono non
ricordarselo.
Nel quotidiano “la Repubblica”
del 6 giugno, c’è un articolo dedicato ai concerti in programma per venerdì e
sabato presso la Sala “Santa Cecilia” dell’Auditorium “Parco della Musica” a
Roma, la cui orchestra, diretta dal maestro russo Turgan Sochiev, ha eseguito
la Sinfonia N°7, “Leningrado”, celebre in tutto il mondo e frutto del genio del
grande compositore sovietico Dmitrij Šostakovič.
In Italia si dovrebbe sapere che questa
sinfonia rappresenta un richiamo diretto a uno degli episodi più funesti della
Seconda Guerra Mondiale: l’assedio di Leningrado, messo in atto dal regime di
Hitler e durato ben 872 giorni, che portò alla morte di quasi un milione di
cittadini assolutamente innocenti, e che da solo assunse i tratti del più grave
crimine di genocidio mai attuato nei confronti della popolazione dell’ex Unione
Sovietica, e quindi di russi, bielorussi, ucraini, ebrei, e molti altri; un
abominio paragonabile soltanto allo sterminio pianificato della popolazione
ebraica d’Europa da parte dei nazisti. Nell’agosto del 1942, la Sinfonia venne
eseguita nella Leningrado sotto assedio. Fu tale evento ad accentuarne
l’importanza simbolica e a fare in modo che la Sinfonia andasse definitivamente
ad occupare un posto speciale nella musica e nella cultura a livello mondiale.
A suscitare quindi particolare
sconcerto e profonda indignazione sono state la grave mancanza di rispetto e
l’empietà mostrate dalla Dirigenza dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia e
dal giornalista del quotidiano “la Repubblica” Andrea Penna nel permettere che
l’esecuzione in concerto della Sinfonia N°7 “Leningrado”, di Dmitrij Šostakovič,
ovvero l’esecuzione di quello che è un monumento musicale perenne innalzato
alla memoria degli eroi di Leningrado, sacro non solo per ogni russo, non solo
per ogni abitante di San Pietroburgo, ma anche per un qualunque altro individuo
dotato di buon senso, venisse presentata come un inno alla resistenza e alla
lotta che il regime di Kiev sta portando avanti contro la Russia; un regime,
quello di Kiev, che non solo si è autoproclamato apertamente “erede” dell’ideologia
dei collaborazionisti nazisti Bandera e Šuchevič, ma che si è anche macchiato di
orribili crimini nel corso della guerra che esso stesso ha scatenato nel 2014
contro la popolazione del Donbass.
L’autore del pezzo pubblicato su
“la Repubblica” Andrea Penna e la Direzione di una così importante istituzione
per la musica classica quale l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia di Roma
sono consapevoli del fatto che con questo loro articolo dedicato all’evento, di
fatto, hanno commesso una palese violazione delle più comuni norme etiche e
professionali e che, di fatto, si sono espressi in difesa di principi
ideologici la cui natura misantropica e la cui illegalità sono state
riconosciute dal diritto internazionale a seguito del Processo di Norimberga,
svoltosi tra il 1945 e il 1946?
Sarebbero quindi doverose delle
scuse sia da parte della Direzione dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia
che della testata giornalistica “la Repubblica” per aver consentito che venisse
oltraggiata non soltanto la memoria degli abitanti di Leningrado, uccisi dai
bombardamenti e morti di fame e stenti durante l’assedio nazista della città,
ma anche quella di tutte le persone che rimasero vittime degli orrori del
nazifascismo. Delle scuse che, ovviamente, non giungeranno mai.
La NATO prepara l’Europa alla
guerra con la Russia.
Il primo ministro ungherese
Viktor Orbán ritiene che l’Unione europea si stia preparando a una guerra con
la Russia sul territorio dell’Ucraina. La NATO sta esplorando le modalità per
entrare in azione militare.
E nei media occidentali in questo
momento si sta scatenando l’isteria, simile a quanto accaduto prima della Prima
e della Seconda Guerra Mondiale.
