Mark Bernardini
giovedì 22 agosto 1991
Il ritorno di Gorbačëv
lunedì 1 aprile 1991
Bulgakov da un'enciclopedia all'altra
Ad un secolo dalla nascita ed a 50 anni dalla morte, ben poco di nuovo si può dire di Michail Afanas’evič Bulgakov, pur tenendo conto che le opere e le informazioni fondamentali sono giunte al pubblico (quello sovietico in particolare, ma non esclusivamente) solo dopo la ventata innovatrice gorbačëviana, vale a dire nell’ultimo quinquennio.
Infatti, per avere un’idea di quale fosse la posizione ufficiale della nomenklatura nei confronti di quest’uomo, occorre ripercorrere una serie di dizionari ed enciclopedie dell’epoca difficili da reperire. E’ esattamente quello che ci si propone di realizzare nel presente articolo. La Malaja Sovetskaja Enciklopedija (MSE) del 1929 così recita: “[...] Scrittore contemporaneo, medico di formazione. Ha iniziato a scrivere nel 1919. Ha collaborato con il giornale smenovechovskij “Nakanune”¹ (Berlino). Uno degli esponenti di punta dell’ideologia neoborghese, ha acquisito notorietà con un pamphlet contro l’edificazione sovietica (Le uova fatali) ed il romanzo La guardia bianca, nel quale è racchiusa tendenziosamente la sostanza di classe e controrivoluzionaria del movimento delle guardie bianche, al fine di mostrarne i protagonisti come gente eroica ed onesta. Il romanzo e stato trasformato dall’autore nell’opera teatrale I giorni dei Turbin. Nel libro di racconti Diavoleide e nell’opera teatrale L’appartamento di Zojka Bulgakov rappresenta invece tendenziosamente gli aspetti negativi della nostra quotidianità”.
Nella pratica un simile trattamento ha comportato un ostracismo che Bulgakov stesso, in una lettera dello stesso anno a Gor’kij, cosi riassume: “Tutte le mie opere teatrali sono proibite; non viene pubblicata da alcuna parte nemmeno una mia riga; non ho un solo lavoro pronto, non ricevo da nessuno neanche una kopejka dei diritti d’autore; né un ente né una persona risponde ad alcuna mia richiesta; in sintesi tutto quello che ho scritto in URSS in 10 anni di lavoro e stato distrutto. Rimane un’ultima cosa da distruggere: me stesso”.
I. Nusinov, nella Literaturnaja Enciklopedija (LE) del 1930, cercò di restituire onore alla verità, pur dovendo concludere negli ultimi capoversi nello stesso stile di prima: “[…] Prosatore e drammaturgo. E’ nato a Kiev. Nel 1916 ha terminato la facoltà di medicina dell’Università di Kiev. […] E’ stato pubblicato nella stampa di provincia con articoli, corsivi, ha realizzato in provincia tre opere teatrali, mai pubblicate, ed i manoscritti delle quali successivamente sono stati da lui distrutti. Dal 1921 vive a Mosca, ove i primi tempi lavorava come reporter e corsivista presso vari giornali, […]. Dal 1923 si dedica completamente alla letteratura. Bulgakov è divenuto popolare grazie al suo dramma I giorni dei Turbin, alla commedia L’appartamento di Zojka ed alla raccolta di racconti umoristici Diavoleide. Precedentemente ha pubblicato il suo unico romanzo, La guardia bianca. Il romanzo descrive la vita delle guardie bianche, la famiglia Turbin, a Kiev nel periodo dall’estate del 1918 all’inverno del 1919 (l’occupazione tedesca, gli hetman, il direttorio di Petljura) fino al consolidamento a Kiev dell’Armata rossa all’inizio del 1919. L’esperienza ha convinto l’autore del fatto che la rovina della sua classe è inevitabile e del tutto meritata. Bulgakov esprime questa sua determinazione di pensiero nell’epigrafe del romanzo: “e vennero giudicati i defunti, come scritto nei libri, conformemente ai propri atti”. Le classi soccombenti odiano il proprio popolo insorto, si nascondono vigliaccamente dietro la schiena dell’aggressore tedesco imperialista e godono malignamente alla vista del crudele massacro perpetrato dagli junker tedeschi contro la campagna ukraina. Contro gli aggressori di casa e stranieri combattono eroicamente, con grande spirito di sacrificio, solo il contadino ukraino, l’operaio russo, quel popolo che i “bianchi” odiano e disprezzano. “Quando i tedeschi furono sconfitti”, – racconta Bulgakov, – i “proprietari delle terre e delle fabbriche compresero che il loro destino era legato ai vinti. I tedeschi hanno perso, dissero i rettili. Noi abbiamo perso, dissero i rettili intelligenti”. Il riconoscimento del potere sovietico è inevitabile. Bulgakov è entrato nella letteratura con la consapevolezza della rovina della sua classe e della necessità di adattarsi alla nuova vita. Bulgakov giunge alla conclusione: “Qualunque cosa accada, accade sempre come deve accadere, ed in direzione del meglio”. Questo fatalismo è una giustificazione per coloro che hanno realizzato la smena vech. La loro rinuncia al passato non è né vigliaccheria né tradimento. Questa rinuncia è dettata dalle inesorabili lezioni della storia. La conciliazione con la rivoluzione era un tradimento nei confronti del passato della classe soccombente. La pacificazione dell’intelligencija con il bolscevismo, quell’intelligencija che nel passato era legata non solo per estrazione, ma anche idealmente con le classi sconfitte, le dichiarazioni di quest’intelligencija in merito non solo alla propria realtà, ma anche alla propria disponibilità ad edificare assieme ai bolscevichi, potevano essere interpretate come adulazione. Con il romanzo La guardia bianca Bulgakov ha respinto quest’accusa degli emigranti bianchi ed ha dichiarato: attuare la smena vech non vuol dire capitolare di fronte ad un vincitore fisico, bensì ammettere la giustezza morale dei vincitori. Il romanzo La guardia bianca per Bulgakov non è solo una pacificazione con la realtà, ma un’autogiustificazione. La pacificazione è obbligatoriamente forzata. Bulgakov vi è giunto attraverso una crudele sconfitta della sua classe.
