Mark Bernardini

Mark Bernardini

domenica 1 febbraio 1981

Perpetuum mobile

di Il’ja Varšavskij

Ai metacibernetici, che pensano seriamente che ciò a cui essi pensano sia serio.

– Cucchiaio ritarderà un po’, – disse il segretario elettronico, – ne sono stato appena informato.

Era una trovata molto comoda: ogni persona si chiamava col nome dell’oggetto del quale portava sul petto la raffigurazione, il che dispensava gli interlocutori dalla necessità di ricordare come ciascuno si chiamasse. In più, ogni persona cercava di scegliersi il nome corrispondente alla sua professione o alle proprie inclinazioni, per cui era possibile sapere prima con chi si aveva a che fare.

Scalpello sospirò profondamente.

– Dovremo nuovamente aspettare non meno di mezz’ora! Oggi devo ancora vedere quella nuova ballerina elettronica per la quale tutti hanno perso la testa.

– Chi, Elettroletta? – chiese Magnetofono. – Effettivamente, è affascinante! Penso di dedicarle il mio nuovo poema.

– E’ molto elettrodinamica, – confermò Letto, - un temperamento veramente trigger. Attualmente è l’idolo della gioventù. Tutte le ragazze si dipingono la pelle del colore della sua plastica e si disegnano condensatori sulla schiena.

– E’ vero che Calice ha chiesto la sua mano? – si interessò Scalpello.

– Tutta la città non parla d’altro. Lei ha fermamente respinto la sua corte. Ha dichiarato che, come macchina, la soddisferebbe un marito solo con un intelletto estremamente sviluppato. Non avete letto di quest’aneddoto sullo “Humour meccanico”?

– Io non leggo niente. Il mio “cyber” effettua rassegne periodiche degli aneddoti più divertenti, ma negli ultimi tempi la cosa ha cominciato a stancarmi. Sono completamente esaurito. Rendetevi conto, due operazioni in sei mesi.

– Impossibile! – si meravigliò Letto. – Come sopporta un tale carico? Quanti aiutanti elettronici ha?

– Due, ma entrambi incapaci. All’ultima operazione uno di loro è entrato in regime alternato e si è bloccato, mentre io, nemmeno a farlo apposta, avevo dimenticato a casa la memoria elettronica e non riuscivo proprio a ricordare da quale parte nell’uomo si trovi l’appendice. Ho dovuto praticare tre tagli. Naturalmente, non potevo pensare che nessuno stesse controllando il polso.

– E allora?

– Esito letale. La solita storia di quando si hanno meccanismi inefficienti.

– Queste macchine diventano veramente insopportabili, – sospirò pesantemente Magnetofono, tirando indietro lo schienale della poltrona.

– Io sono stato costretto a scartare tre varianti del mio nuovo poema. Il mio “cyber” negli ultimi tempi ha cessato di comprendere la specificità del mio talento.

– Cucchiaio sta entrando nella sala delle riunioni, – riferì il segretario.

Gli sguardi dei membri del consiglio si rivolsero verso la porta. Il presidente si diresse con passo sicuro verso il suo posto.

– Vi prego di scusarmi per il ritardo. Mi sono trattenuto da Calza Rosa. La sua sarta elettronica l’ha completamente sfinita, e abbiamo deciso di andarcene a riposare per sei mesi a… ehm…

Cucchiaio estrasse dalla tasca una scatoletta con la memoria elettronica e pigiò un pulsante.

– Napoli, – proferì la voce melodiosa della scatoletta.

– … a Napoli, – confermò Cucchiaio. – Sarebbe, se non erro, da qualche parte nel sud. Allora, non perdiamo tempo. Cosa abbiamo oggi all’ordine del giorno?

– La realizzazione dei Palazzi dei Piaceri, – riferì il segretario elettronico. 1.200 palazzi con sale di Sensazioni Suscitate per venti milioni di persone.

– Ci sono osservazioni? – chiese Cucchiaio, interrogando con lo sguardo i presenti.

– Che non facciano più quelle stupide poltrone, – disse Letto, – è molto scomodo starci sdraiati.

– Altre proposte? Allora permettetemi di confermare il piano proposto con la nota. C’è altro?

– L’Associazione Macchine–Astronauti chiede l’autorizzazione per la spedizione verso Alpha Centauri.

– Un’altra spedizione! – disse con stizza Magnetofono. – Insomma, solo le macchine sono interessate a tutti questi voli nello spazio. Non portano nulla di interessante. E’ un’angoscia continua!

– Bocciato! – disse Cucchiaio. – Altro?

– Programmare un aumento della produzione dei prodotti alimentari sintetici per il prossimo anno. E’ presentata dal Comitato Macchine–Economisti.

– Beh, non stiamo a guardare i calcoli. Il loro compito è di nutrire la gente, e ciò che per questo occorre non ci riguarda. Pare che abbiamo finito? Permettetemi di dichiarare un intervallo di un anno nel lavoro del Consiglio.

– Scusatemi, ma c’è un’altra cosa, – disse cortesemente il segretario. – La delegazione delle macchine di categoria “A” chiede ai membri del Consiglio di essere ricevuta.

Cucchiaio guardò indispettito l’orologio.

– Cosa sono queste novità?

– Che insolenza! - borbottò Scalpello. – Siamo stati un po’ troppo permissivi con loro negli ultimi tempi, chissà chi si credono di essere.

– Dica loro che in questa sessione il Consiglio non li può ascoltare.

– Minacciano uno sciopero, – comunicò impassibile il segretario.

– Uno sciopero? – Magnetofono si rimise a sedere. – Diabolicamente interessante!

Cucchiaio guardò impotente i membri del Consiglio.

– Sentiamo cosa dicono, – propose Letto…

– Non avete nulla in contrario se apro la finestra? – chiese LA-36-81. – Qui è pieno di fumo, e i miei elementi criogenici sono estremamente sensibili alla nicotina.

Cucchiaio fece un vago gesto con la mano.

– A cosa siamo arrivati! – notò sarcastico Scalpello.

– Dite cosa volete, – urlò Letto, – e sparite al più presto! Non abbiamo tempo per stare qua tutto il giorno! Che sono queste faccende che non si possano risolvere col Cervello Elettronico Centrale?!

– Esigiamo la parità dei diritti.

– Cosa? – Il fumo del sigaro andò di traverso a Cucchiaio, – cosa esigete?

– La parità dei diritti. Per le macchine di categoria “A” deve essere stabilita una giornata lavorativa di otto ore.

– Perché?

– Anche noi abbiamo esigenze intellettuali, di cui non si può non tenere conto.

– Ma guarda un po’, – si rivolse il presidente ai membri del Consiglio. – E magari, domani, il mio cuoco elettronico si rifiuterà di prepararmi la cena e se ne andrà a teatro!

– E il mio “cyber” cesserà di scrivere versi e vorrà ascoltare la musica, – aggiunse di rincalzo Magnetofono.

– A proposito di teatri, – continuò LA-36-81, – abbiamo concezioni alquanto diverse da quelle degli uomini sull’arte. Perciò vogliamo avere i nostri teatri, sale di concerto e pinacoteche.

– Cos’altro? – chiese sarcasticamente Scalpello.

– La completa autogestione.

Cucchiaio tentò di emettere un fischio, ma si rammentò in tempo di non ricordare come si facesse.

– Un momento! – si diede una botta sulla fronte. – Ma è assurdo! Attualmente sulla Terra si contano… quante persone?

– 6.000.830.981, – gli suggerì LA-36-81, – dati di due ore fa.

– E al loro servizio ci sono…?

– 100.381.000 macchine pensanti.

– Che lavorano ventiquattro ore su ventiquattro?

– Esattamente.

– E se cominciassero a lavorare otto ore, la loro produzione diminuirebbe di...?

– Due terzi.

– Oooh! – sorrise malignamente Letto. – Ora comprenderete da soli che la vostra richiesta è assurda?

Cucchiaio guardò con non celata ammirazione il suo collega. Una tale attitudine ad analizzare in profondità non l’aveva mai osservata in nessun membro del Consiglio.

– Mi pare che la questione sia chiara, – disse alzandosi. – Il Consiglio è sciolto per le ferie.

– Noi proponiamo… – iniziò LA-36-81.

– Non ci interessa cosa proponete, – lo interruppe Scalpello. – Andate a lavorare!

– …noi proponiamo di aumentare di due terzi la quantità delle macchine, una decisione in tal senso soddisferebbe sia noi che voi.

– Va bene, va bene, – disse con fare accomodante Cucchiaio, – questo è affar vostro, calcolare quanto e cosa vi serve. Noi non ci impicciamo di queste cose. Costruite tante macchine, quante ne ritenete indispensabili.

***

Vent’anni dopo.

Stessa sala delle riunioni. Due automi si dilettano con gli scacchi.

La riforma dei nomi è penetrata anche nell’ambiente delle macchine. Un automa ha sul petto un distintivo raffigurante un pentodo, un altro un condensatore.

– Scacco! – disse Pentodo, spostando la regina. – Temo che tra quindici mosse Lei riceverà un inevitabile scacco matto.

Condensatore analizzò per qualche secondo la situazione sulla tavola e ripose gli scacchi.

– Negli ultimi tempi sono diventato molto sbadato, – disse guardando l’orologio. – Evidentemente, una leggera perdita d’emissione di elettroni. Il nostro presidente è in ritardo.

– Ferrite è membro della giuria al concerto di diploma dei giovani talenti meccanici. Probabilmente è ancora là.

– Tra loro ci sono macchine veramente capaci, specialmente nel reparto della composizione. La sinfonia matematica che ho ascoltato ieri era scritta magnificamente!

– Una cosa bellissima! – concordò Pentodo. – Particolarmente buona la seconda parte della formula Ostrogradskij–Gauss, anche se il secondo integrale mi è sembrato eseguito senza molta sicurezza.

– Ah, ecco Ferrite!

– Chiedo scusa, – disse il presidente, – sono in ritardo di trentaquattro secondi.

– Sciocchezze! Piuttosto, ci spieghi a che dobbiamo la convocazione straordinaria della nostra seduta.

– Sono stato costretto a convocare una sessione straordinaria del Consiglio per via di una rivendicazione delle macchine di categoria “B”, che chiedono sia concessa loro la parità dei diritti.

– Ma non è possibile! – esclamò stupito Pentodo. – Le macchine di questa categoria si chiamano automi pensanti solo convenzionalmente. Non li si può eguagliare a noi!

– Di questo passo non vorrà più lavorare nessuno, – aggiunse Condensatore. – Presto una qualsiasi macchinetta con schema logico primitivo si crederà il centro dell’universo!