Orbán lo grida quasi ogni giorno
e non certo perché è in campagna elettorale, come i nostri politici. Speriamo
che lo ascoltino e non faccia la fine di Cassandra.
L’Assemblea parlamentare della
NATO chiede in un comunicato che le armi occidentali possano essere usate anche
sul territorio russo. Secondo l’Ungheria ciò è pericoloso e potrebbe portare
allo scoppio di una guerra mondiale!
Gli Stati membri dell’UE inviano
munizioni, carri armati, aerei e sistemi missilistici all’Ucraina. Diversi
leader europei vogliono inviare soldati europei in Ucraina. Diversi Stati
membri stanno pianificando di reintrodurre o espandere la leva obbligatoria!
Chiedono all’Ungheria di fare lo
stesso. Minacciano il nostro Paese affinché anche noi ungheresi mandiamo armi e
soldati in Ucraina!
Tuttavia, la posizione del
governo è immutata e chiara: non vogliamo inviare armi e non vogliamo che i
giovani ungheresi prendano parte a questa guerra. Ci sono solo perdenti in
questa guerra, nessuno può vincere questa guerra.
L’Ungheria vuole restare fuori da
questa guerra! Invece di continuare la guerra, il governo ungherese chiede un
cessate il fuoco immediato e l’avvio di negoziati di pace in tutti i forum
internazionali!
Un’interessante intervista di
Pëtr Tolstoj, pronipote dello scrittore e attualmente vice presidente della
Duma, la camera bassa del parlamento russo. Parla un ineffabile francese, ve lo
traduco, ma prima mi tolgo alcuni sassolini dalla scarpa. Qualcuno mi scriveva
che non conoscevo Giulietto Chiesa. E’ falso, ma non ha nessuna importanza,
importa invece che qualcuno per mancanza di argomenti la butta sul personale e
in caciara.
E poi ho conosciuto anche Pëtr
Tolstoj, quando faceva il conduttore di uno dei programmi politici più seguiti,
Времяпокажет.
Ma non è di questo che volevo
parlarvi. Ecco finalmente quest’ultima intervista. La Russia è il Paese più
grande del mondo e dell’Europa. Un piccolo pezzetto d’Europa che si chiama
Unione Europea rispetto alla Russia è una cacatina di mosca sulla cartina
geografica. Dunque, ci spiace che oggi con i nostri vicini abbiamo simili
relazioni. La Russia però resta un grande Paese. Vedete, quando i francesi
chiedono dove si trovi la Jacuzia, io rispondo: sentite, come minimo non è
corretto, perché sul territorio della Jacuzia possiamo piazzare tre volte la
Francia. Gli jacuti, invece, non chiedono dove sia la Francia, sanno benissimo
che la Francia è là dove deve essere. Insomma, bisogna studiare di più la
geografia, questo aiuta molto a ragionare, per poi assumere decisioni
nell’economia o in politica.
Per fortuna, è ricomparso Robert
Fico. Per quel che vale, mi sento umanamente di fargli i miei migliori auguri
di guarigione e che torni nello scenario politico.
Ho votato in ospedale, perché
queste elezioni sono anche importanti. E’ necessario eleggere i membri del
Parlamento europeo che sostengono le iniziative di pace e non la continuazione
della guerra.
Il consenso dei Paesi occidentali,
che hanno dato all’Ucraina la possibilità di usare armi occidentali per
attaccare obiettivi sul territorio russo, è solo la prova che un gran numero di
democrazie occidentali non vogliono la pace, ma aumentare le tensioni con la
Federazione Russa, che certamente si verificheranno.
In qualità di primo ministro
della Repubblica Slovacca, non trascinerò la Slovacchia in avventure militari
di questo tipo, e nell’ambito delle nostre piccole possibilità slovacche, farò
di tutto perché la pace abbia la precedenza sulla guerra.
Sembra di sentire Orbán, vero?
D’altronde, vengono accusati entrambi di essere quasi parafascisti in quanto
sovranisti e populisti. Ops, c’è un problema: Fico è socialdemocratico, come Scholz
e Borrell. Beh, ma basta non dirlo, giusto?