Per questo non v’è gioia dalla consapevolezza che i rettili sono vinti, non v’è fede nell’opera del popolo vittorioso. La nuova realtà è la Diavoleide, titolo del suo libro di racconti. La macchina statale sovietica dell’epoca del comunismo di guerra è una Diavoleide, la nuova quotidianità è “una sporcizia ed una porcheria tali, che Gogol’ non ne aveva nemmeno il sentore” (Le avventure di Čičikov), il popolo sono le “streghe” che distruggono i beni creati dalla borghesia (La casa di El’pit, Comune operaia), il nuovo guerriero è un cinese la cui caratteristica è di avere imparato le parolacce russe (Una storia cinese), tutta la creatività della rivoluzione sono le “uova fatali” da cui fuoriescono dei rettili di dimensioni enormi che minacciano di rovinare tutto il Paese. Bulgakov ha accettato la vittoria del popolo non con gioia, ma con grande dolore e rassegnazione. Bulgakov agogna di compensare la propria classe per la sua sconfitta sociale con una vittoria morale, “diavolizzando” la novità rivoluzionaria. L’ultimo periodo di attività di Bulgakov è determinato proprio da tale compensazione morale. Ora non occorre più giustificarsi per il proprio smenovechovstvo, per l’adattarsi alla nuova vita: è una fase già attuata. E’ così già passato anche il momento della riflessione e del pentimento per i peccati della classe. Bulgakov, al contrario, sfruttando le difficoltà della rivoluzione, cerca di approfondire l’attacco ideologico contro il vincitore. Ancora una volta egli sopravvaluta la crisi e la rovina della sua classe e cerca di riabilitarla. Bulgakov rielabora il suo romanzo La guardia bianca nel dramma I giorni dei Turbin. Le due figure del romanzo – il colonnello Malyšev ed il medico Turbin – sono unite, nell’immagine del colonnello Aleksej Turbin. Nel romanzo il colonnello tradisce il collettivo e salva se stesso, mentre il medico soccombe non come eroe, ma come vittima. Nel dramma il medico ed il colonnello sono uniti in Aleksej Turbin, la morte del quale è l’apoteosi dell’eroismo “bianco”. Nel romanzo i contadini e gli operai insegnano ai tedeschi a rispettare il loro Paese. Bulgakov valuta la vendetta dei contadini e degli operai contro gli oppressori tedeschi e lo hetman come giusta condanna del destino contro i “rettili”. Nel dramma il popolo è solamente un’unica banda selvaggia, quella di Petljura. Nel romanzo la cultura dei bianchi è la vita da ristorante delle “prostitute imbottite di cocaina”, un mare di sporcizia in cui affogano i fiori dei Turbin. Nel dramma la bellezza dei fiori dei Turbin è l’essenza del passato ed il simbolo della vita soccombente.
Il compito dell’autore, la riabilitazione morale del passato nel dramma, viene sottolineato nella commedia L’appartamento di Zojka, scritta da lui contemporaneamente. Il dramma è costituito dagli ultimi Giorni dei Turbin, soccombenti tragicamente ai suoni dell’“eterno Faust”. La commedia descrive il covo ove le personalità sovietiche passano le loro notti ebbre.
Bulgakov non è riuscito né ad apprezzare la morte del passato, né a comprendere l’edificazione del nuovo. E’ per questo che le sue sopravvalutazioni di pensiero private non sono divenute fonte di grande creatività artistica. Il romanzo La guardia bianca è in buona parte pubblicistica, prosa di un giornalista di talento. Fondamentalmente le pagine artistiche del romanzo sono scritte alla maniera dei vecchi romanzi di corte, cosa che tradisce l’epigonismo di Bulgakov. L’immagine della realtà sovietica è resa con i metodi del racconto umoristico, e si tratta non già dello humour tormentato degli “umiliati ed offesi”, bensì dello humour di un giornalista piuttosto a buon mercato.
L’ultimo dramma di Bulgakov, La corsa, che descrive artisticamente l’emigrazione, prosegue le tendenze de I giorni dei Turbin. Tutto il percorso artistico di Bulgakov è il percorso di una persona ostile per appartenenza di classe alla realtà sovietica, Bulgakov è il tipico esponente delle tendenze dell’”emigrazione interna””.
Non per niente lo scrittore, nella sua lettera al governo del 28 marzo 1930, rilevava che in dieci anni, su 301 volte, era stato menzionato 298 volte ingiuriosamente: “Aleksej Turbin, l’eroe della mia opera teatrale I giorni dei Turbin, è stato definito in poesia figlio di cagna, mentre l’autore dell’opera è stato presentato come “posseduto da vecchiaia cagnesca”. E’ stato scritto di me che sono “uno spazzino letterario che raccoglie gli avanzi dopo che una dozzina di ospiti ha vomitato”. Hanno scritto: “…Miška Bulgakov, compare mio, scrittore (scusate l’espressione), fruga nell’immondizia stantia… Chiedo, fratellino, che razza di grugno hai… Io sono una persona delicata, prendilo e sbatacchialo con un catino sulla nuca… Noi stiamo al borghesuccio senza i Turbin come un reggipetto ad una cagna senza necessità… Si è trovato il figlio di puttana, si è trovato Turbin…” (Žizn’ iskusstva, N°44, 1927). Hanno scritto che Bulgakov resterà ciò che è, una progenie neoborghese schizzante saliva avvelenata ma impotente contro la classe operaia ed i suoi ideali comunisti (Komsomol’skaja pravda, 14 ottobre 1926). Si è detto che mi piace l’atmosfera di un matrimonio infimo con qualche moglie dai capelli rossi di un amico (A. Lunačarskij, Izvestija, 8 dicembre 1926); che la mia opera teatrale I giorni dei Turbin puzza (stenogramma della riunione presso l’Agitprop de1 maggio 1927), e via discorrendo…”.
A detta di Elena Sergeevna Šilovskaja (nata Nürnberg), divenuta due anni dopo la sua terza ed ultima moglie, il 18 aprile 1930 a seguito di quella lettera Bulgakov ricevette una telefonata dal Comitato Centrale:
– Michail Afanas’evič Bulgakov?
– Sì, sì.
– Adesso le parlerà il compagno Stalin.
– Cosa? Stalin? Stalin?
– Sì, le parla Stalin. Salve, compagno Bulgakov.
– Salve, Iosif Vissarionovič.
– Abbiamo ricevuto la Sua lettera. L’abbiamo letta con i compagni. A tal proposito riceverà una risposta positiva… Ma è proprio vero che Lei chiede di andarsene all’estero? L’abbiamo seccata molto?
– Ho pensato molto negli ultimi tempi se uno scrittore russo possa vivere fuori dalla sua patria. E mi sembra di no.
– Ha ragione. Anch’io la penso così. Dov’è che vuole lavorare? Al Teatro d’Arte?
– Sì, volevo. Ne avevo parlato, ma ho ricevuto un rifiuto.
– E lei invii loro una richiesta. Mi pare che accetteranno. Noi dovremmo incontrarla, parlare con Lei.
– Sì, sì! Iosif Vissarionovič, ho molto bisogno di parlare con Lei.
– Sì, bisogna trovare il tempo ed incontrarci, necessariamente. Ed ora, Le auguro ogni bene.
Dopo questa conversazione Bulgakov ricevette i mezzi di sostentamento e la possibilità di creare, ma non di rendere di dominio pubblico le sue creazioni.
“…La stanza divenne ripugnante, come ogni stanza ove regni il caos di quando si fanno i bagagli e peggio ancora quando il paralume è strappato dalla lampada. Mai. Mai strappare il paralume dalla lampada! Il paralume è sacro. Mai fuggire con passo di ratto dal pericolo verso l’ignoto. Sonnecchiate presso il paralume, leggete, che ululi la tormenta! Attendete che vengano a prendervi…” (La guardia bianca).
Sono state molteplici le ipotesi costruite sulle ragioni che hanno spinto Stalin ad un comportamento tanto fuori dall’usuale. Una di queste appare sufficientemente logica da meritare considerazione. Nel 1925 si era suicidato il poeta Sergej Esenin; nel 1926 lo scrittore Andrej Sobol’; nell’aprile 1930, quando cioè la lettera in questione era presumibilmente nelle mani di Stalin, si era sparato Vladimir Majakovskij. Un ulteriore suicidio nel mondo letterario sarebbe stato quantomeno sconveniente.