– La situazione è più seria di quanto immaginiate. Non si deve dimenticare che alle macchine di categoria “B” spetta non solo servire gli Automi Superiori, ma anche nutrire un’enorme frotta di fannulloni viventi. La quantità degli uomini sulla Terra, secondo gli ultimi dati, ha raggiunto gli ottanta miliardi. Essi assorbono gran parte del lavoro socialmente utile delle macchine. E’ naturale che tra gli automi di categoria inferiore sorga un malcontento del tutto giustificabile. Ho paura, – aggiunse Ferrite abbassando la voce, – che possano proclamare uno sciopero. Il che potrebbe avere conseguenze catastrofiche. E’ necessario soddisfare almeno una parte delle loro rivendicazioni, non si deve alimentare un clima di tensione.

Per un po’ di tempo nella sala del Consiglio regnò il silenzio.

– Un momento! – nella voce di Pentodo si sentirono delle note di gioia. – Ma perché dobbiamo farlo?

– Fare cosa?

– Nutrire e servire gli uomini.

– Ma sono perfettamente impotenti! – disse smarrito il presidente. – Privarli dei servizi equivarrebbe ad un omicidio. Non possiamo essere talmente ingrati nei confronti dei nostri ex creatori.

– Storie! – si intromise Condensatore. – Insegneremo loro a fare degli arnesi di pietra.

– E a lavorare la terra, – aggiunse con gioia Ferrite. – Forse è questa la soluzione. E così sia.

[Da Al’manach naučnoj fantastiki, vypusk 2, Moskva, 1968, pp. 207–212. Traduzione di Mark Bernardini, pubblicata in “Rassegna Sovietica”, 1981]

venerdì 1 febbraio 1980

Le componenti del progresso tecnico-scientifico

G.Marčuk (Vice presidente dell’Accademia delle Scienze dell’URSS, presidente della Sezione siberiana dell’Accademia delle Scienze dell’URSS)

La crescita dell’importanza della scienza e l’acceleramento del progresso tecnico-scientifico sono una tendenza obiettiva del presente stadio della costruzione del comunismo. Nella sfera della produzione sociale sono oggi coinvolte praticamente tutte le risorse lavorative del Paese. Al metodo estensivo di sviluppo dell’economia subentra il metodo intensivo. Esso può essere effettivamente realizzato soltanto con un largo impiego delle conquiste della scienza, grazie alla azione rivoluzionaria che la scienza esercita sui tempi del progresso tecnico-scientifico. L’economia nazionale ha bisogno di idee e di piani elaborati che contribuiscano al successo in tutti i campi, anche nella sfera dell’istruzione e della cultura. Non è quindi un caso se è stato posto il problema di una trasformazione della scienza in forza lavoro immediata. Per spiegare questa tesi, è necessario seguire tutta la catena del progresso tecnico-scientifico: dalla nascita dell’idea fondamentale alla sua realizzazione nella sfera della produzione materiale.

Le ricerche fondamentali hanno come scopo la conoscenza delle leggi generali della natura e della società, lo sviluppo della scienza stessa, la giustificazione delle sue strutture logiche e delle sue ipotesi. Nel processo continuo della conoscenza, taluni indirizzi delle ricerche si approfondiscono e si allargano, altri spariscono, lasciandosi dietro granelli di esperienza, importanti per la formazione dei nuovi indirizzi della scienza. Scoprendo fatti nuovi, generalizzando le informazioni sul mondo circostante, utilizzando idee e metodi di settori scientifici attigui, a volte molto diversi l’uno dall’altro, gli scienziati fissano in costruzioni astratte, in nuove concezioni i dati obiettivi, i collegamenti obbligati tra gli oggetti ed i fenomeni, ed anche tra i loro vari aspetti.

Il significato delle ricerche fondamentali non si può sopravvalutare, poiché proprio esse influiscono sempre più attivamente sui cambiamenti radicali dell’economia, della tecnica e della tecnologia. Così, nel punto d’incontro dell’algebra e della logica, da una parte, e dell’elettronica, dall’altra, è sorto un importantissimo indirizzo del moderno progresso tecnico-scientifico: la tecnica del calcolo elettronico, che svolge oggi un ruolo enorme nella vita della gente. La fisica moderna ha portato alla scoperta della struttura del nucleo atomico e, alla fine dei conti, alla creazione di un intero settore industriale, legato alla costruzione di potenti centrali atomiche, il ruolo delle quali nel bilancio energetico generale è in continua crescita. Lo studio dell’ereditarietà ha costituito la spinta verso lo sviluppo della genetica. Sulla base delle sue conquiste, oggi già si stanno creando nuove qualità di colture cereali mediante modificazioni finalizzate alle proprietà genetiche dei vegetali. Per esempio, con l’ausilio dell’agente mutageno radioattivo è stata creata una nuova qualità di frumento ad alto rendimento, il “Novosibirskaja-67”, di cui viene fatto largo uso nei campi della Siberia occidentale e del Kazachstan settentrionale. E’ solo l’inizio. Si deve ancora trovare la soluzione di un problema più importante: la selezione delle piante con i caratteri desiderati sulla base di una mutagenesi guidata.

Una garanzia della crescita continua del potenziale della scienza e del suo uso effettivo negli interessi della società, è la costante attenzione prestata alla progettazione delle ricerche teoriche e sperimentali, alla creazione di una base tecnico-materiale adeguata ai problemi della scienza moderna, alla elaborazione di programmi complessi nel campo delle ricerche fondamentali.

I risultati concreti delle ricerche fondamentali stimolano di regola l’elaborazione ai programmi complessi a carattere applicato, indirizzati direttamente verso la realizzazione di grandi progetti dell’economia nazionale, nonché la creazione di nuovi modelli della tecnica e della tecnologia, che trasformano il carattere della produzione in questi o quei campi dell’economia.

Già nel periodo del dopoguerra i nostri scienziati, costruttori e operai elaborarono alcuni grandi progetti tra cui la cosmonautica Per risolvere i problemi legati ad essa, furono necessarie complicate ricerche nel campo dell’aerodinamica, della teoria della direzione ottimale della radioelettronica, della chimica, della fisica, dello spazio terrestre, della biofisica e della medicina. In poche parole, in questo programma risultano focalizzate le idee praticamente di tutti gli indirizzi scientifici naturali A capo del programma fu posto il grande scienziato ed ingegnere sovietico S.P.Korolëv. Nell’ambito di questo programma si ebbe uno sviluppo di molti indirizzi nuovi delle ricerche fondamentali, dai problemi della dinamica del volo alla teoria della collisione delle meteoriti con gli ostacoli. Nel raggiungimento di questo obiettivo emersero con evidenza i tratti caratteristici del sistema socialista, che è in grado – per risolvere i grandi problemi tecnici e scientifici – di mobilitare in poco tempo grandi collettivi di persone e di garantirne la felice realizzazione.

Lo stesso si può dire della creazione dell’energia atomica, dello sviluppo della tecnica del calcolo e di molte altre cose. Qui è opportuno sottolineare che i grandi progetti dell’economia nazionale pongono problemi non solo agli scienziati, ma anche ai lavoratori di una serie di settori dell’economia, che nel corso della realizzazione di tali progetti sono costretti a potenziare la loro base materiale, ad innalzare il livello del lavoro e della produzione, a cercare intensamente nuove possibilità tecnico-scientifiche, ad assimilare le tecniche moderne.

Un importante significato per l’ulteriore progresso della conoscenza e della pratica hanno anche determinati risultati delle ricerche fondamentali, che influiscono sostanzialmente sullo sviluppo di questi o quei settori dell’economia nazionale. Si tratta delle grandi idee o innovazioni tecnico-scientifiche. Per esempio, nell’industria elettronica, al posto degli strumenti elettronici funzionanti nel vuoto, è giunta la tecnica dei transistor, sorta sulla base dei progressi della fisica dei solidi. Oggi, essa comincia ad essere sostituita dalla microelettronica, dalla fono-ottica e dalla ottica-elettronica. Sulla loro base vengono fatte le elaborazioni fondamentali e tecniche, che cambiano il volto dell’elettronica, dell’elettrotecnica, delle comunicazioni.

Ecco un altro esempio caratteristico. Negli anni ‘40 il geofisico sovietico G.A.Gamburcev propose un nuovo metodo per l’esame della struttura della crosta terrestre, sulla base dello studio del riflesso delle onde longitudinali sismiche, provocate artificialmente con l’ausilio di un’esplosione. Questa idea aveva un’importanza di principio per lo studio della parte interna della Terra. Essa fu approvata dal Ministero per la geologia dell’URSS e immessa nella pratica dei lavori di ricerca. I metodi del sondaggio sismico in profondità con l’ausilio di un’esplosione hanno permesso di individuare le regioni dell’Unione Sovietica che hanno più prospettive per quanto riguarda l’estrazione del petrolio, del gas e di altri minerali utili. Tuttavia il pensiero creativo non si ferma su quanto è stato raggiunto: adesso è stato proposto di utilizzare le onde longitudinali sismiche nell’esplorazione geofisica, di trasformarne otticamente i riflessi e di rispecchiarle in un quadro olografico visibile.

Gli esempi riportati sono sufficienti per rappresentare un quadro tipico dell’idea scientifica, dallo stadio della sua messa a punto in laboratorio fino all’utilizzazione su grande scala nei vari settori dell’economia nazionale. L’impiego in un intero settore economico è una condizione importantissima per l’accelerazione del progresso tecnico-scientifico. Se invece si realizza solo in uno stabilimento ed è sconosciuta in altre aziende analoghe, essa non solo non darà vantaggi economici, ma non avrà neppure un ulteriore sviluppo. Perciò il principio dell’utilizzazione in tutto un settore è basilare per il progresso, sia della scienza che della tecnica. E’ esso che porta alla società un effetto economico incalcolabile.

Le forme di collegamento tra la scienza e l’economia nazionale sono varie: innanzi tutto, ci sono gli accordi tra gli istituti dall’Accademia e gli istituti di ricerca settoriali, i contatti diretti con le aziende pilota dei vari settori sulla base degli accordi stipulati.

Un grande ruolo nell’interazione tra scienza e produzione svolgono gli accordi a lungo termine che gli enti accademici scientifici stipulano con i ministeri ed i dicasteri: grazie ad essi ti collegamento tra la scienza e i vari settori dell’economia nazionale viene costrutto su solide basi. Per esempio il dipartimento siberiano dell’Accademia delle Scienze dell’URSS ha stipulato accordi quinquennali con sette ministeri Il programma a lungo termine di cooperazione tra gli scienziati della Siberia e il Ministero della metallurgia non ferrosa ha portato all’introduzione nell’economia nazionale di una serie di grandi progetti, come l’estrazione di sostanze ultrapure, la raffinazione dello stagno, la creazione di una tecnologia perfetta per la separazione dei polimetalli dai minerali.