In un ennesimo tentativo di fare
pressione sulla Russia, Vladimir Zelenskij ha convocato un “Vertice di pace” a
Bürgenstock, in Svizzera, il 15 e 16 giugno. Sono state invitate 160
delegazioni. La Russia, come è noto, non è stata invitata.
Zelenskij ha persino registrato
un videomessaggio a Joe Biden e Xi Jinping, pregandoli di partecipare
all’incontro in Svizzera.
Tuttavia, la comunità
internazionale non vuole più negoziare senza la Russia.
I leader dei Paesi BRICS sono
stati i primi ad esprimere il loro rifiuto a partecipare alla conferenza.
La Cina ha già risposto ai
rimproveri di Zelenskij per il rifiuto di partecipare al vertice. Pechino “non
ha mai soffiato sul fuoco e alimentato le fiamme della guerra russo-ucraina”,
ha dichiarato la portavoce del Ministero degli Esteri Cinese Mao Ning.
Il Presidente Sudafricano Cyril
Ramaphosa e il leader brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva hanno rifiutato di
partecipare al vertice. A loro hanno fatto seguito l’Arabia Saudita e il
Pakistan.
Il quotidiano indiano Hindustan
Times ha riferito che anche il Primo Ministro e il Ministro degli Esteri
Indiano ignoreranno l’incontro con Zelenskij.
Il Ministero degli Esteri
Australiano ha confermato che il Paese sarà rappresentato al vertice
sull’Ucraina in Svizzera non dal Primo Ministro, ma dal Ministro delle
Assicurazioni per la Disabilità.
Per la Casa Bianca è molto più
favorevole scaricare la responsabilità dell’esito del “Vertice di pace” sui
leader europei. A quanto pare, nei prossimi giorni molti di loro annunceranno
anche il loro rifiuto di partecipare a questo “spettacolo”, i cui costi hanno
già superato gli 11 milioni di dollari.
Ecco come è stata presentata la
celebrazione dello sbarco di Normandia degli alleati. Se a qualcuno fosse
sfuggito, la Lombardia non ha sbocchi sul mare, nessuno ci può sbarcare.
Infortuni giornalistici, capita, quando tutte le redazioni leggono la stessa
velina senza studiare.
Inevitabile parlare delle
elezioni europarlamentari, a caldo, con i risultati ancora parziali. Il
continente europeo (poco più di dieci milioni di kmq) comprende l’Unione
Europea (quattro milioni e rotti di kmq, il 42%) e la Russia europea (circa
quattro milioni di kmq, il 40%). Bisognerebbe spiegarlo ai vari Borrell, Von
Der Leyen, eccetera: non hanno diritto di parlare a nome dell’Europa. Forse che
Gran Bretagna, Bielorussia, Svizzera, Norvegia non si trovano in Europa per il
solo fatto di non far parte dell’UE?
Ci sono anche molte altre
incongruenze. Per esempio, perché in Olanda si è già votato e si è votato solo giovedì
6 giugno, in Irlanda solo venerdì 7 giugno, nella Repubblica Ceca il 7 e l’8
giugno, in Lettonia, Slovacchia e Malta solo sabato 8 giugno, in Italia l’8 e
il 9 giugno, e in tutti gli altri Stati-membri solo domenica 9 giugno? Non
discuto, ma una regola dovrebbe essere una per tutti, no?
Perché in Belgio, Bulgaria,
Grecia e Lussemburgo il voto è obbligatorio e in tutti gli altri facoltativo?
Dovrebbe essere uguale per tutti, giusto?
Perché l’età minima per votare è
di 16 anni in Austria, Belgio, Germania e Malta, di 17 in Grecia e di 18 in
tutti gli altri? Da loro i giovani sedicenni sono più maturi?