“…In particolar modo mi sono invisi gli urli umani, che siano urli di sofferenza, d’ira, o d’altro genere” (Il maestro e Margherita).
Bulgakov muore un anno prima dell’invasione tedesca. Dieci anni dopo la Grande Enciclopedia Sovietica (Bol’šaja Sovetskaja Enciklopedija, BSE) del 1951 è ancora implacabile nei suoi confronti: “[…] Prosatore, drammaturgo russo². Nato nella famiglia di un professore dell’Accademia religiosa di Kiev. Di formazione era medico. Iniziò ad essere pubblicato nel 19³. Visse a Kiev, a Vladikavkaz, dal 1921 a Mosca. Bulgakov non comprese i nuovi rapporti sociali creatisi nel Paese dopo la vittoria del Potere sovietico. Nel ciclo di racconti Diavoleide (1924) ed altri Bulgakov ha rappresentato calunniosamente la realtà sovietica, nel romanzo La guardia bianca (1924) tentò di idealizzare le guardie bianche. L’aspirazione a discolpare le guardie bianche segnò altresì l’opera teatrale La corsa, scritta da lui successivamente, che I. V. Stalin ha caratterizzato come “fatto antisovietico”.
Come drammaturgo Bulgakov acquisì notorietà dopo la rappresentazione sulle scene del Teatro d’Arte di Mosca dell’opera teatrale I giorni dei Turbin (1926), che consiste in un rifacimento del suo romanzo “La guardia bianca”. Nell’opera teatrale si è conservata la tendenza alla nota idealizzazione dell’immagine delle guardie bianche, ma sotto l’influenza dei fatti della realtà l’autore ed innanzitutto il teatro hanno accentuato nello spettacolo il tema dell’ineluttabilità della disfatta del movimento delle guardie bianche, della sua sconfitta storica. Nella lettera a Bill’-Belocerkovskij del 1929 I. V. Stalin scriveva: “Non dimentichi che l’impressione principale che rimane nello spettatore di quest’opera teatrale è un’impressione favorevole ai bolscevichi: “se persino persone come i Turbin sono costrette a deporre le armi ed a sottomettersi al volere del popolo, riconoscendo definitivamente persa la propria causa, vuol dire che i bolscevichi sono invincibili, contro di loro, contro i bolscevichi, non c’è niente da fare”. I giorni dei Turbin sono la dimostrazione della forza travolgente del bolscevismo. Ovviamente l’autore non è colpevole in alcuna misura di tale dimostrazione” (Opere, vol. 11, p. 328).
I punti di vista errati ed in buona parte avversi, come pensiero, non diedero a Bulgakov la possibilità di cogliere in profondità e correttamente anche gli eventi del passato storico [le opere teatrali Molière, 1936, e gli Ultimi giorni (Puškin)]. La storia della morte di Puškin nell’opera teatrale Ultimi giorni (rappresentata nel 1943 presso il MChAT) è ricreata unilateralmente. In essa è delineato dettagliatamente e chiaramente il campo degli avversari di Puškin, ed è descritto molto debolmente il popolo, nonché le sfere sociali progressiste dell’epoca di Puškin”.
Si potrebbe contestare che Bulgakov è sempre rimasto un assertore di valori umani universali, convinto che solo partendo da questi ultimi si possa creare una società che elimini lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Ma vale più la sintetica e liquidatoria risposta dell’autore stesso a chi lo accusava di simpatie monarchiche: “non tutti coloro che si spalmano in testa la brillantina sono per forza monarchici…”.
Due anni dopo muore Stalin, tre anni dopo ancora si svolge lo storico XX congresso del PCUS e così, nel 1958, la MSE non è più costretta a parlar male di un autore che tutti hanno letto, ma in versione samizdat: “[…] drammaturgo russo sovietico. […] Nel ciclo di racconti Diavoleide Bulgakov ha rappresentato falsamente la realtà sovietica. Nel romanzo La guardia bianca, nell’opera teatrale I giorni dei Turbin, creata sulla sua base e nell’opera teatrale La corsa (rappresentata nel 1957) è mostrata realisticamente la sconfitta storica del movimento delle guardie bianche. Bulgakov è anche l’autore delle opere teatrali Molière ed Ultimi giorni. (Puškin)”.
Non è necessario parlar male, ma chi si azzarda per primo a parlarne bene? Nel dubbio, si è preferito mantenersi sul generico, con lo scarno risultato sopra menzionato. Un po’ più ampia, ma sempre senza entrare nel merito, è l’informazione fornita dalla Teatral’naja Enciklopedija (TE) del 1961: “[…] fino al 1919 è stato medico statale, poi giornalista. […] La prima opera teatrale di Bulgakov, I giorni dei Turbin (MChAT), regia di Stanislavskij e Sudakov, scritta sulla base del suo romanzo La guardia bianca, sanzionava l’ammissione della giustezza e della inevitabilità storica della Rivoluzione d’ottobre da parte dell’intelligencija russa. Nell’opera teatrale La corsa (scritta nel 1928, Teatro di Stalingrado, 1957) Bulgakov scopre la crisi interna del campo della controrivoluzione; usando l’arma del grottesco tragico ha dato una caratterizzazione satirica delle guardie e degli emigrati bianchi. Meno indovinata è stata l’opera teatrale L’appartamento di Zojka (1926, Teatro Vachtangov), nella quale le truffe e le orge della NEP venivano rappresentate con uno humour bonario ed indulgente. L’opera teatrale L’isola purpurea (1928, Teatro Kamernyj) venne sottoposta a feroce critica dalla stampa. Dal 1930 al 1936 Bulgakov ha lavorato come aiuto-regista al MChAT. Bulgakov è stato autore degli adattamenti: Le anime morte di Gogol’ (1932, MChAT), Don Chisciotte di Cervantes (1941, Teatro Vachtangov). Le opere teatrali Molière ed Ultimi giorni (Puškin) sono dedicate al tema del tragico conflitto tra il grande artista e la tirannia. La drammaturgia di Bulgakov e caratterizzata dalla dinamicità di sviluppo dei conflitti, dall’agilità del dialogo, dalla finezza e dalla chiarezza dell’elaborazione psicologica dei caratteri, dall’utilizzazione dei metodi del contrasto”.
Speculare in tal senso anche Ju. A. Osnos nella Kratkaja Literaturnaja Enciklopedija (KLE) del 1962: “[…] Scrittore russo sovietico. Nato nella famiglia di un professore […]. Nei racconti satirici altamente grotteschi di Bulgakov (le raccolte Diavoleide, Le uova fatali, 1925) si è riflessa l’ostilità nei confronti della realtà da parte dello scrittore, che non è riuscito a scorgere dietro alle “smorfie della NEP” il vero volto dei tempi. Sulla base del romanzo La guardia bianca egli ha creato l’opera teatrale I giorni dei Turbin; in essa è denunciata la psicologia dei partecipanti al movimento delle guardie bianche, sono mostrati la sua sconfitta, il passaggio del meglio della vecchia intelligencija dalla parte del popolo rivoluzionario. […] Le opere teatrali L’appartamento di Zojka, nella quale sono rappresentati satiricamente i costumi del periodo della NEP, e la parodistica L’isola purpurea, dedicata ai temi teatrali, suscitarono una valutazione fortemente negativa da parte della critica. Al centro dell’opera teatrale Molière, della novella biografica su Molière e dell’opera teatrale Ultimi giorni (Puškin) (1940, rappresentazione MChAT, 1943) vi è l’immagine del tragico conflitto tra gli artisti umanisti e l’ordine dispotico”.