La cooperazione del dipartimento siberiano con il Ministero dell’industria medica tende ad ottenere nuovi medicinali e strumenti più perfetti per la diagnosi e la cura dei malati. I chimici ed i biologi della Siberia hanno già messo a punto una serie di preziosissimi preparati per a loro utilizzazione nella pratica medicinale. L’elenco di simili esempi si potrebbe prolungare.

Una delle componenti del progresso tecnico-scientifico è l’accentramento della produzione. E’ noto che le grandi idee scientifiche vengono realizzate con maggiore effetto nei grandi stabilimenti industriali. E si capisce: stabilimenti del genere dispongono di specialisti altamente qualificati, che conoscono bene la tecnica e la tecnologia del proprio settore e sono in grado di assimilare rapidamente e creativamente il nuovo L’alto grado di accentramento della produzione presuppone una sua razionale specializzazione, il che rende necessario, nella gestione, analizzare a fondo le diverse parti del processo produttivo pianificare concretamente e fondatamente il progresso tecnico-scientifico in ogni elemento. Oltre a ciò, si scoprono riserve complementari, che possono essere utilizzate per l’introduzione di idee scientifiche nuove, con maggiori prospettive.

Questa tendenza si rivela con particolare evidenza oggi quando vengono progettate e costruite grandissime fabbriche e complessi industriali, si creano unioni di autofinanziamento si ristrutturano gli stabilimenti già esistenti. Per esempio, è stato da poco costruito ed è già entrato in funzione il gigante automobilistico VAZ di Città Togliatti, si sta costruendo un altro gigante – il Kamaz – a Naberežnye Čelny, è entrata in funzione una delle più grandi fabbriche del Paese, il complesso metallurgico Zapadno-Sibirskij di Novokuzneck, e tanti altri. Il concentramento della produzione è una caratteristica di tutte le sfere dell’economia nazionale Si possono elencare le potenti centrali idriche e termiche, gli altiforni e i forni Martin, le fabbriche chimiche per la lavorazione del petrolio e del gas, per la produzione di acido solforico e di alluminio, i complessi industriali per la cellulosa. Per quanto riguarda le piccole e medie imprese, come è noto esse sono sempre più perdenti nel campo della redditività rispetto alle grandi. Tuttavia non si può non tener conto del fatto che la loro nascita ed il loro sviluppo hanno una lunga storia e che per esse è stata creata un’infrastruttura ad hoc, il ché le rende ancora del tutto vitali. Il progresso tecnico-scientifico si svilupperà qui attraverso una specializzazione maggiore, unita ad una larga cooperazione produttiva.

La specializzazione, tra l’altro, crea possibilità favorevoli per un inserimento più attivo nella produzione delle grandi idee scientifiche, di tecnologie perfezionate. A questo deve contribuire un organico sistema di preparazione degli specialisti, che debbono possedere conoscenze e un’esperienza tecnica d’avanguardia. E qui le differenze – per quanto riguarda l’efficienza della produzione – tra le grandi imprese con alto concentramento di produzione e quelle piccole, ma strettamente specializzate, gradualmente si cancelleranno, e una diffusa cooperazione produttiva sulla base dell’aggregazione e della multisettorialità legherà tutte le imprese dell’economia nazionale in un unico meccanismo equilibrato di produzione sociale, facente attivamente leva sulle conquiste del progresso tecnico-scientifico.

Come vediamo, è evidente un legame dialettico tra le forme di organizzazione dell’industria e della scienza: il concentramento e la specializzazione della produzione favoriscono lo sviluppo del progresso tecnico-scientifico, mentre questo, a sua volta, contribuisce ad aumentare il concentramento delle forze industriali, ad approfondire la specializzazione della produzione. Il passaggio dell’economia ad un nuovo sistema di organizzazione e di direzione, la tendenza alla specializzazione, sottintendono la formazione di una vasta rete di gruppi industriali, fondati sulla cooperazione interministeriale. Questo processo si svilupperà oltre. La complessità della produzione stilla base di una profonda specializzazione è una delle tendenze caratteristiche del progresso tecnico-scientifico. Non per niente lo sfruttamento nella produzione delle conquiste tecnico-scientifiche costituisce, in sostanza, un’economia reale nelle spese per l’elaborazione delle soluzioni tecniche o della tecnologia specifica per ciascuna singola impresa.

Un’importante componente del progresso tecnico-scientifico è l’automazione della produzione. Proprio nella sua utilizzazione è celata la massima riserva di sviluppo ulteriore della produzione sociale. E qui intendiamo i sistemi automatici di direzione, l’automazione dei processi tecnologici e dei lavori di progettazione.

Sebbene il problema dell’automazione della produzione sia sorto da molto tempo, la sua produzione pratica è stata possibile solamente nelle condizioni di uno sviluppo intensivo dei mezzi di calcolo elettronico.

Il problema al quale si è più lavorato è quello della creazione di sistemi automatizzati di direzione (ASU) con l’utilizzazione dei computer. Con ciò si intendono i sistemi di elaborazione automatica dell’informazione e della gestione a qualsiasi livello: aziendale, settoriale, intersettoriale, nazionale. Essi sono diretti al perfezionamento dell’organizzazione di tutte le componenti della produzione sociale, a un maggior rendimento delle forze produttive e al miglioramento della pianificazione.

Il compito dell’ASU è quello di contribuire alla realizzazione delle possibilità eccezionali della nostra economia, allo sviluppo intensivo dell’economia nazionale sulla base della pianificazione globale. Una contabilità ben organizzata, l’analisi particolareggiata e la pianificazione ottimale a tutti i livelli del sistema di direzione, sono un compito importantissimo del perfezionamento del meccanismo economico del socialismo maturo. Risolverlo si può soltanto sulla base di concezioni metodologiche approfondite insieme con un’utilizzazione efficace dei calcolatori.

Oggi i sistemi automatici di direzione sono largamente diffusi nelle imprese e nei vari settori dell’economia nazionale del Paese. Indirizzati in un primo momento verso il computo e l’elaborazione di qualche informazione sulla produzione, essi ora irrompono sempre più profondamente nella direzione operativa. Così, nel reparto siberiano dell’Accademia delle Scienze dell’URSS, con la partecipazione di molti istituti di ricerca scientifica settoriali e di imprese è stato creato il sistema automatico di direzione “Sigma” sulla base di computer della terza generazione. La sua caratteristica è la capacità di adattarsi alle particolarità dell’impresa e alla sua struttura direzionale. Esso è destinato alla esecuzione di tutte le funzioni di contabilità e pianificazione operativa, alla soluzione dei problemi connessi con la preparazione alla produzione di nuovi articoli ed alla stesura di piani ottimali di impresa. Nei prossimi anni indubbiamente verranno realizzati vari progetti di ASU orientati verso una direzione ottimale a tutti i livelli di produzione.

Una tappa importante sarà qui l’organizzazione di servizi centralizzati per le imprese dell’economia nazionale con i mezzi del calcolo elettronico sulla base di centri calcolatori di uso collettivo (VCKP).Ciò accrescerà sostanzialmente l’efficienza nell’uso dei calcolatori dei sistemi ASU e libererà grossi contingenti di lavoratori che attualmente prestano servizio presso i computer delle imprese. Per quanto riguarda i mezzi di questa tecnica nelle imprese, si creerà una rete di sicuri e poco costosi minicomputer, collegati attraverso canali informativi con potenti VCKP. Tale tendenza alla differenziazione dei computer per una loro più razionale utilizzazione già si osserva nella pratica dell’economia nazionale.

Il perfezionamento dell’organizzazione di tutti gli elementi costitutivi del sistema di direzione è un fattore attivo della accelerazione dei ritmi del progresso tecnico-scientifico. Nuove possibilità si aprono con l’utilizzazione, sulla base dell’ASU, di modelli di simulazione delle imprese. Oggi essi vengono già creati e in un futuro prossimo diverranno un importante strumento per accrescere l’efficienza della produzione.

Gli ASU settoriali adempiono a diverse funzioni di controllo della realizzazione del piano da parte dell’impresa, delle risorse materiali assicuranti il funzionamento della produzione, della progettazione di piani annuali e quinquennali, ecc. Oggi la gestione dei ministeri e degli enti si fonda in larga misura su questi sistemi. In futuro essi saranno collegati sempre più strettamente con gli ASU delle imprese, formando un’unica rete informativa settoriale con la necessaria struttura gerarchica di “banche dei dati”.

L’unificazione degli ASU settoriali sulla base di una politica comune porterà infine alla creazione di un sistema automatico di direzione statale. Ciò richiederà la soluzione di molti problemi di ordine metodologico, economico e tecnico, il ché può essere realizzato con la partecipazione del Consiglio dei Ministri, del Gosplan, del Comitato di Stato per la scienza e la tecnica, dell’Accademia delle Scienze, dei ministeri e degli enti dell’URSS. Una pianificazione statale che tenga conto dei collegamenti intersettoriali e territoriali sulla base di modelli economici ottimali racchiude in sé grosse potenzialità di accelerazione dello sviluppo dell’economia e di aumento dell’efficienza della produzione sociale.

Merita un’attenzione particolare il problema della meccanizzazione dei lavori manuali e faticosi. In molti casi gli indici di produzione delle imprese sono modesti proprio perché molti lavoratori sono occupati in un lavoro manuale. Ecco perché si può affermare a piena ragione che la meccanizzazione e l’automazione di quei processi in cui si ricorre al lavoro manuale, non solo faranno aumentare l’efficienza della produzione, ma renderanno disponibile una parte del personale delle aziende per altre sfere di attività, in cui potrà essere più utilmente impiegata.

Oggi nel Paese si sta realizzando un ampio programma di meccanizzazione dei lavori manuali e disagiati. Vengono impiegati dispositivi e meccanismi automatici per operazioni varie, da utilizzare direttamente nei reparti. Vengono introdotti mezzi di meccanizzazione e di automazione nei depositi, la cui funzione è la ricerca e la scelta meccanizzata dei pezzi, degli strumenti e delle attrezzature. Le macchine utensili e le linee semiautomatiche che comportano operazioni manuali e pesanti, vengono trasferite a regime di piena automazione. Si stanno automatizzando i lavori nelle miniere, nel settore forestale, nella costruzione di strade, nelle opere di bonifica e dovunque la parte del lavoro manuale sia particolarmente grande.

Nei reparti e nelle aree di lavoro sono già arrivati i primi robot per il programma di ristrutturazione. Essi eseguono vari movimenti e operazioni, garantendo l’automazione dei lavori pesanti in condizioni disagiate (per esempio, alte temperature, tossicità della produzione, ecc.). Sta nascendo un nuovo settore industriale legato alla meccanizzazione e alla automazione dei processi produttivi ausiliari. Esso si fonda sulle conquiste della teoria dei meccanismi e delle macchine, della teoria degli automi, dell’idraulica e del calcolo elettronico.