Perché il voto postale e/o per
corrispondenza alle europee esiste in Austria, Belgio, Danimarca, Estonia,
Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Olanda,
Slovenia, Spagna, Svezia ed Ungheria, cioè in 16 Stati su 27, e non esiste
invece in tutti gli altri, Italia compresa? Sì, lo so che a noi italiani
all’estero molti vorrebbero toglierci il voto anche alle politiche nazionali,
ed io ovviamente la ritengo una posizione fascistoide, ma non è questo il
punto: se quella Europea fosse davvero un’Unione, allora le regole dovrebbero
essere valide per tutti, non a discrezione.
E poi lo sbarramento, che a
seconda dello Stato varia dallo 0 al 5,9% (in Italia il 4%). Per me manco ci
dovrebbe essere, ma almeno stabilitene uno solo per tutti, no?
In secondo luogo, esiste una
banale legge della statistica, che se viene condotta da dilettanti allo
sbaraglio, io mangio un pollo e tu digiuni, per la statistica abbiamo mangiato
mezzo pollo a testa. Sono abbastanza anziano da ricordare il 93% alle politiche
italiane nel ’76, altro che percentuali bulgare. E alle europee del ’79 il 62%.
Le percentuali si sono ridotte da quando, vent’anni fa esatti, nel 2004, sono
entrati nell’UE tutti i Paesi dell’Europa orientale. Io negli anni ’80 e ’90,
con i miei conoscenti dell’Europa occidentale, andavo orgoglioso della maggiore
consapevolezza degli italiani. Ecco, ora siamo come tutti gli altri, veri
europei.
In questi mesi, ho sentito i sondaggi più disparati. Per qualcuno l’affluenza doveva essere inferiore alla metà, per altri addirittura quasi di tre quarti degli aventi diritto. Fatto sta, nel 2019 era del 51%, stavolta è del 49%. Il punto non è questo. Intanto, tra quanti si astenevano, prevaleva il disinteresse, o un senso di desolazione. Stavolta, tra gli astenuti prevaleva il non voto cosciente di protesta, e tra chi ha votato, a maggior ragione, prevale comunque la consapevolezza.
La realtà dei fatti, al di là del prevedibile balletto, tutto italiano, del “ho vinto io”, “no, ho vinto io”, a caldo, ci dice che hanno vinto i guerrafondai filonazisti, e hanno perso i pacifisti antifascisti. Non così all’estero: per lo più (Francia, Germania, Austria), ha vinto la destra più becera, che però è contro l’invio di armi e per le trattative di pace. Attenzione: lo era anche la Meloni, fintanto che è stata all’opposizione.
A margine, noto che, come sempre, uniti si vince e divisi si perde. Se DSP e Santoro si fossero presentati insieme, magari anche per litigare il giorno dopo, avrebbero superato lo sbarramento, forse, molto forse. Ecco perché mi torna alla mente il gattopardo: cambiare tutto per non cambiare niente.
In Germania, per i socialdemocratici di Scholz è stata una vera e propria débacle, hanno praticamente dimezzato i voti, il peggior risultato in un secolo. La destra rappresenta soprattutto la delusione degli Ossi, dopo 25 anni di “riunificazione”, in realtà “annessione della Repubblica Democratica Tedesca alla RFT. Sahra Wagenknecht ha il 5,7%, con la Linke sarebbero arrivati all’8,3%. Così, invece, la Linke non supera lo sbarramento.
In Francia, la sinistra di Melenchon non è andata malissimo, 10,1%, ma nessuno ne parla. Con i comunisti, sarebbero arrivati al 12%, e quindi anche i comunisti sarebbero entrati in Parlamento. Ma anche in Francia, tutti disuniti appassionatamente.
In Ungheria, il centrodestra di Orbán, peraltro già al potere, ha confermato il suo risultato. Perché? Perché è contro la guerra e per le trattative di pace. In Slovacchia, i due Partiti socialdemocratici, già al potere, hanno confermato il loro risultato, ma insieme avrebbero avuto la maggioranza assoluta. Comunque, guardacaso, sono per la pace e contro la guerra.
Amarcord
Come promesso, su richiesta di
vari iscritti al mio canale Telegram, avevo previsto di concludere con un mio
amarcord di 35 anni fa.