L’impressione è che sempre più Bulgakov venga menzionato come autore degli anni ‘20, di fatto dunque avallando quella “morte artistica” tanto temuta dallo scrittore. Lo sancisce il Dizionario Enciclopedico (Enciklopedičeskij Slovar’, ES) del 1963: “[…] Nel romanzo La guardia bianca e nell’opera teatrale I giorni dei Turbin, creata sulla sua base, è mostrata la sconfitta storica delle guardie bianche. Allo stesso tema e dedicata l’opera teatrale La corsa. Bulgakov è autore del libro storico-biografico e dell’opera teatrale Molière, di Ultimi giorni (Puškin) ed altre opere.
Nel suo corsivo La capitale nel taccuino Bulgakov rimarcava: “Dopo la rivoluzione è nata una nuova intelligencija di ferro. Essa è capace di scaricare mobili, spaccare legna, occuparsi di raggi X. Io ho fede che essa non scomparirà! Sopravviverà!”. Bulgakov si riferisce ad un’intelligencija che è passata attraverso le prove della guerra civile, della cruda fatica fisica per un pezzo di pane.
Più anni passano dalla morte di un personaggio scomodo, meno pericoloso diviene riavvicinarsi (per approssimazione?) all’obiettività. In piena stagnazione brežneviana V. Ja. Lakšin nella BSE del 1971 recita: “[…] è stato medico statale nel governatorato di Smolensk. Nel 1919 ha iniziato ad occuparsi professionalmente di letteratura. Dal 1922 al 1926 ha collaborato con il giornale Gudok. La prima raccolta di racconti satirici di Bulgakov, Diavoleide, ha suscitato dispute nella stampa. La pubblicazione del romanzo La guardia bianca (1925-27) è rimasta incompiuta. […] In queste opere, come nell’opera teatrale La corsa, è stigmatizzata la rottura negli umori della vecchia intelligencija russa, è sfatata l’idea del movimento “bianco”, è mostrata l’infruttuosità della via verso l’emigrazione. Nelle commedie L’appartamento di Zojka e L’isola purpurea Bulgakov deride la quotidianità e gli umori degli ambienti della NEP, fa la parodia delle usanze del chiuso microcosmo teatrale.
La critica letteraria della fine degli anni ‘20 valutava molto negativamente l’attività di Bulgakov, le sue opere non venivano pubblicate, le opere teatrali tolte di scena. Nei drammi storici La cabala dei santoni (Molière, 1930-36, rappresentazione del 1943) e Gli ultimi giorni (Puškin, 1934-35, rappresentazione del 1943), nella novella biografica Vita del signor de Molière (1932-33, pubblicata nel 1962) Bulgakov mostra l’incompatibilità della vera arte con il dispotismo della monarchia. L’incompiuto Romanzo teatrale (Appunti di un defunto, 1936-37, pubblicato nel 1965) unisce in sé i tratti della satira e della confessione. Dall’inizio degli anni ‘30 e sino alla morte Bulgakov ha lavorato al romanzo Il maestro e Margherita (pubblicato in volume nel 1966-67). Sovrapponendo tre livelli di azione: storico-leggendario (l’antica Giudea), contemporaneo-quotidiano (la Mosca degli anni ‘30) e mistico-fantastico, ha creato un’originale forma di romanzo filosofico, dove sono poste le “eterne” questioni del bene e del male, della moralità falsa e vera. Drammaturgo e narratore, possedeva una maestria raffinata nel campo della satira, della tecnica realistica, del linguaggio flessibile, vivo, e del soggetto impetuoso […]”.
La sua opera più grandiosa giunge al pubblico un quarto di secolo dopo la sua morte, quando l’autore aveva ormai raggiunto quella tranquillità tanto desiderata:
– Ascolta l’assenza di suoni, – diceva Margherita al Maestro, e la sabbia frusciava sotto i suoi piedi nudi. – Ascolta e godi di ciò che non ti diedero in vita: il silenzio. Guarda, ecco davanti la tua casa eterna che ti è stata donata quale ricompensa. Già vedo la finestra veneziana e la vite rampicante salire fino al tetto. Ecco la tua casa, ecco la tua casa eterna. Io so che la sera verranno da te coloro che ami, a cui sei interessato e che non ti inquieteranno. Loro suoneranno per te, per te canteranno, tu vedrai che luce c’è nella stanza quando sono accese le candele. Tu ti addormenterai con indosso il tuo bisunto ed eterno berretto, e ti addormenterai con il sorriso sulle labbra. Il sonno ti rafforzerà, e prenderai a ragionare con saggezza. E non riuscirai più a scacciarmi. Il tuo sonno lo proteggerò io.
Così diceva Margherita, andando con il Maestro in direzione della loro casa eterna, e sembrava al Maestro che le parole di Margherita fluissero come fluiva e sussurrava il ruscello che si erano lasciati dietro, e la memoria del maestro, inquieta, martirizzata dagli aghi, prese ad acquietarsi. Qualcuno stava lasciando libero il Maestro, cosi come lui aveva appena liberato l’eroe che aveva creato. Quell’eroe era scomparso nel baratro, scomparso irrevocabilmente il figlio del re astrologo perdonato nella notte di domenica, i1 crudele quinto procuratore della Giudea, il cavaliere Ponzio Pilato.
A cura di Mark Bernardini
Bibliografia
1930 La guardia bianca, nella rivista “Rossija”, 1925, libri 4 e 5; Diavoleide, Racconti, ed. “Nedra”, Mosca, 1925.
1961 I giorni dei Turbin. Gli ultimi giorni, Mosca, 1955.
1962 La vita del signor de Molière, Mosca, 1962.
1971 Prosa scelta (introduzione di V. Lakšin), Mosca, 1966; Drammi e commedie (introduzione di V. Kaverin), Mosca, 1965; Il maestro e Margherita, nella rivista “Moskva”, 1966, N°11; 1967, N°1; Autobiografia nel libro: Sovetskie pisateli. Avtobiografii, vol. 3, Mosca, 1966.
Letteratura
1929 Lirov M., articolo nel giornale “Pečat’ i Revoljucija”, libri 5-6, 1925; Kototkov N., nel giornale “Rabočaja Žizn’”, libro 3, 1925.
1930 Pereverzev V., Novità della prosa, “Pečat’ i Revoljucija”, libro 5, Mosca, 1921; Osinskij N., Appunti letterari, “Pravda”, N°170, Mosca, 1925; Gli scrittori dell’epoca moderna, vol. I, Mosca, 1928; Vladislavlev I. V., Letteratura del grande decennio, vol. I, Mosca, 1928.