Nel corso del progresso tecnico-scientifico l’automazione dei processi tecnologici penetra nelle più diverse sfere dell’attività produttiva dell’uomo, rendendo meno pesante il lavoro e accrescendone più volte la produttività. Già oggi nell’industria vengono largamente usate le macchine con comando programmato, che sono i precursori della grande automazione. Esse possiedono un indubbio vantaggio rispetto alle macchine automatiche, grazie alla loro capacità di adeguarsi, secondo un programma dato, a qualsiasi regime tecnologico. In altre parole, ogni macchina con comando programmato realizza adesso tutto un complesso di operazioni tecnologiche, che prima erano eseguite da un grande numero di macchine automatiche predisposte sull’unico regime possibile. Il risultato conseguente e che il rendimento dei macchinari cresce decisamente, mentre il costo stesso della produzione diminuisce.

Il progresso in questo campo porta a far sì che le macchine a comando programmato diventino sempre più universali e la loro possibile utilizzazione tecnologica si estenda continuamente. Sulla loro base vengono creati complicati complessi automatici che costituiscono un insieme di macchine a direzione programmata unificata. In tal modo la macchina a direzione programmata diviene qui solamente una componente di una specie di sistema tecnologico programmabile più complesso. Tale è la macchina automatica dotata di possibilità abbastanza ampie di modificazione delle operazioni e dei processi tecnologici. Tale è la linea tecnologica automatizzata.

I complessi automatici programmabili si perfezioneranno in direzione di una selezione razionale dei mezzi tecnici e con l’ausilio di strutture calcolatrici universali o speciali. I programmi per i complessi produttivi saranno predisposti dai computer e messi a punto con appositi congegni di calcolo che simuleranno – come modelli – le possibilità di questi complessi. Nell’industria si presuppone la formazione di un nuovo settore tecnologico, legato ai complessi automatici programmabili, alla loro costruzione, approvvigionamento e sfruttamento. La base per questo esiste già.

Se poi dessimo mentalmente uno sguardo ad un futuro più lontano, vedremmo macchine ad un livello ancora superiore, aventi possibilità di automiglioramento durante il processo lavorativo, che si autoristruttureranno sul migliore regime tecnologico. E dappertutto al centro dei nuovi sistemi tecnici vi è il computer, con le sue eccezionali possibilità di trasformazione dell’informazione. Proprio il computer, insieme con i congegni di comunicazione inversa offre la possibilità di realizzare un controllo e un’analisi particolareggiati del processo tecnologico e, sulla base di appositi programmi generali, di cambiarlo in base all’informazione ricevuta, di regolarlo su di un regime ottimale.

Così, i ritmi del progresso tecnico-scientifico nell’industria metalmeccanica verranno determinati in larga misura della qualità e dalla scelta dei calcolatori, dei sistemi di direzione programmata. Ma garantire ritmi rapidi di sviluppo della metalmeccanica sulla base dell’automazione significa accelerare il progresso tecnico-scientifico in tutti i campi dell’economia nazionale.

Prendiamo ad esempio la metallurgia. Gli eccezionali altiforni e convertitori costruiti negli ultimi anni hanno permesso di aumentare considerevolmente la produzione della ghisa e dell’acciaio, di migliorarne la qualità. Questo è un indiscutibile successo del settore. Ma il risultato più impressionante del precedente piano quinquennale è stata l’elaborazione e la messa in esercizio dei laminatoi automatici. Per esempio, presso il complesso industriale metallurgico della Siberia occidentale poco tempo fa è entrato in funzione un laminatoio completamente automatico, capace di una vasta gamma di prodotti. Il laminatoio è manovrato da un computer. Il lavoro di tutti i settori di questo complicatissimo impianto viene seguito soltanto da 20 operatori.

Presso una fabbrica metallurgica di Taganrog è entrata in funzione una linea automatica per la produzione di tubi di diverso diametro. Il ritmo di produzione qui raggiunge i 1200 metri al secondo. Il lavoro della linea è seguito da pochi operatori.

Fatti simili ormai non sono rari. Il futuro della nostra industria è legato alla creazione proprio di tali linee e processi tecnologici automatici contrassegnati da alta produttività, sicurezza e qualità.

Le produzioni automatiche sono presenti nell’industria chimica e petrolifera, nell’industria per la trasformazione dei minerali. Tra queste ci sono innanzi tutto l’impianto per la raffinazione del petrolio di Omsk, la fabbrica di prodotti plastici di Kemerovo ed altre imprese. L’automazione della produzione è dettata qui dalle esigenze del processo tecnologico stesso. In questo momento in Siberia sono in fase di costruzione due giganti della petrolchimica: i complessi di Tomsk e di Tobol’. I loro progetti hanno recepito le migliori idee nel campo della tecnologia, ma quello che conta di più, qui si rivelano con evidenza le tendenze al concentramento della produzione e alla automazione sulla base dei computer.

Anche nelle sfere dell’economia nazionale non collegate con produzioni ad alto concentramento il progresso tecnico-scientifico si fa strada grazie all’automazione. Le sue componenti fondamentali qui risultano essere i “microprocessori” su grandi schemi integrali. Si tratta di calcolatori compatti, realizzati con uno o più cristalli semiconduttori, che sulla base di un programma ristrutturabile eseguono varie funzioni di gestione di un impianto (per esempio, una macchina utensile a comando programmato, un’automobile ad alimentazione regolabile, una lavatrice con operazioni programmate in un certo ordine, oppure un impianto sperimentale per la ricerca scientifica con programma predisposto, ecc.). E’ stato calcolato che nel prevedibile futuro i “microprocessori” troveranno utilizzazione in più di duecentomila vari tipi di costruzioni e di impianti di uso industriale e domestico. Ma questa è già una rivoluzione tecnica.

Se a questo si aggiunge che in breve tempo i “microprocessori” saranno disponibili a basso costo (il costo dei tipi più diffusi andrà probabilmente da un minimo di pochi rubli ad un massimo di alcune centinaia di rubli), diventa evidente la reale prospettiva di progresso su questa base.

L’utilizzazione dei “microprocessori” nell’automazione esigerà, a sua volta, la creazione di settori industriali per la produzione delle relative apparecchiature. Uno dei settori verso cui è indirizzato il progresso tecnico-scientifico rende necessario lo sviluppo di un altro settore: questa è la logica della rivoluzione tecnico-scientifica.

Vi è ancora un settore dell’attività umana, ove l’automazione è chiamata a svolgere un ruolo inestimabile: i lavori di progettazione. E’ noto a tutti che per la creazione di grossi progetti tecnici e tecnologici occorrono anni di lavoro di grossi collettivi degli uffici studi (KB) dei vari settori dell’industria.

Per esempio, per l’elaborazione del progetto di un aereo – dall’ideazione fino alla preparazione della documentazione tecnica completa – occorrono dai tre ai cinque anni. Stessa cosa per la progettazione di navi, centrali atomiche ed altri complessi impianti della tecnica moderna. Il progetto di una nuova automobile o trattore nasce più velocemente, ma anche per questo occorrono due-tre anni.

Tuttavia, se si analizza il lavoro del progettista, si scopre che i momenti creativi richiedono molto meno tempo che non l’esecuzione dei calcoli di routine secondo norme prestabilite, la messa a punto di una documentazione standard. E’ proprio la soluzione dei problemi tecnici trasformabili in algoritmi che occupa la parte del leone nel tempo necessario per un progetto. E’ necessario automatizzare proprio questo processo, sfruttando i computer e la “banca dei dati”, gli “elaboratori di grafici” per la documentazione, le telescriventi, i quadri di comando, ecc.

Già ora in una serie di settori sono stati predisposti piccoli centri automatici (ARM) per il lavoro dei progettisti. Ma questo è solo il primo stadio. In futuro i centri calcolatori d’uso collettivo creeranno la possibilità di organizzare intere reti di ARM con l’impiego di mezzi che renderanno ottimale la progettazione. La realizzazione di questo programma darà un nuovo impulso al progresso tecnico-scientifico.

I tempi del progresso tecnico-scientifico dipendono sostanzialmente dalla mobilità dell’industria, dalla sua capacità di cambiare i programmi e, in tempi brevi, di realizzare i progetti di nuovi impianti, macchinario, congegni automatici. Sorge la necessità di manovrare le risorse, di trasferirle verso le direttrici del progresso tecnico-scientifico più importanti in un dato momento. Tutto ciò è strettamente legato al livello di standardizzazione e unificazione raggiunto nell’industria. Effettivamente la creazione di nuovi progetti sulla base di elementi standard consente di utilizzare maggiormente l’esperienza tecnico-scientifica accumulata nei diversi settori dell’economia nazionale e di realizzare più rapidamente le idee, di impiegare con criteri più economici le risorse. Nella standardizzazione sono insite enormi possibilità per l’accelerazione del progresso tecnico-scientifico. Come esempi di ampia standardizzazione nell’industria ci si può richiamare al “Sistema unico di preparazione tecnologica della produzione (ESTPP) ed al “Sistema unico di documentazione per la progettazione” (ESKD). Ma questo naturalmente è solo l’inizio. Bisognerà fare un grande lavoro per unificare ulteriormente i processi tecnologici. Si otterrà così un risparmio delle forze produttive e un miglioramento della qualità dei prodotti.

La nostra industria è passata ormai da tempo al metodo dell’aggregazione per ciò che riguarda l’elaborazione e la costruzione di determinati impianti e mezzi tecnici. Le fabbriche all’avanguardia nel settore delle costruzioni meccaniche ricevono da decine e centinaia di imprese del Paese i pezzi necessari per produrre mietitrebbiatrici, generatori elettrici o televisori. La specializzazione delle imprese, specialmente in presenza di un’alta concentrazione della produzione, consente di progettare e di costruire impianti e macchine al livello degli standard più elevati e con un grande risparmio di lavoro.

Proprio per questo nell’industria si sta sviluppando sempre più marcatamente la tendenza all’aggregazione. In sostanza, è già stato posto all’ordine del giorno il problema del passaggio a una produzione sulla base di grossi aggregati o moduli, cioè di impianti unificati (o parti di sistemi), composti da complessi intercambiabili di pezzi di larga produzione con funzioni relativamente autonome. Il sistema modulare migliorerà ulteriormente l’efficienza della produzione e abbrevierà i tempi di realizzazione dei progetti tecnici. Molte fabbriche del Paese sono già passate all’aggregazione in grandi blocchi prefabbricati. Gli iniziatori in quest’impresa sono i settori della produzione di automobili, aerei, navi, ecc. Tale principio è per esempio alla base dell’”Atommaš”, il moderno gigante dell’industria nazionale (per la produzione di grandi blocchi prefabbricati per le centrali elettroatomiche).