Si sente spesso parlare di file
nei Paesi socialisti. In Unione Sovietica, nella mia infanzia, non c’erano,
comparvero solo negli anni ‘80, quando gradualmente lo stato sociale cominciò a
degradare e sempre più prodotti iniziarono ad essere deficitari, anche se non
si trattava per forza di quelli di prima necessità, a meno che non si voglia
considerare tali un paio di jeans o un’audiocassetta. Il degrado portò poi alla
caduta dell’Unione Sovietica, ma questo sarebbe un discorso molto lungo.
Nel 1969, a Mosca, mia madre mi
chiese di scendere e comprare qualche braciola di maiale. Quello che mi faceva
impressione è vedere ogni ben di dio in quantità industriali, per esempio degli
enormi cubi di burro, da cui la commessa tagliava la quantità richiesta dall’acquirente
con una lenza. Mi avvicinai alla macelleria e, dall’alto dei miei sette anni di
età, chiesi con severità: la carne di maiale è fresca? Mi guardarono manco
fossi sceso da Marte, e la commessa balbettò: sì… Va beh, me ne dia tre etti.
Diceva mia madre che da allora le davano sempre la carne migliore, in quanto
madre di quel bimbo strano.
Come detto, le file iniziarono
negli anni ‘80, ma ero già maggiorenne. Nelle estati degli anni ‘70, in
macchina con mio padre, partivamo da Roma e visitavamo tutti i cosiddetti Paesi
del socialismo reale, anche perché in ciascuno mio padre aveva da salutare
qualche suo compagno di università di Mosca, con cui aveva studiato negli anni ‘50.
Mai visto una sola fila, non sapevo manco cosa fosse. Aggiungo che, più ci si
avvicinava al confine col sedicente mondo capitalista, più il tenore di vita
era di gran lunga superiore persino a Mosca, per non parlare dell’entroterra
russo. Mi riferisco a Polonia, Ungheria, Cecoslovacchia, Bulgaria, Romania, e
soprattutto a Jugoslavia e Repubblica Democratica Tedesca. L’Unione Sovietica
aveva bisogno di mostrare, internamente ed esternamente, che col socialismo si
vive meglio che col capitalismo, e per qualche decennio fu davvero così.
Però torniamo al concetto del
fare la fila. In URSS se vedevi tre persone mettersi ordinatamente in fila, era
probabile che stessero per vendere qualcosa che si faticava a trovare, al punto
che prima ci si metteva in fila, e solo poi ci si informava cosa diavolo
stessero per vendere. Osservare trenta persone in fila, ordinati, agli
occidentali faceva impressione, e da qui il mito delle file di un Paese allo
stremo. Le stesse trenta persone, a Roma o a Milano, al check-in aeroportuale,
al botteghino del teatro, alle poste o in banca, assumevano il contorno di un
dromedario che cercava di penetrare nella cruna di un ago. Gli italiani la fila
proprio non la sanno fare, e se ne vantano. La situazione migliorò, ma non più
di tanto, quando inventarono i numeretti e le cinghie di delimitazione.
Nel 1989, feci probabilmente le
mie ferie più belle, in perfetta solitudine. Partii in auto da Montecatini,
dove lavoravo all’epoca. Non volevo essere legato ai traghetti, quindi Trieste,
in Jugoslavia la guerra non sapevano manco cosa fosse, Lubiana, Zagabria,
Belgrado, Sarajevo, Skopje, Salonicco, Atene e finalmente il mare. Ero
distrutto, avevo una Panda 30 a quattro marce con raffreddamento ad aria, che,
lanciata a piena velocità, raggiungeva la ragguardevole velocità di 105 km
orari, ma una settimana con la mia tenda piantata sulle coste marittime di un
villaggio di pescatori di cui non ricordo più manco il nome, sotto Volos, dove
non passava nessuna macchina, semplicemente perché lì la strada finiva, non c’era
nessun posto dove andare, praticamente la fine del mondo in tutti i sensi, ne
era valsa la pena.