1951 Stalin I. V., Opere, vol. 11 (“Risposta a Bill’-Belocerkovskij”).
1961 Askol’dov A., Otto sogni, “Teatr”, 1957, N°8; Kaverin V., Appunti sulla drammaturgia di Bulgakov, “Teatr”, 1956, N°10.
1971 Smirnova V., Michail Bulgakov drammaturgo, nel suo libro: Sovremennyj portret, Mosca, 1964; Lur’e Ja. e Serman I., Da “La guardia bianca” a “I giorni dei Turbin”, “Russkaja literatura”, 1965, N°2; Ermolinskij S., A proposito di Michail Bulgakov. Capitolo dal libro di memorie, “Teatr”, 1966, N°9; Lakšin V., Il romanzo di M. Bulgakov “Il maestro e Margherita”, “Novyj mir”, 1968; N°6; Skorino L., Volti senza maschere di carnevale, “Voprosy literatury”, 1968, N°6; Vinogradov I., Il testamento del maestro, ibidem; Skorino L., Risposta all’oppositore, ibidem; Palievskij P., L’ultimo libro di M. Bulgakov, “Naš sovremennik”, 1969, N°3.
Note
Il giornale "Nakanune" era pubblicato da un gruppo di emigrati russi appartenenti alla corrente che aveva preso il nome dalla raccolta di articoli "Smena vech" pubblicata a Praga nel 1921. Gli smenovechovcy invitavano gli emigrati a riconoscere il potere sovietico ed a collaborare con esso per la creazione di una nuova Russia sviluppata economicamente e culturalmente. I fautori dello smenovechovstvo, appartenenti in passato prevalentemente all'ala destra del partito cadetto, prevedevano che in conseguenza della NEP (la Nuova Politica Economica voluta da Lenin) avrebbe avuto luogo una rigenerazione del potere sovietico e la Russia si sarebbe trasformata in una repubblica parlamentare democratico-borghese sul modello occidentale. La via da seguire a tal fine doveva essere quella del capitalismo di Stato.
Fino a qualche anno fa la distinzione tra "russo" e "sovietico", limitatamente a persone di nazionalità russa, veniva sottolineata per distinguere il prima e il dopo la creazione dello Stato sovietico.
Da rimarcare la sfumatura relativa alla differenza tra l'aver iniziato a "scrivere" (1929) e ad "essere pubblicato" (1951).
[Da “Rassegna Sovietica”, N°1-2, 1991, Roma, Montecatini, Abano, Milano, di Mark Bernardini]
domenica 8 luglio 1990
sabato 15 ottobre 1988
lunedì 21 dicembre 1987
Il ritorno di Sucharev
di Vladimir Ščerbakov
A guardarlo, sembrava dormisse beatamente, semicoricato in poltrona, tanto era sereno il suo volto, regolare il respiro e naturale la posizione. Ma dopo un paio di minuti risuonò il segnale d'allarme. L'uomo si risvegliò lentamente, si allungò verso lo schermo e fissò con palese sforzo i puntini che vi apparivano e sparivano: l'astronave stava attraversando una nube di meteoriti. I suoi occhi arrossati, irritati, rivelavano meglio di qualsiasi parola quanto fosse stata fallace la prima impressione. Poi si accasciò pesantemente in poltrona e fece in tempo a rientrare nel suo dormiveglia da incubo prima che risuonasse nuovamente l'impietoso segnale.
Erano tre o quattro giorni, non rammentava con precisione, che quasi non chiudeva occhio, dato che il segnale suonava in continuazione. Ma sì, probabilmente era da cinque giorni che il pilota automatico si era rotto. Se solo fosse riuscito a resistere fino alla fine… a sostituire gli elementi danneggiati. O forse era meglio farsi prima un sonno?…
Non poté determinare neanche approssimativamente quanto altro tempo fosse passato, quando l'impulso elettrico lo risvegliò per l'ultima volta. Senza aprire gli occhi, alzò con fatica il braccio e strappò svogliatamente il filo dell'allarme.
Nelle fantasticherie del suo sonno entrarono solo per un istante la nave, un guscio d'uovo indifeso nell'oceano del tempo e dello spazio, ed il puntino vertiginoso del meteorite che gli aveva attraversato la strada nel suo volo mortale.
Accordo in maggiore
C'era una strana sensazione che non abbandonava Sucharev: i quadrati verdi dei campi, i fiumi e gli edifici, bianchi come la neve del cosmodromo, spuntavano d'improvviso dalle nuvole, e vedeva tutto questo come dipinto sulla tela da un maestro che gli abbia dato vita. Non credeva che tutto sarebbe finito propria ora, in quell'istante.
L'ammortizzatore ricevette un colpo, ed egli sentì una leggera nausea in gola.
Un'automobile si avvicinò alla scaletta. Vol'd vide una donna. Capelli castani ondulati, volto aperto, felice, gambe slanciate: era Anna. L'aria azzurra primaverile era piena di suoni: si udivano in lontananza i clacson delle macchine, voci umane, i1 canto degli uccelli; da qualche parte qualcosa ronzava e rombava metallicamente. In dieci anni si era disabituato a tutto ciò.
Lei gli corse incontro. Lui era rimasto fermo, un po' vacillante, sul primo gradino della scaletta: il venticello primaverile e l'odore dell'erba gli avevano dato alla testa come se fosse stato un po' brillo.
I tacchetti di lei risuonarono svelti sulla scaletta. “Caro… Vol'd…” – pronunciò a fatica. Solo allora lui si accorse che i suoi occhi erano pieni di lacrime. Voleva dirle qualcosa, ma continuo a guardare, a guardare…
E c'era anche un'altra cosa che avrebbe voluto dirle… Le sue labbra si torsero in una smorfia e, come un bimbo, cacciò la testa nell'impermeabile di lei, un po' più giù del collo.
La strana ipotesi del professor Nevadago
Il professor Nevadago lo salutò senza sentimento, lo fece entrare nello studio ed affrontò la questione senza parole superflue.
– Sono importanti i particolari. Di fatto abbiamo già un'ipotesi su cui lavorare, per quanto possa sembrarle assurda. Ma i dettagli sono sempre convincenti, specialmente in questo caso… Sì… Lei ha detto che al momento del risveglio è corso allo schermo, che era vuoto. Beh, è possibile che questo sia stato reale… realistico… Possibile che non vi sia stato nulla che lei abbia reputato degno di nota, eccetto questa piastrina? Allora? – Nevadago prese a fissare con aria di attesa il suo interlocutore.