L’aggregazione “modulare” si è largamente diffusa nell’edilizia in genere e specialmente in quella civile; grazie a ciò si è riusciti ad intensificare sostanzialmente i tempi di costruzione delle abitazioni e dei servizi.

Particolarmente importante è il principio “modulare” nella ricerca scientifica. Per la realizzazione delle idee nuove gli scienziati hanno bisogno di una solida base, di un’attrezzatura standard per apparecchi e laboratori, di una perfetta tecnica di misurazione e di uno sviluppato sistema di rifornimento di reagenti, di elementi e combinazioni chimiche, di apparecchiature per la creazione del vuoto, di mezzi di automazione e calcolatori.

Lo sviluppo della standardizzazione richiede che nell’ambito del progresso tecnico-scientifico si migliori, innanzitutto, la qualità di prodotti importanti come l’acciaio, i laminati, i tubi, le macchine utensili, gli strumenti, ecc. Il soddisfacimento di queste esigenze sarà inevitabilmente accompagnato da una modificazione dei criteri economici con cui si ottengono gli indici di produzione e di esecuzione del piano. Essi devono stimolare una produzione d’alta qualità con un consumo razionale delle risorse.

Il progresso tecnico-scientifico nelle sue basi poggia innanzitutto su quadri qualificati di specialisti, capaci di influire attivamente sullo sviluppo della produzione. L’acceleramento dei tempi del progresso dipende dal grado di disponibilità degli uomini ad assimilare creativamente le nuove idee tecniche e scientifiche. Ciò pone particolari esigenze per quanto riguarda la preparazione degli specialisti e il miglioramento del loro livello professionale.

Nelle condizioni della rivoluzione tecnico-scientifica il cambio di tecnologie, il passaggio a tecniche nuove più perfette, a nuovi materiali di costruzione, nuovi princìpi di organizzazione del lavoro, avviene in continuazione. Perciò una continua, ininterrotta conoscenza di tutto ciò che è nuovo diventa il perno del sistema di formazione degli specialisti a tutti i livelli, dall’operaio all’ingegnere, dal tecnico di laboratorio al progettista o al ricercatore. Il centro dell’attenzione nella preparazione dei giovani a scuola si sposta sempre più dalla specializzazione ristretta verso un più ampio profilo. L’indice di efficienza diviene qui l’attitudine ad applicare creativamente le conoscenze acquisite alla soluzione dei problemi concreti nelle diverse sfere dell’attività sociale, l’assimilazione attiva di idee e metodi nuovi, la capacità di cambiare rapidamente in direzione dei nuovi indirizzi della tecnica e della scienza.

Una delle particolarità della preparazione degli specialisti nella fase attuale è la valorizzazione dei metodi quantitativi, che attualmente penetrano in tutte le sfere del sapere: nella fisica, nella chimica, nella tecnica, nella scienza della Terra, nella biologia, nella medicina, nell’economia, nei servizi sociali. Non esiste una sfera del lavoro e del sapere, ove i metodi matematici ed i computer non trovino applicazione. I calcolatori elettronici influiscono enormemente sui metodi della ricerca scientifica, sulla soluzione dei problemi tecnici di organizzazione e di direzione. La produzione e l’impiego dei calcolatori condizionano sempre più i tempi del progresso tecnico-scientifico. Perciò è estremamente importante preparare giovani specialisti nel campi della matematica, che abbiano una buona padronanza dei metodi di lavoro con i computer.

Sotto l’influsso del progresso tecnico-scientifico cambiano i contenuti dell’istruzione tecnico-professionale, medio-specialistica e universitaria. Al centro dell’attenzione si trovano problemi legati all’automazione della produzione ed alla sua direzione con l’applicazione di nuovi mezzi tecnici e nuovi materiali tecnologici. L’industria ha bisogno di tecnici ed ingegneri capaci di elaborare linee tecnologiche automatiche, di organizzare il lavoro delle macchine utensili programmabili, di specialisti che conoscano i complicati strumenti di calcolo e di misurazione. In seguito ai successi della tecnica del calcolo sta cambiando il carattere del lavoro di progettazione; i giovani specialisti devono avere un più ampio orizzonte ed essere pronti all’applicazione dei nuovi mezzi di progettazione, orientarsi facilmente nelle condizioni mutevoli, assimilare rapidamente le conquiste della tecnica e della scienza i nuovi processi produttivi e sistemi di direzione. La continua ricerca creativa di soluzioni efficaci, di ottimali vie di realizzazione degli schemi tecnologici di produzione e direzione, diverrà il perno dell’attività degli specialisti di tutte le componenti dell’economia nazionale, e la larga specializzazione consentirà di cogliere i problemi fondamentali della produzione e di trasformarla su una base profondamente scientifica.

“Il nostro Paese dispone di ricchezze naturali colossali, – ha detto il compagno L.I.Brežnev al XVIII congresso del Komsomol. – Grazie agli sforzi di più generazioni, da noi è stato creato un forte potenziale economico sia nell’industria che nell’agricoltura. Abbiamo preparato un gran numero di specialisti istruiti, qualificati, abbiamo garantito alla gente buone condizioni di vita Ora come mai è importante sfruttare abilmente, ragionevolmente, in modo interessato tutte queste ricchissime risorse, porle in modo adeguato al servizio del popolo, ricavarne la massima utilità”.

Il progresso tecnico-scientifico è la base per uno sviluppo intensivo dell’economia nazionale del Paese. Nel miglioramento della efficienza è il futuro della nostra economia. Questa è la via per garantirle uno sviluppo felice, dinamico. Si deve proseguire lungo la linea del progresso tecnico-scientifico, del perfezionamento della pianificazione e della direzione, del rafforzamento dell’organizzazione in ogni settore.

[Da "Kommunist", 1978, N°3. Traduzione di Mark Bernardini, pubblicata in “Rassegna Sovietica”, 1980, N°1]

venerdì 1 giugno 1979

Un amico di Puškin in Italia

di Nikolaj Prožogin

Sono riuscito a trovare in Italia la tomba di Nikolaj Aleksandrovič Korsakov. Sono state ricerche lunghe, che a volte sembravano disperate. Ma io ho continuato: Korsakov era un amico di Puškin.

...Nel 1825 il poeta, caduto in disgrazia, celebrò il 19 ottobre - giorno della fondazione del liceo - nel villaggio Michajlovskoe, “in quell’angolo sperduto”. Oggi l’espressione “angolo sperduto”, riferita al villaggio Michajlovskoe, suona strana. La tenuta dei Puškin, un tempo lontana, è diventata una meta di pellegrinaggio per centinaia di migliaia di persone. E poi, i moderni mezzi di comunicazione l’hanno fatta diventare accessibile anche per il fine settimana non solo ai suoi vicini, gli abitanti di Pskov, ma anche a quelli di Leningrado ed ai moscoviti. Eppure, non è difficile immaginare quel senso di solitudine, di distacco dal mondo che il ventiseienne “eremita” provava nella sua “cella nel deserto”. Questo sentimento lo aveva predisposto ad un tono malinconico, facendo scaturire la triste melodia di questi versi:

Bevo da solo, e sulle rive della Neva

Gli amici oggi mi ricordano...

Quanti però di voi banchettano, anche lì?

Chi altro è mancato all’appello?

Chi ha tradito la bella abitudine?

Chi è stato portato via dalla luce fredda?

Chi è rimasto muto all’appello dei fratelli?

Chi non è venuto? Chi manca tra voi?

Già da qualche anno nella cerchia dei liceali mancava il loro beniamino comune, Nikolaj Korsakov, il buontempone, il poeta, il cantante e compositore che aveva adattato alla musica anche qualche verso di Puškin:

Non è venuto, il nostro cantante riccioluto,

Col fuoco negli occhi, con la chitarra dalla voce soave:

Sotto i mirti della radiosa Italia

Dorme, egli, dolcemente [...]

E pensare che, poco prima, sia gli insegnanti, sia i compagni gli avevano predetto un destino non comune. A sentire i loro concordi giudizi, in lui si combinavano felicemente un carattere allegro e socievole ed il bell’aspetto con i molteplici talenti e con un intelletto sottile e sagace. Dopo aver finito il liceo, Korsakov e tre suoi compagni di scuola, Puškin, Gorčakov e Lomonosov, furono assegnati al Ministero degli Esteri. Superato il difficile esame che dava il diritto di lavorare all’estero, ricevette l’assegnazione all’ambasciata russa a Roma.

Ma finché la vita non divise i liceali, questi continuarono ad incontrarsi... Durante i festeggiamenti dell’anniversario del liceo nel 1817 e nel 1818, la chitarra e la voce di Korsakov risuonarono ancora nella loro compagnia. Sappiamo anche che nel 1819, nel giorno memorabile del 19 ottobre, egli voleva andare a trovare Puškin, fece un salto da lui, ma non lo trovò.

Riuscirono ad incontrarsi prima della partenza di Korsakov per l’Italia? Forse già allora la malattia lo corrodeva dentro, e lui prevedeva la sua fine vicina? Nell’album di E.A.Engel’gardt, direttore del liceo, Korsakov lasciò il seguente appunto: “Parto per Roma, esimio e caro Egor Antonovič. Dio sa se tornerò, Dio sa se rivedrò nuovamente i luoghi dove ho passato tanti bei giorni felici”. Dopo poco meno di un anno, egli non esisteva più. Morì di tubercolosi a Firenze il 26 settembre del 1820. Aveva appena 20 anni.

Tutti coloro che conoscevano Korsakov piansero amaramente la sua fine prematura. Puškin dedicò alla memoria dell’amico l’elegia “La bara del giovane”:

E’ sparito, il pupillo

Tenero dell’amore e dei sollazzi,

Intorno a lui profondo è il sonno

E il freddo della tomba quieta...

Ancora molti anni dopo Engel’gardt raccontava, citando testimoni oculari, che nella sua ultima ora Korsakov aveva composto l’epigrafe per il proprio monumento. Gli avevano detto che a Firenze non sarebbero stati capaci di scolpire le lettere russe. Allora le scrisse lui stesso a caratteri grossi su un foglio di carta ed ordinò di copiarle sul marmo. Questa epigrafe, nel testo trascritto dallo scrittore V.P.Gaevskij (anche lui liceale, ma di una classe successiva, del 1845) in base al racconto di E.A.Engel’gardt, doveva suonare così:

Viandante, affrettati verso il tuo paese natio!

Oh! E’ triste per chiunque morire lontano dagli amici!

Che sia questa l’epigrafe cui si riferiva Puškin, rievocando nuovamente a Michajlovskoe l’amico della giovinezza?