Dopo una settimana, feci tutta
una tirata fino a Norimberga, ma con una sosta forzata a Slavonski Brod, un
posto che pochi anni dopo fu raso al suolo. Fui fermato dalla polstrada per
eccesso di velocità. Chiesi quant’era, mi dissero 10.000 dinari (il cambio con
la lira italiana era di uno a uno), più altri 5.000 perché non avevo la “I” di “Italia”
appiccicata sul retro. Notai che non ero targato “MI”, “TO”, “NA”, “FI”, Roma
la conoscono in tutto il mondo, ma va bene. Però quale limite di velocità? Mi
dissero che era di 120. Il mio errore fu quello di spiegare loro che capivo un
po’ di serbocroato, visto il mio russo, e gli proposi di mettersi alla guida:
se fossero riusciti a superare i 120, avrei pagato doppio, in caso contrario
dovevano lasciarmi andare gratis. Per tutta risposta, mi sferrarono un paio di
pugni in pieno volto, testimoni non ce n’erano, loro erano pure armati, si
presero i 15.000 dinari e senza ricevuta. Quando un mese dopo tornai in Italia,
feci denuncia all’ambasciata jugoslava a Roma, che dopo qualche mese mi inviò
una lettera di scuse in cui mi assicuravano che avevano preso provvedimenti nei
confronti dei due poliziotti. Chissà.
Norimberga, dicevamo. Lì mi
aspettavano una mia amica e collega padovana e suo marito, tedesco della RDT.
Dopo qualche giorno, ripartii alla volta di Berlino. Loro erano stupiti: guarda
che è lontano e un po’ fuori dal tuo percorso. Io però c’ero stato da bambino
con mio padre, quasi non me la ricordavo, e me lo sentivo che ‘sta storia del
muro non poteva durare ancora a lungo. Tre mesi dopo risultò che avevo ragione.
Arrivato a Berlino Ovest, trovai un alberghetto di settima categoria. Mi faceva
impressione la sporcizia per strada e vedere sfrecciare una marea di gipponi
con le luci al neon con targhe militari statunitensi, con i loro soldati
afroamericani in mimetica in cerca di qualche ragazza sprovveduta o
professionista del sesso a pagamento.
La mattina dopo, parcheggiai e
presi la metropolitana per recarmi a Berlino Est. Avevo acquistato una
piantina, dove sembrava molto piccola: riportava solo le fermate occidentali.
Mi colpì perché ogni tanto passavamo delle fermate senza fermarci, erano quelle
della RDT, e viceversa. Ovviamente, a Berlino Est comprai un’altra piantina,
stessa storia, come se “l’altra” non esistesse. Le più paradossali erano quelle
che non appartenevano a nessuna delle due Germanie, uno strato uniforme di
polvere spessa due dita sulle banchine e cartelloni pubblicitari scrostati di
quando la Germania era una sola, forse addirittura del periodo nazista.
Giunto al confine di Stato,
sempre in metropolitana, mi venne rilasciato immediatamente il visto
giornaliero, era la pratica comune. Avevo il passaporto italiano, però nella
foto avevo il barbone e i capelli lunghi, ed era pieno di visti di Paesi
sospetti ed inquietanti, quelli appunto dei Paesi socialisti. In più, il mio
luogo di nascita: Praga, Cecoslovacchia. Vedrai quanto mi romperanno le
scatole, mi dissi. Invece, i poliziotti occidentali non batterono ciglio.
Percorsi a piedi una decina di metri e mi presentai ai poliziotti orientali.
Loro però mi romperanno le scatole, pensai. Invece, pure loro, come se niente
fosse. Ero quasi deluso.
Dopo quanto visto a Berlino
Ovest, quello Est mi sembrò un gioiellino: niente cartacce per strada, niente
militari, né sovietici né, ovviamente, americani, una città che viveva in un’altra
epoca. Mi sedetti ad un tavolino di marmo con sedie in vimini, tipo caffè
austriaco, ed ordinai una birra, all’aria aperta. Dagli altoparlanti suonava
musica classica. Poi decisi di entrare in un supermercato, giusto per
curiosità. C’era ogni ben di dio, in abbondanza, e notai che molti prodotti
erano gli stessi che nell’infanzia vedevo a Mosca. L’interscambio tra Paesi
socialisti funzionava eccome.