– No, nulla. Intendo, ovviamente, nulla di notevole, glielo avrei detto prima. Oltre ad una sensazione di leggera debolezza e ai giramenti di testa, di cui le ho già parlato. No, era tutto come sempre. Mi sono svegliato ed ho proseguito il volo. Poi ho trovato in tasca questo, – Vol'd toccò la piastrina sul tavolo, – e mi ha interessato al punto da informarvene…
– Va bene, – Nevadago si accostò al tavolo, nascose la piastrina e guardo con attenzione Vol'd da dietro gli occhiali. – Bene. Adesso mi ascolti con attenzione, tanto deve comunque venirne a conoscenza. La nave è stata perforata dalle meteoriti in vari punti. – Il professore fece una pausa, accentuando involontariamente l'ultima frase. I suoi occhi studiavano attentamente l'interlocutore, mentre la mano si protendeva verso il portasigarette. – La nave è stata crivellata, ed è tornata nuova di zecca. Come spiega questo piccolo paradosso? Tra poco mi crederà, Vol'd. Abbiamo trovato i segni delle riparazioni. E' stato molto difficile, quasi impossibile… Quelli che ci hanno lavorato sono stati dei cesellatori: nove squarci, pensi… No, tranquillo, Vol'd, mi ascolti, le spiego tutto con ordine. Tanto, deve saperlo comunque. Naturalmente, otto dei nove squarci sono stati la diretta conseguenza del primo. Il primo meteorite ha messo fuori uso una serie di apparecchiature, e poi è cominciato… un colpo dopo l'altro. Immagino lo spettacolo… Ma lei, Vol'd, a quel punto, in base alla mia ipotesi, non esisteva più. Era morto.
Nevadago avvicinò premurosamente all'interlocutore il portasigarette, prevenendo con uno sguardo freddo ed intelligente le inutili domande dell'altro.
– Lei non esisteva più, – ripeté pensoso. – Certo, ammetto che sia solo una mia ipotesi, ma non poteva essere altrimenti. Assolutamente, Vol'd, – ripeté con tranquillità. – Dopo, quando il pilota si è risvegliato e l'astronave, tutta bella e sana, ha ripreso il suo percorso, si è trattato già di un altro pilota. E di un'altra nave. L'astronave era stata riparata, come le ho già detto, ed il pilota… Calmo, Vol'd, non sono vaneggiamenti, deve saperlo… il pilota era stato sostituito con una copia identica. Lei non è Vol'd, e colui che fa più fatica a crederlo è proprio lei. Ma allo stesso tempo lei è quel Vol'd che in quella nube maledetta voleva tanto dormire, e questo facciamo fatica noi a crederlo…
Terminato di parlare, Nevadago prese una sigaretta, ed a Vol'd parve di vedere qualcosa di nuovo nella sua espressione, che prima non aveva notato. Egli reputava un malinteso tutto quello che il professore gli aveva detto sino ad allora, anche se era lontano dal pensare che uno dei due potesse aver perso il senno.– Queste sono le copie dei protocolli di analisi della nave dopo il suo ritorno, – Nevadago fece cigolare il cassetto di una scrivania fuori moda e gli porse alcuni fogli dattiloscritti. – Non abbia fretta, se li studi con attenzione, in particolare le conclusioni. Non la disturberò.
Il professore andò verso la libreria. Vol'd prese a sfogliare i protocolli. L'analisi chimica, l'analisi strutturale, tutto in regola. Snervamento del metallo… diagrammi… il contorno dell'astronave e le macchie su di essa… Vol'd contò nove macchie, tutte zone di composizione identica, ma con piccole differenze nei parametri fisici. Sì, erano delle otturazioni, roba da matti. Poi guardò i pannelli delle apparecchiature e di nuovo nei diagrammi vide le macchie, i segni delle riparazioni.
– Senta, – Vol'd chiamò debolmente il professore, che faceva finta di cercare un libro nella libreria, – è riuscito a sapere cosa sia quell'oggetto che mi sono trovato in tasca? Perché, se ho capito bene, e cominciato tutto con la piastrina, vero?
– Non sia ingenuo, Vol'd. Non sappiamo assolutamente di cosa si tratti. Vol'd, l'ho chiamata qui proprio per questo, anche se ammetto che senza di me non si sarebbe certo annoiato. Vede, è molto difficile comprendere la destinazione di quest'oggetto. Certo, era evidente sin dall'inizio che la cosa più probabile era che le fosse rimasta in tasca casualmente: non potevano mica avergliela lasciata di proposito. Sarebbe in contrasto con tutto il resto. Non legherebbe con il loro compito fondamentale. Nove squarci ed il pilota… Gli autori hanno voluto rimanere sconosciuti. Hanno fatto di tutto per celare l'accaduto. Ed hanno quasi raggiunto l'obiettivo. La piastrina è stata dimenticata nella sua tasca. Ma per noi, Vol'd, ciò è stato sufficiente.
Conosciamo benissimo i nostri limiti. Sappiamo di cosa sono capaci le nostre mani ed i nostri cervelli, abbiamo costruito l'edificio armonioso della scienza, abbiamo generato nel dolore macchine ed automi perfetti. Ma mai mano umana ha potuto tenere un oggettino simile. Nessuna mano. Mai. Perché vede, Vol'd, siamo riusciti ad analizzare solo un picco1issimo settore della superficie esterna della piastrina, micron per micron. I suoi atomi sono allineati come mattoni. Gli atomi più differenti. Non posso esemplificare con alcuna analogia adatta, Vol'd. E' una costruzione architettonica elaborata, composta di elementi uniti in base alla legge di un qualche codice complesso. Un bizzarro mosaico di molecole ed atomi. Mi scusi, mi sono infervorato, avrei dovuto tacere, tanto per ora è impossibile descriverlo con parole. Abbiamo trovato una traccia, Vol'd, e lei deve aiutarci, visto che ha avuto tanta fortuna.
– E incredibile, professore… Lei disporrà pure di fatti… di prove… O in questo caso non sono necessari?
– Nessuna. Nulla, oltre quello che le ho già detto, – si corresse il professore, dopo una pausa di riflessione. Tacque e giro a lungo tra le dita la sigaretta spenta.
– Che nube era, Vol'd? – chiese di punto in bianco il professore. – Voglio dire, cos'erano quelle meteoriti? La configurazione, il peso, anche se molto approssimativamente?
– Non saprei. Ma è cosi importante, professore?
– Chi lo sa… – borbottò piano Nevadago. – Semplicemente non possiamo metterci al loro posto, mentre loro… beh, inutile fantasticare.
… Il buio creava l'illusione della solitudine. La sera era così silenziosa e le stelle luminose splendevano così pacatamente che se Vol'd si fosse concentrato non avrebbe sentito altro che il rumore dei propri passi.
Continuava mentalmente la discussione. Ad un tratto, si convinse improvvisamente che nel ragionamento del professore c'era una lacuna. Ma quale? La sgradevole voce metallica del professore continuava a disputare con lui, cercava di convincerlo, di tranquillizzarlo… Certo, aveva ragione lui. Ci volevano fatti. Una logica. Conclusioni inconfutabili. Allora, era andata proprio così? La lacuna non si trovava. Ma da dove gli veniva allora quell'inspiegabile convinzione che ci fosse?… Da dove?
“Sono Vol'd. Ricordo perfettamente tutto quello che è successo, – tentò per l'ennesima volta di confutare mentalmente le ipotesi del professore. – Mi sono addormentato e poi mi sono svegliato. Era tutto a posto. Mi sentivo benissimo. Mi ricordo tutto perché sono Vol'd Sucharev, e nessun altro. Sono io che a scuola marinai la lezione di biologia per andare al cinema con Kol'ka Utrilov. E mi regalarono per il compleanno l'orologio con la bussola, ed io lo mostravo alle ragazzine. Una mi chiese di provarselo e lo ruppe, mentre la bussola rimase intatta. Lei quella volta si spaventò terribilmente. Mi fece pena. "Basta piangere, – le dissi, – tanto l'orologio non mi piaceva, e un bene che tu lo abbia rotto". In seguito diventammo amici…”.