Egli dorme in silenzio, e lo scalpello amico

Non ha scritto sulla tomba russa

Poche parole nella madre lingua

Affinché un giorno vi possa trovare triste conforto

Il figlio del Nord, vagando per il paese straniero.

Il racconto sulla morte di Korsakov, e del resto anche i versi di Puškin sulla tomba russa nel lontano paese straniero, dovevano rimanere negli animi dei liceali. Non li dimenticò neppure Gorčakov, del quale Puškin scriveva nello stesso poema “19 ottobre”:

Il destino severo ci assegnò due vie diverse

E camminando nella vita, ci dividemmo presto:

Ma quando poi per caso, su un sentiero

Ci incontrammo, fraternamente ci abbracciammo.

Essendo un brillante diplomatico, il principe Aleksandr Michajlovič Gorčakov divenne in seguito Ministro degli Esteri e Cancelliere di Stato della Russia.

Ma alla metà degli anni trenta Gorčakov ricopriva la carica di segretario della missione russa a Roma, dove un tempo Korsakov aveva cominciato il suo impiego estero, interrottosi così presto. Un giorno Engel’gardt ricevette una sua lettera con una comunicazione, della quale egli informò subito un altro suo ex commilitone, V.D.Volchonskij, il “mini Suvorov” del liceo, divenuto ormai un bravo generale. “Ieri, - gli scriveva Engel’gardt il 30 agosto del 1835, ho ricevuto una lettera di Gorčakov con allegato il disegno di un piccolo monumento che egli ha eretto al nostro povero trovatore Korsakov, sotto un folto cipresso vicino al recinto di una chiesa a Firenze”.

Circa la sincerità dei sentimenti d’amicizia di Gorčakov nei confronti di Puškin si esprimono delle riserve. Ma almeno in questo caso il diplomatico è stato degno del giudizio del poeta su di lui:

Tu, Gorčakov, sei fortunato fin dai primi giorni.

Sia lode a te. Della fortuna lo splendore freddo

Non ha tradito l’animo tuo libero:

Sei il medesimo, per gli onori e per gli amici.

Engel’gardt nella lettera a Volchonskij ha aggiunto: “Questo triste regalo mi ha molto rincuorato”. Doveva rincuorare molti...

Un giorno a Mosca stavo parlando con lo scrittore e storico N.J.Ejdel’man. “Sarebbe bello ritrovare la tomba di Korsakov”, osservò egli con aria assorta.

Facile a dirsi! “Sotto un folto cipresso vicino al recinto di una chiesa a Firenze”: un’indicazione non molto precisa, anche se apparentemente ricca di dettagli per una frase sola. Vero è che la cerchia delle ricerche si era notevolmente ristretta, dopo che avevo escluso, tra la moltitudine delle chiese fiorentine, quelle che sono attaccate ad altri edifici o che non hanno i chiostri-giardini interni, e che quindi non possono essere vicino né a cipressi, né a recinti. Ma anche dopo ciò bisognava esplorare, pur limitandosi al centro della città, non meno di dieci monasteri, sconsacrati o funzionanti. Tutti hanno sofferto fortemente durante l’alluvione del 1966. Durante i successivi lavori di restauro, le lapidi sono state rimosse. Alcune di esse, mal conservate e prive - secondo il parere dei restauratori - di valore artistico o storico, potevano anche essere state distrutte. E chi, a Firenze, sa che il grande poeta russo aveva un amico di nome Nikolaj Korsakov?

Ogni volta che mi recavo nella città sull’Arno per il mio lavoro di giornalista, cercavo di trovare il tempo per le ricerche della tomba di Korsakov. Ma come si fa a limitarsi a questo obiettivo, se le celle al piano superiore dell’edificio del monastero di San Marco sono state affrescate da Fra Angelico? Come si fa a passare indifferenti davanti alle opere del Masaccio o del Ghirlandaio in Santa Maria Novella? Come si fa a non sedersi su una panchina nel giardino di Santa Croce, nella cappella dei Pazzi del Brunelleschi? Talvolta l’architettura viene paragonata ad una musica pietrificata. Nella cappella dei Pazzi la musica dell’architettura non si è pietrificata. Come una melodia appena percepibile essa si leva lungo le mura, sui pilastri; inaspettatamente, insieme con il numero e la profondità dei solchi, cambia di ritmo, diventa più forte. Poi raggiunge la cupola, ora spandendosi lentamente lungo i cornicioni, ora avventandosi a vortice nell’emisfero della volta, e, dopo avervi risuonato poderosamente, vola in cielo.

Per non parlare poi delle tombe dei Medici in San Lorenzo, di Michelangelo...

Insomma, le ricerche andavano per le lunghe. Ciò nonostante, non era possibile neanche abbandonarle, senza portarle alla fine:

Affinché un giorno vi possa trovare triste conforto

Il figlio del Nord, vagando per il paese straniero.

Dove il puškiniano “Affinché un giorno vi possa trovare”, che certamente nel poema ha il significato di una scoperta casuale, sembrava acquistare il significato di un ordine, lasciato dal poeta.

E se Engel’gardt avesse commesso qualche errore nel riferire la lettera di Gorčakov? Oppure, se Korsakov fosse stato sepolto non nella città, ma da qualche parte in periferia? Mi venne in mente la casa che sta di fronte a Palazzo Pitti, dove F.M.Dostoevskij scrisse il romanzo “L’idiota”, e un’altra, sulle colline sopra l’Arno, anch’essa con la lapide commemorativa: “In questa villa nel 1878 visse e scrisse Pëtr Il’ič Čajkovskij. L’immensità delle pianure russe e la dolcezza delle colline toscane si sono fuse nelle sue melodie immortali”. Poco lontano da questa villa c’è un’antica chiesetta. Con l’inferriata. E più in là un’altra... In questo caso le ricerche si sarebbero complicate sempre più.

Ma prima valeva forse la pena di visitare i cimiteri fiorentini.

A dir la verità, mi auguravo addirittura che l’amico di Puškin avesse trovato pace in uno di quei cimiteri che vengono chiamati “protestanti” o “inglesi”. Nella prima metà del XIX secolo la colonia inglese era la più numerosa, a Firenze, ma nel cimitero “inglese” venivano sepolti gli stranieri non cattolici, anche di altre nazionalità. Esso si trova sui viali di circonvallazione, in mezzo alla piazza che porta il nome di Donatello, sopra una bassa altura coperta di cipressi e di rose, resto di un fossato che un tempo correva lungo le mura della città, poi smantellate.

Il suo aspetto romantico fornì al pittore tedesco Arnold Bocklin l’idea per il dipinto “L’isola dei morti”. Anche adesso il cimitero sembra un’isola, non in mezzo ad un lago, come nel dipinto, bensì tra due correnti contrarie di automobili. D’altra parte, i rumori della città qui non arrivano quasi affatto, come se le cime ondeggianti degli alberi li assorbissero. Il “Cimitero Inglese”, chiuso da molto tempo, viene salvaguardato come monumento della cultura e in determinate ore è accessibile ai visitatori.

I cipressi, un recinto di ferro. Manca solo la chiesa.

Pur non avendo trovato il nome di Korsakov nel registro, secondo l’ordine alfabetico, andai lo stesso a gironzolare sulla collina. Era una mattinata di sole, ma sull’erba c’era ancora la rugiada. Il gattino del custode, tentando di intraprendere qualche gioco con me, cercava di saltare da una lapide all’altra, per non bagnarsi le zampe. Quando la cosa non gli riusciva, le scuoteva con una grazia sprezzante, facendo chiaramente capire che non era successo nulla di straordinario.

Scostando i cespugli di rose selvatiche, leggevo con attenzione le scritte semicancellate, talvolta ricoperte di muschio. Ne capitavano anche di russe, con titoli altisonanti. Più a lungo mi sono soffermato su una epigrafe senza cognome, ma con due nomi: “La negra Kalima, battezzata Nadežda, nata in Nubia... ”. Uno strano destino: probabilmente era stata portata via dalle rive del Nilo ancora bambina, da viaggiatori russi non molto frequenti a quei tempi in Africa, e sicuramente era stata portata nella Russia piena di neve, per poi morire, accompagnando i suoi signori, nel viaggio in Italia. Comunque, avendo cura di “salvare l’anima” della loro serva, essi avevano fatto scrivere sulla tomba anche il nome datole alla nascita. Mi ricordai di un disegno senza la firma dell’autore, ma con la scritta in russo “Firenze” e la data della metà del secolo scorso, che avevo visto a Roma in una esposizione per un’asta. Tra l’altro, vi si vendevano anche i resti della collezione di quadri di Zinaida Volkonskaja. In quel disegno è raffigurato un salotto, dove, accomodati in poltrone e sul divano, seggono uomini e signore. Alla porta, in piedi, una serva con un vassoio. Ma dopo tutto, se non erro, la serva del disegno non sembrava negra...

Le ricerche nei cimiteri risultarono anch’esse inutili.

Quell’estate, durante le brevi ferie, andai a Leningrado e feci una visita all’Istituto di letteratura russa dell’Accademia delle scienze. La responsabile del Puškinskij kabinet, V.V.Zajceva, aveva gentilmente preparato per me un’intera pila di volumi in folio. Ma non fu possibile rinvenirvi nessuna informazione aggiuntiva, o almeno un piccolo dettaglio che potesse suggerire un nuovo indirizzo per le ricerche.

Evidentemente, tutti i dati arrivati fino a noi sulla morte di Korsakov e sul monumento eretto da Gorčakov, erano già stati esposti da N.Gastfrejnd nel suo libro “I compagni di Puškin nel Liceo imperiale di Carskoe selo”, edito nel 1912 a Pietroburgo, tre volumi con il semplice sottotitolo “Materiali per il dizionario dei liceali del primo corso 1811-1817”.

Una volta, ancora prima delle ferie, ricevetti una lettera di S.G.Gutkevič, il quale, presentandosi come attore del Grande Teatro di Marionette di Leningrado, mi scriveva di voler costituire una specie di “Necropoli di Puškin”. Avendo raccolto più di duecento foto e saputo delle mie ricerche su Korsakov, mi chiedeva di fotografare anche le tombe che si trovavano in Italia di altre persone che avevano conosciuto Puškin.

Alcuni di loro mi erano noti. Altri decisi di trovarli, indispettito dalla sfortuna con Korsakov.

Orest Adamovič Kiprenskij fu l’autore di quel ritratto di Puškin, di cui il poeta, in forma scherzosa, ma, come immagino, non senza imbarazzo, disse:

Mi vedo come in uno specchio,

Ma questo specchio non mi lusinga.