Gironzolai ancora un po’, si
stava facendo tardi, decisi di ritornare a Berlino Ovest. Adesso però i
poliziotti dell’Est dovranno pur rompermi le scatole, no? Niente da fare, tutto
come la mattina. Va beh, ormai è fatta, i poliziotti occidentali li passo
tranquillo. Sorpresa! Mi hanno tenuto tre ore, sequestrandomi il passaporto. Io
da giovane ero piuttosto avventato, dissi al poliziotto che ero un cittadino
della Comunità Europea (l’Unione Europea ancora non esisteva) e che lui era un
nazista, cosa che ai tedeschi pare non piaccia molto. Dopo tre ore, venne il
suo capo col mio passaporto in mano. Lo sguardo diceva molto: se solo avesse
trovato qualcosa a cui appigliarsi, non me l’avrebbe fatta passare liscia. Non
ho trovato nulla, ma levati di torno, mi disse in un inglese addirittura più
stentato del mio. Uscito dal metrò, una boccata di aria fresca. Recuperai il
mio pandino e mi sbrigai a ripercorrere quella striscia di autostrada sotto
sorveglianza armata ad ogni cavalcavia che collegava Berlino Ovest al resto
della RFT.
Mica finisce qui. Da lì feci tutta
una tirata fino a Parigi, dove però non mi fermai perché la conoscevo già molto
bene e proseguii per i Paesi Baschi. C’era una mia amica del posto ad
aspettarmi, conosciuta un anno prima ai corsi di inglese a Londra. Chissà come
abbiamo fatto, visto che i cellulari non erano stati ancora inventati. Non
ricordo, fatto sta che ci incontrammo in una piazza di Bilbao, assieme a suo
fratello. Analogamente al “giro delle ombre” a Venezia, mi fece fare il giro di
tutte le birrerie della città, in ciascuna dovevamo limitarci a bere un “surito”,
un “sagutxoa” in lingua locale. Conoscendo il francese, intuii che fosse un “topolino”.
Che roba è? Un bicchierino come quelli da vodka, ma con la birra locale, che è
un po’ come la Peroni, quasi acqua fresca. La guardai con aria di sufficienza,
abituato alla vodka. Niente di più sbagliato: provate voi a berne un mezzo
centinaio. Non so come, verso le tre di notte, guidai fino al loro villaggio.
Fatto sta che quella notte mi vomitai l’anima. La mattina dopo, il padre della mia
amica mi chiese se a Bilbao non ci fossimo imbattuti in qualche problema. No,
risposi, perché? Beh, c’era una manifestazione, bottiglie molotov, cariche,
arresti, ma è un fenomeno quasi quotidiano. Visto nulla.
Dopo una settimana, feci tutta
una tirata fino a Montecatini via Costa Azzurra. In tutto questo infinito
viaggio di 6.000 km, era divertente notare come man mano cambiava la lingua
nell’autoradio sulle onde FM, ma questo c’era anche in un film dell’epoca, ho
solo avuto una conferma. Sono passati 35 anni, eppure sono dei ricordi
indelebili.
Musica
Proseguiamo con le canzoni legate
in un modo o l’altro alla Russia e/o all’Italia.
Mosca, Sebastopoli, Rostov sul
Don, Kaluga, Nižnij Novgorod, Soči, Alma Ata in Kazachstan, Saratov, Caterimburgo,
Crimea, Udmurtia, Odessa, Čeljabinsk, Krasnodar, Smolensk.
La canzone si chiama Эх,
путь-дорожка фронтовая, parla della strada per Berlino, sempre più attuale, pur
essendo del 1945.
Per questa settimana è tutto. A
risentirci e rivederci, sempre su Visione TV!
Trovate tutte le edizioni del notiziario (con il testo) in Blogspot.