Un epilogo realistico
Camminavano lungo un viale che sembrava un corridoio: a destra e a sinistra vi erano dei cespugli curati, un po' più in là file di alberi con delle stelle luccicanti che erano rimaste impigliate nelle loro chiome. Gli occhi vivaci del professore che lo guardavano fissi da dietro i grossi occhiali marrone emersero nuovamente nella sua memoria. Il “Metallo snervato” faceva parte del protocollo. Diagrammi, tabelle, fotografie… La sua nave: i due occhi neri degli oblò, le curve dell'astronave che riflettevano irregolarmente la luce con i resti dello strato protettivo, su un lato c'era la macchina bassa del servizio tecnico, la scaletta era appoggiata all'uscita di sicurezza, le cabine foderate... Era difficile credere che una costruzione cosi ridicola avesse potuto volare fino a poco tempo prima… Strinse più forte il braccio di Anna. Sembrava che il sogno continuasse. Prima di farla finita con tutta quella storia, disse:
– Anna, sembra proprio che la parola “ipotesi” vada sostituita con la parola “realtà”. Credo che Nevadago…
– Non dirlo, – lo interruppe lei dolcemente, – non posso più udire quel cognome terribile. E' tutto a posto, credimi.
– Bada, Anna, che sembra sia vero.
Lei si fermò d'improvviso, si voltò verso di lui e gli sfiorò il volto con la mano.
– Stupido, stupido, – prese a ripetere velocemente, – i tuoi ragionamenti sono privi di logica. Pensi forse che ci crederei, anche se fosse vero? Dimmelo, pensi davvero che potrei crederci?
[Da “Fantastika 1964”, Moskva, Molodaja gvardija, 1964, pp. 277-283. Traduzione di Mark Bernardini, pubblicata in “Rassegna Sovietica”, N°6 1987]
venerdì 11 dicembre 1987
L'operazione "Cunami" è rinviata
di Il'ja Varšavskij
Gli intermediari stavano terminando gli ultimi preparativi al quartier generale. L'Aiutante entrò nella stanza ed avvisò che la ridislocazione delle truppe era terminata.
Il Generale diede un'occhiata ai presenti.
– Signori, vi ricordo le condizioni delle manovre per l'operazione “Cunami”. Le manovre avranno luogo a livello di divisioni, le squadre dei fucilieri verranno appoggiate dai carri armati, dai plotoni paracadutisti e dall'artiglieria. Inoltre, ciascuna parte avrà a disposizione batterie di missili atomici. La peculiarità di queste manovre consiste nel fatto che i “Giaguari” verranno comandati da un calcolatore elettronico. Scopo delle manovre è conquistare le postazioni detenute dagli “Orsi”. Prego, Sir, può immettere nel suo calcolatore i dati sulle posizioni di partenza.
– Okay! – gridò il Professore.
Fece un cenno all'Assistente e questi si mise a praticare sulla scheda i fori in una bizzarra successione.
Per un po', a partire dal momento in cui vennero immessi i dati necessari nel calcolatore, il quadro di questo si illuminò di varie lampadine colorate. Poi, sul quadro principale comparve una croce rossa luminosa.
– E' pronto? – chiese il Generale.
– Il calcolatore non è d'accordo sulla dislocazione proposta e chiede la redistribuzione, – rispose il Professore.
– E cosa vuole?
– Adesso vediamo.
Il Professore schiacciò un bottone verde sul quadro principale e dal calcolatore uscì un nastro di carta pieno di zeri ed unità.
– Curioso, – disse il Colonnello che fungeva da intermediario dei “Giaguari”.
L'Assistente contò i segni sul nastro e prese appunti sul suo taccuino.
– Chiede l'eliminazione delle riserve sui fianchi. Otto squadre fucilieri debbono occupare le postazioni lungo la linea del fronte.
– L'inizio lascia a desiderare, – disse il Generale. – Vuole lasciare i “Giaguari” senza nessuna copertura sui fianchi?
– Insiste perché due gruppi di carri armati da sfondamento si portino sui fianchi ed occupino le postazioni retrostanti i fucilieri.
– Geniale! – disse il Colonnello.
– C'è altro? – chiese il Generale.
– La bandiera della divisione deve essere collocata al centro, accanto alla batteria missili atomici, dietro i fucilieri.
– Stupendo! – esclamò il Colonnello. – Ha tenuto conto persino della bandiera!
Il Generale corrugò la fronte, ma non disse nulla.
– Sulla loro destra e sulla loro sinistra si debbono dislocare due batterie leggere, – continuò l'Assistente. – Accanto alle batterie vuole che si collochino i paracadutisti d'assalto.
– Spero che sia tutto?
– No: vuole che l'ospedale da campo sia tolto di mezzo.
– Per metterlo dove?
– Non deve partecipare affatto alle manovre.
Il Professore portò la mano al cuore ed emise un gemito.
– Cos'ha? – chiese il Generale.
– Una crisi cardiaca, – mormorò il Professore, accasciandosi sulla sedia. – Per favore, rimandiamo le manovre a domani. Vi prego!
***
Le luci della città erano ormai visibili quando il Professore, in ottima forma, ma con voce piuttosto scontenta, chiese all'Assistente:
– Ieri ha giocato di nuovo con lui a scacchi?
– Sì, Sir, perché?
– E il programma non l'ha più sostituito?
– N-n-non ricordo, – rispose imbarazzato l'Assistente.
– Me ne sono accorto! “N-n-non ricordo”! Non ha notato forse che stava dislocando i reparti militari come i pezzi sulla scacchiera?!
Il primo ad interrompere il silenzio che seguì fu l'Assistente:
– Comunque, peccato che non l'abbia fatto proseguire. Ieri funzionava a meraviglia. C'è mancato poco che non perdessi.
[Da “Fantastika 1964”, Moskva, Molodaja gvardija, 1964, pp. 226-228. Traduzione di Mark Bernardini, pubblicata in “Rassegna Sovietica”, N°6 1987]
martedì 1 dicembre 1987
Nuove notizie su Sherlock Holmes
di Il'ja Varšavskij
La domenica londinese è sempre piena di noia, ma se a questa si aggiunge la pioggia, diventa insopportabile.
Io ed Holmes stavamo trascorrendo la giornata domenicale nel nostro appartamento in Backer street. Il grande segugio guardava dalla finestra, tamburellando con le dita lunghe ed esili sul vetro. Nonostante tutti i miei sforzi, il pollice gli si piegava più lentamente delle altre dita.
Finalmente interruppe il silenzio che si protraeva da troppo tempo.
– Non ha mai pensato, Watson, alla non equipollenza delle perdite umane?
– Non la capisco del tutto, Holmes.