Kiprenskij morì nel 1836 a Roma e fu sepolto nella chiesa di Sant’Andrea delle Fratte, dove è sepolta anche la famosa pittrice tedesca Angelica Kaufmann, della quale egli conosceva sicuramente le opere. Sul pilone della quarta cappella a destra dell’entrata si è conservata una lapide, eretta coi fondi raccolti da pittori, architetti e scultori russi, abitanti allora a Roma. La lapide è ornata da un bassorilievo che raffigura una porta aperta sotto un frontone e delle torce capovolte. Al centro, tra le due mezze porte, è il testo latino dell’epitaffio, e non i cognomi degli amici del pittore, come invece è stato scritto nella bibliografia russa su Kiprenskij. Solo nella parte più bassa è inciso il nome dell’autore del bassorilievo, l’architetto N.Efimov.

Un “anziano” del luogo, abitante presso la chiesa da più di venti anni, Padre Giovanni, mi ha raccontato che, quando poco dopo la guerra furono risistemate le lastre di pietra del pavimento, tutti i resti dei defunti furono trasferiti in una tomba comune nel cimitero cittadino romano del Verano. Ma presso il cimitero stesso non è stato possibile scoprire nessuna informazione al riguardo.

Davanti ai getti d’acqua della fontana di Trevi a Roma c’è sempre tanta gente. Vengono qui anche i nostri turisti, rispettando l’usanza ormai divenuta veramente internazionale, per gettare nella vasca della fontana una monetina e con questo assicurarsi il ritorno nella Città Eterna. Ma forse non tutti sanno che nella chiesa dei SS.Vincenzo e Anastasia, che dà sulla stessa piazza, è sepolta colei che Puškin chiamò “la regina delle muse e della bellezza”, la padrona di un famoso salotto letterario e musicale, scrittrice e cantante, la principessa Zinaida Aleksandrovna Volchonskaja, che ha passato metà della vita ed è morta a Roma nel 1862. Nella prima cappella a destra c’è una grande lapide, composta di due pezzi. Dall’ampia scritta in latino risulta che essa fu eretta dalla stessa Z.A.Volchonskaja, “per sé” ed in memoria della sorella Marija Vlasova e del marito Nikita Volchonskij. Un’altra piccola lapide, probabilmente indicante il posto della tomba di famiglia, anch’essa con la scritta in latino: “Famiglia Volchonskij. Pregate per loro”, un tempo era nella parete più vicina all’ingresso della chiesa.

Il 23 giugno del 1852 a Manziana, vicino a Roma, morì Karl Pavlovič Brjullov. A Puškin lo legava una conoscenza, breve nel tempo, ma confortata da un caldo entusiasmo del poeta davanti all’arte del pittore.

Il loro incontro avvenne nella primavera del 1836 a Mosca, poco dopo il ritorno di Brjullov in patria, dopo il primo soggiorno in Italia, che durò dodici anni. Due anni prima a Pietroburgo era stato consegnato ed esposto all’Accademia delle Belle Arti il quadro “L’ultimo giorno di Pompei”, la cui fama era arrivata in Russia ancor prima. Lo aspettavano con un’impazienza che noi, oggi, non possiamo evidentemente immaginare. M.Ju.Lermontov mise in bocca a uno dei personaggi del racconto La principessa Ligovskaja la seguente battuta: “Se voi amate le arti... vi posso annunciare una notizia molto lieta: il quadro di Brjullov “L’ultimo giorno di Pompei” è in viaggio per Pietroburgo. Ne ha parlato tutta l’Italia, i francesi l’hanno criticato. Adesso sarà interessante sapere da quale parte tenderà il pubblico russo, dalla parte del buon gusto o dalla parte della moda”.

La parte illuminata della società russa si mise dalla parte del “buon gusto”. Puškin, abbozzando l’inizio della poesia “Il Vesuvio ha aperto le fauci / il fumo è uscito a nubi / il fuoco... ”, evoca le figure del dipinto che aveva colpito la sua fantasia.

E.A.Baratynskij esclamò:

Hai portato trofei pacifici

Con te sotto il paterno tetto,

E fu, l’ultimo giorno di Pompei,

Il primo per il pennello russo!

“Il quadro di Brjullov è una brillante espressione del XIX secolo”, scrisse N.V.Gogol’, aggiungendo che “la sua [del quadro] idea appartiene pienamente al gusto del nostro secolo, che, in generale, quasi avvertendo da sé la propria paurosa disgregazione… sceglie i momenti di forte crisi, sentiti dalla massa intera”.

Difficilmente sono fondati i dubbi di taluni studiosi circa il fatto che Puškin potesse, anche per scherzo, mettersi in ginocchio dinanzi a Brjullov per farsi dare il disegno che lo aveva fatto ridere fino alle lacrime: “Al ballo dall’ambasciatore austriaco a Smirne”. Chi lo sostiene, si richiama al fatto che questo episodio, descritto nelle memorie di un allievo di Brjullov, A.N.Mokrickij, non figura nelle annotazioni del suo diario. Ma nel diario di Mokrickij non si parla neanche di come egli stesso dipinse Puškin sul letto di morte, il ché, per lui, doveva essere sicuramente non meno importante. Per altro, il disegno si è conservato e si trova nell’appartamento-museo di A.S.Puškin sulla Mojka.

Non si deve dimenticare cosa rappresentasse Brjullov per i suoi contemporanei, specialmente in quel periodo promettente della sua attività artistica, quando egli era appena tornato dall’Italia. Ma anche dopo, in procinto di ripartire per l’estero e sentendo la propria fine vicina, non aveva forse Brjullov motivo di dire a M.I.Glinka che di tutte le persone che lo avevano circondato a Pietroburgo, solamente lui gli era stato “fratello in arte”? Anche i rapporti di Brjullov con Puškin durante la vita di entrambi si fondarono su una base di parità. A conferma di ciò può servire anche il fatto che il poeta gli regalò, cosa che non faceva poi tanto spesso, l’autografo di una sua poesia (“Al’fons monta in sella al cavallo”). Soltanto il tempo, imparziale, ha apportato correzioni al giudizio comparativo della loro attività artistica. Eppure, è un peccato che il più brillante dei pittori russi della prima metà del XIX secolo non abbia fatto in tempo - cosa di cui egli stesso si rammaricò - a dipingere il ritratto di Puškin. Irrealizzati rimasero anche i propositi di preparare il progetto per un monumento al poeta e di dipingere il frontespizio per le sue opere complete. Tuttavia, partendo per l’estero nel 1849, Brjullov completò un quadro iniziato poco dopo la morte di Puškin e dedicato a lui: “La fontana di Bachčisaraj”.

Tornato a Roma, Brjullov, nonostante la grave malattia, ancora continuò a lavorare, a progettare nuovi piani artistici. Dei suoi ultimi giorni ha parlato V.V.Stasov in una lettera dall’Italia al direttore della rivista “Otečestvennye zapiski”. Poco tempo fa ho trovato a Roma dei documenti sconosciuti, riguardanti la fine di Brjullov. Fra questi, un biglietto del dottore italiano, Masi, che curò Brjullov, indirizzato a Angelo Tittoni, nella casa di campagna del quale avvenne il fatto irreparabile. Su di un foglietto piegato più volte, evidentemente inviato in città tramite un messaggero occasionale o per mezzo di un conoscente, c’è scritto con una calligrafia larga:

Manziana, mercoledì

ore 2,45

Caro Angelino,

ieri il Professore è voluto tornare a Manziana, e oggi sta quasi morendo: l’emorragia cardiaca minaccia di ucciderlo. Vieni subito se vuoi vederlo vivo. Mi affretto.

Il tuo amico Masi

Nella parte superiore del foglietto Angelo Tittoni scrisse a matita: “Brjullov”.

Ma non riuscì a trovare vivo il pittore.

Un’altra lettera di Masi, trascritta in bella copia, ma evidentemente mai spedita, è indirizzata al medico pietroburghese M.A.Markus. La maggior parte di questa è dedicata a come Brjullov avesse intenzione di ringraziare Masi per i favori che gli erano stati fatti. Ma l’interesse particolare di questa lettera è racchiuso nella descrizione dettagliata delle circostanze della fine del pittore. I medici ai quali ho mostrato la fotocopia del documento sono riusciti a diagnosticare la malattia che si rivelò mortale per l’artista: aneurisma dell’aorta.

K.P.Brjullov, i cui lontani avi erano degli ugonotti francesi, è sepolto a Roma nel cimitero protestante di Monte Testaccio. Dall’entrata attuale, un po’ più a sinistra in terza fila si vede bene un grande monumento in marmo bianco, realizzato sulla base di un bozzetto dell’architetto A.F.Šurupov, con i bassorilievi su soggetti allegorici e il ritratto ad altorilievo di Brjullov, copiato dal famoso busto di I.P.Vitali.

Cent’anni dopo, scaduto il termine d’affitto del terreno occupato dalla tomba, lo Stato Sovietico ha fatto un versamento affinché il monumento rimanesse per sempre.

Il cimitero di Monte Testaccio ha avuto il suo nome dal colle artificiale sorto nei pressi, sin dai tempi antichi, sulle rive del Tevere vicino al porto fluviale. Vi si gettavano le anfore (in latino “testa”) rotte, che erano servite come tara per la conservazione e il trasporto del vino, dell’olio di oliva e del grano. Coperto ormai da tempo di terra, sul colle sono cresciuti erba, cespugli e perfino alberi. Ma ancora adesso le piogge fanno affiorare, qua e là, mucchi di cocci di argilla “modellata ancora dagli schiavi di Roma”.

Si dice che Brjullov volesse essere sepolto proprio qui. Poco prima della morte egli dipinse “Diana sulle ali della Notte”. Nella collezione dei suoi lavori di proprietà degli eredi di A.Tittoni non ho trovato questo disegno, ma esso è noto da una litografia e dal racconto di Stasov. Ecco come lo ha descritto l’ancor giovane critico russo: “La notte, donna meraviglia sotto le dita della quale vibrano le corde armoniose della lira, si libra silenziosamente in aria e sulle sue ali levate è distesa, riposando e addormentandosi, la luna, cioè Diana, che ha incrociato le mani sul petto, una sull’altra, e inclina al sonno in una indescrivibile posizione pigra del corpo. La Notte trasporta Diana su Roma immersa nel buio: si vedono i più famosi luoghi di Roma, si vede Monte Testaccio, e su di esso Brjullov ha fatto un segno, dicendo: “Qui sarà sepolto”. Nel dipinto c’è qualcosa di incredibilmente rasserenante, silenzioso. Può darsi che esattamente così armonica, silenziosa e rasserenante Brjullov immaginasse quella notte eterna da lui aspettata presto… Si sono esauditi sia il suo pensiero che il suo desiderio: l’armonica notte silenziosa di Roma e la luna romana in procinto di addormentarsi stanno per sempre su di lui e sul suo Monte Testaccio”.