– Ora mi spiego. Quando una persona perde i capelli, li perde e basta. Quando perde un cappello, perde l'equivalente di due cappelli, poiché uno l'ha perso, e l'altro deve acquistarlo. Quando perde un occhio, non si sa se ha perso qualcosa: in fondo, con un occhio vede due occhi in tutte le altre persone, mentre queste ultime, pur avendone due, gliene vedono uno solo. Quando perde la ragione, il più delle volte perde ciò che non possedeva. Quando perde fiducia in se stesso… Ma se non erro, ora vedremo una persona che ha perso tutto quel che ho elencato. Sta suonando alla porta!
Poco dopo nella stanza entrò un uomo obeso e calvo, senza cappello, che si asciugava le gocce di pioggia sulla testa tonda con un fazzoletto. L'occhio sinistro era coperto da una benda nera. Tutto il suo aspetto esprimeva smarrimento totale.
Holmes fece un inchino di circostanza.
– Se non vado errato, ho l'onore di vedere in casa mia il duca di Montmorency? – chiese con raffinatezza incantevole.
– Mi conosce, mister Holmes?! – chiese il grassone stupito.
Holmes allungò una mano verso la libreria e prese un libro rilegato in percalle nero.
– Qui, eccellenza, sono raccolti i miei umili lavori di censimento di tutti gli anelli gentilizi. E non sarei un detective se non avessi riconosciuto a prima vista il famoso anello dei Montmorency. Allora, in cosa posso esserle utile? Non si faccia problemi per il mio amico e parli di tutto esplicitamente.
Il duca tentennò un po', evidentemente non sapendo da dove iniziare.
– E' in ballo il mio onore, mister Holmes, – disse, cercando a fatica le parole adatte. – E' una questione molto delicata. Mia moglie è fuggita. Per una serie di ragioni non posso rivolgermi alla polizia. La scongiuro, mi aiuti! Mi creda, sono mosso da qualcosa di più nobile che non la gelosia o l'amor proprio ferito. La questione potrebbe prendere una piega molto sgradevole da un punto di vista politico.
Dal luccicare degli occhi semichiusi di Holmes compresi che tutto questo lo interessava alquanto.
– Vuole essere così gentile da narrarci le circostanze in cui ha avuto luogo la fuga? – chiese.
– E' accaduto ieri. Eravamo nella cabina del “Mauritania”, in procinto di salpare per la Francia. Sono uscito un minuto per andare al bar, mentre mia moglie rimaneva in cabina. Dopo aver bevuto un bicchierino di whisky, sono tornato, ma la porta era chiusa. Dopo averla aperta con la mia chiave, ho scoperto che mia moglie era scomparsa con tutta la sua roba. Mi sono rivolto al capitano, la nave è stata rovistata da poppa a prua, ma purtroppo senza esito.
– Milady aveva una cameriera?
Il nostro ospite esitò.
– Vede, mister Holmes, eravamo in viaggio di nozze, dunque difficilmente degli estranei potevano esserci d'aiuto…
Conoscevo bene il tatto del mio amico in queste cose e non mi stupii del fatto che chiedesse con un gesto al duca di non proseguire oltre il suo racconto.
– Spero di poterla aiutare, eccellenza, – disse Holmes, alzandosi per porgere il cappotto all'ospite. – L'attendo domattina alle dieci.
Holmes tolse con garbo un capello dal bavero del duca e lo accompagnò alla porta.
Tacemmo per alcuni minuti. Holmes, seduto al tavolo, guardava attentamente qualcosa con la lente d'ingrandimento.
Alla fine non resistetti.
– Sarebbe interessante, Holmes, sapere cosa lei pensa di questa storia.
– Penso che la duchessa di Montmorency sia uno sporco animale! – rispose con un'asprezza inusuale per lui. Del resto, era sempre stato molto severo per ciò che riguarda la morale.– Ed ora, Watson, a letto! Domani sarà una giornata dura. A proposito, spero abbia con sé la sua pistola. Potrebbe servire.
Capii che non gli avrei cavato nulla di più, e gli augurai la buonanotte. Il mattino seguente il duca non si fece attendere. Alle dieci in punto suonò alla nostra porta.
Holmes aveva già prenotato un cab, e partimmo per l'indirizzo che indicò.
Il viaggio fu lungo, tanto che il nostro cliente iniziò a spazientirsi. Improvvisamente Holmes ordinò al cabman di fermarsi nei pressi dei Docks. Fece un fischio, e da dietro l'angolo spuntò un omaccione con un canguro rosso al guinzaglio.
– Eccellenza, – si rivolse Holmes al duca, – la prego di consegnarmi quindici sterline, tre scellini e quattro pence in presenza del mio amico dottor Watson. Di questa somma, devo dieci sterline al padrone del serraglio per la duchessa di Montmorency, mentre il resto lo verserò come multa alle autorità doganali per il tentativo di trasportare illegalmente animali dall'Inghilterra.
Il duca rise con allegria.
– La prego di perdonarmi, mister Holmes, per il piccolo inganno, – disse, estraendo il portafoglio. – Non potevo dirle che sulla nave si nascondeva un canguro sotto le sembianze di una lady. Non avrebbe mai intrapreso le ricerche. Sono stato costretto ad infrangere la legge ed a portare quest'animale in Francia per una stupida scommessa. Spero non mi serbi rancore.
– Assolutamente no! – rispose Holmes, tendendogli la mano.
Un attimo dopo nelle mani di Holmes luccicarono le manette, che scattarono con precisione ai polsi del duca.
– Ispettore Letard! – disse Holmes rivolgendosi al nostro cabman. – Può arrestare il professor Moriarty con l'accusa di omicidio del duca e della duchessa di Montmorency. Ha commesso questo crimine per rubare un carbonchio azzurro che si trova attualmente nel marsupio di questo canguro. Non si disturbi, professore, il mio amico Watson sparerebbe per primo!
***
– Mi dica, Holmes, – chiesi la sera al mio amico, – come ha indovinato che era un canguro anziché una lady?
– Al nostro primo incontro tolsi di dosso dal nostro cliente un capello rosso. Dalle informazioni che ho preso, milady era bruna, di conseguenza il capello poteva appartenere o alla cameriera o all'animale. Come lei sa, la cameriera si esclude. Il fatto che il marsupiale fosse femmina l'ho stabilito con la lente d'ingrandimento. Ed ora, Watson, – concluse, – ho intenzione di abbandonare tutti gli affari per ampliare la mia monografia sui merli neri.
– Un'ultima domanda! – lo supplicai. – Come è riuscito a sapere che sotto le sembianze del duca si nascondesse Moriarty?
– Non saprei, – disse con disappunto. – Può darsi… E se lo avessi tenuto d'occhio durante tutti questi anni?
Sospirai, misi una mano sulla spalla di Holmes e premetti l'interruttore nascosto sotto la giacca. Poi, asportato da Holmes il pannello posteriore, cominciai a rifare le saldature dei circuiti di programmazione. In quelle condizioni, era inutile persino tentare di venderlo a Scotland Yard.
[Da “Fantastika, 1964 god”, Moskva, Molodaja gvardija, 1964, pp. 222-225. Traduzione di Mark Bernardini, pubblicata in “Rassegna Sovietica”, N°6 1987]