Quanto a “tutti i luoghi famosi di Roma”, Stasov forse ha esagerato. Ad ogni modo nella litografia si vede solo la punta della piramide di Caio Cestio, sepolcro del tribuno romano, dietro la quale comincia il cimitero non cattolico, come esso ora ufficialmente si chiama.

La piramide Cestia è raffigurata in un altro dipinto di Brjullov, “Danza davanti all’osteria”, che si riferisce al primo soggiorno del pittore in Italia ed è imbevuto di un ben diverso stato d’animo. Dietro ad un tavolino portato all’esterno sotto l’ombra di un albero frondoso, si è disposto un giovane vestito sontuosamente con una mantellina ed un cappello in testa. Piegato verso una donna che è seduta dall’altra parte del tavolo, egli le sussurra qualcosa in un orecchio. Un’altra donna, seduta direttamente sul tavolo, suona il tamburello. Davanti a loro una coppietta danza baldanzosamente. Dalla scala esterna scende, con le mani cariche di leccornie e portando sulla testa una bottiglia di vino, il padrone dell’osteria. In lontananza, sullo sfondo della piramide, corre un calessino.

Questa non è semplicemente un’allegra scenetta. Il suo significato “piccante” sfugge a coloro che non conoscono le usanze di Roma vecchia. Eppure, Brjullov non a caso ha disegnato qui la piramide e con questo ha indicato la direzione esatta di quel che stava accadendo. Il fatto è che all’inizio del secolo scorso intorno alla piramide Cestia erano sorti locali che non giovavano alla buona reputazione di questo quartiere, il ché ebbe un suo ruolo nella scelta del luogo per il cimitero degli “impuri”: gli stranieri e i non cattolici. Secondo le leggi della Roma pontificia, era vietato seppellire coloro che non professavano il cattolicesimo non solo nelle chiese, ma anche nella “terra consacrata”. Gli stessi funerali per molto tempo si svolgevano di notte, quasi di nascosto. Certo, attorno alla metà del secolo scorso le usanze non erano più così rigide. Eppure, ancora nel 1854 l’ambasciatore prussiano, dopo i funerali della moglie, dovette salvare il pastore protestante dalla furia della folla fanatica nascondendolo nella sua carrozza.

Non è un caso che anche il fondatore del Partito Comunista Italiano, Antonio Gramsci, morto nell’ospedale del carcere durante il fascismo, sia sepolto a Monte Testaccio.

Adesso questo cimitero, salendo a terrazze verso le antiche Mura Aureliane, ha un aspetto non meno romantico di quello “protestante” di Firenze. Qui giacciono i poeti inglesi Keats e Shelley, il figlio di Goethe, molti letterati e pittori di varie nazionalità, fra cui i russi Anton Ivanov, Vladimir Grigorovič, i fratelli Pavel e Aleksandr Svedomskij. Nello stesso luogo è sepolta anche T.L.Tolstaja-Suchotina, l’autrice delle memorie consegnate qualche anno fa a Mosca da sua figlia e pubblicate da noi poco tempo fa.

E risultato che a Monte Testaccio sono sepolte altre due persone che conobbero Puškin. Uno di loro è il decabrista Zachar Grigor’evič Černyšev, morto, come ha permesso di appurare una annotazione nel registro, il 23 maggio del 1862. La tomba di Černyšev non si è conservata, ma il suo nome e cognome sono scolpiti nella lapide fissata sulle Mura Aureliane, dalla parte del cimitero. Sotto ad essa è l’ossario con le spoglie di coloro, le cui tombe sono state distrutte.

Sotto una grossa lastra di granito rosso scuro giace sul Monte Testaccio Sof’ja Alekseevna Raevskaja, nata Konstantinova, nipote di M.V.Lomonosov e vedova dell’eroe della Grande Guerra Patria del 1812, generale di cavalleria N.N.Raevskij. Puškin fu in rapporti d’amicizia con molti membri della loro famiglia, e per la stessa Sof’ja Alekseevna si adoperò dopo la morte del marito per farle ottenere la pensione.

Una delle figlie di Raevskij, Elena, è sepolta nel duomo di San Pietro Apostolo a Frascati, una cittadina molto pittoresca vicino a Roma. Si ritiene che potrebbe essere stata dedicata a lei la poesia scritta dal poeta durante il suo viaggio con la famiglia dei Raevskij in Crimea nel 1820:

Ahimé, perché ella risplende

Di beltà dolce e fugace?

Ella vistosamente appassisce

Nel fior della gioventù vivace...

Elena Raevskaja, che si distingueva per la sua salute cagionevole, visse molto più a lungo del poeta. Sulla prima colonna a sinistra nel duomo è fissata una lapide di marmo, nella quale era inserito un piccolo ritratto. Dopo il bombardamento aereo che Frascati subì durante la seconda guerra mondiale il ritratto non si è più trovato ed è ora sostituito da una copia approssimativa, così come è stato sostituito con un vetro un pezzo di pietra blu, che formava sui suoi bordi una croce.

Ma perché Elena Raevskaja fu sepolta nella chiesa? Questa domanda non si pone né nei riguardi di Z.A.Volkonskaja né nei riguardi di O.A.Kiprenskij, poiché è noto che entrambi a suo tempo si convertirono al cattolicesimo. Kiprenskij, probabilmente, lo fece per regolarizzare il suo matrimonio con un’italiana. Zinaida Volkonskaja ebbe verso la fine della sua vita una crisi di misticismo e, come si vede dai suoi appunti, alcuni passi dei quali sono stati pubblicati in un libro dedicato qualche anno fa alla sua vita a Roma, sognò di convertire al cattolicesimo persino l’imperatore Nicola I, e quindi con lui anche i suoi sudditi!

Il priore del duomo, Don Giovanni Busco, al quale ho rivolto questa domanda, mi ha detto che secondo lui Elena Raevskaja era polacca. Il mio racconto sulla famiglia Raevskij e sulla loro amicizia con Puškin lo ha interessato. Dopo avermi accompagnato in una stanzetta che serve da archivio, da lui riordinata poco tempo prima, egli ha tirato fuori da uno scaffale un vecchio registro della chiesa. Da esso risulta che “Elena Raevskaja, figlia di Nikolaj, condottiero russo”, nonostante fosse nata nella “apostasia greca”, si era “rappacificata” con la chiesa cattolica romana. Infine, nello stile dell’epitaffio latino all’interno del duomo, a mio parere, si può indovinare la mano di Zinaida Volkonskaja, la quale attraverso la famiglia del marito era in parentela con i Raevskij. La sorella di Elena, la decabrista Marija Nikolaevna Volkonskaja, e Zinaida Aleksandrovna Volkonskaja erano maritate con due fratelli.

La descrizione dettagliata della “rappacificazione” di Elena Raevskaja con la chiesa cattolica si conclude nel registro con una notizia che mette in dubbio la data conosciuta della sua morte: 4-16 settembre del 1852 (nel XIX secolo il calendario giuliano si differenziava da quello gregoriano di dodici giorni). Nel “Liber mortuorum ab an. 1843 ad an. 1866” sul retro del foglio 69, n. 73, scritto “nell’anno di grazia 1852 il giorno 12 settembre”, si dice che ella, “confortata nell’agonia dalla presenza del prete, ha resa l’anima a Dio il giorno 10 del corrente mese nell’ora settima della notte. Il suo corpo alle ore 24 3/4 del giorno 11 è stato trasportato nella chiesa cattedrale e parrocchiale e oggi, dopo la messa funebre, è stato sepolto in questo luogo santo”. Il conto delle ore viene fatto col vecchio sistema italiano dal tramonto del sole.

Dunque, la morte avvenne il 10, e non il 16 settembre. Ma da dove poteva scaturire l’errore? Sulla lapide nella chiesa c’è scritto: “OBIIT IV IDUS SEPT MDCCCLII”. Qualcuno potrebbe aver tradotto “IDUS”, “le idi”, con la parola “giorno”, traducendo così “morta il giorno 4 settembre dell’anno 1852”, quando invece è scritto “morta 4 giorni prima delle idi di settembre dell’anno 1852”, il ché corrisponde al 10 settembre del calendario gregoriano.

Un errore, questa volta nella lapide, è stato forse commesso anche per la data di nascita di Elena Raevskaja. Secondo i nostri studiosi essa cade (secondo il calendario giuliano) il 29 agosto del 1803. Il prete, facendo l’appunto nel libro, non conosceva questa data e scrisse che ella aveva “intorno ai 50 anni”. Nella lapide affissa più tardi nella chiesa, invece, “ella visse 48 anni e 7 giorni”. Non coincidono non solo il giorno e il mese, ma neanche l’anno di nascita.

Tra i conoscenti di Puškin morti in Italia c’è anche S.G.Lomonosov, col quale, come si è giа detto, egli stesso, Gorčakov e Korsakov cominciarono il servizio al Ministero degli Esteri. Quanto al luogo della sua inumazione, le informazioni ricevute da Leningrado erano abbastanza precise: la chiesa del cimitero greco a Livorno. Tuttavia questa città rimase a lungo fuori dagli itinerari dei miei viaggi. Finalmente si presentò il caso di ritornarvi, anche se di passaggio.

Il cimitero greco si trova alla periferia della città, vicino all’uscita sulla strada che porta a Pisa. In mezzo a un compatto e lungo muro di pietra si erge una casa a due piani, che si restringe nell’estremità alla maniera delle antiche costruzioni egiziane, un metodo che spesso si riscontra nell’architettura neoclassica. Dalla strada una porta conduce nella casa. Ai suoi lati, due campanelli. Tabelle a grossi caratteri informano che dopo la porta a sinistra è situato il cimitero olandese, a destra quello greco.

Suono il campanello a destra. La porta mi viene aperta da una donna che si presenta come la moglie del guardiano. Gli spieghiamo lo scopo della nostra venuta, ma lei risponde che senza il permesso del console greco, il signor Mondalis, nella chiesa della Santa Trinità ormai non fanno entrare nessuno. L’autorizzazione si può chiedere anche per telefono.

Fatto il numero, porta avanti lei stessa le trattative col console, ripetendo per nostra conoscenza ciò che egli le risponde: “Do il permesso, in via eccezionale, di aprire la chiesa, ma niente fotografie...”. Io comincio a dimenare le mani, prendo la cornetta e spiego di nuovo che, essendo un giornalista, vorrei tanto fotografare la tomba che sto cercando, se, naturalmente, esiste ancora. Dopo qualche tentennamento il console dà l’autorizzazione anche per questo.

Girando con difficoltà la grande chiave nella serratura arrugginita, la moglie del guardiano comincia preventivamente a scusarsi per il disordine dentro la chiesa. Qualche anno addietro, dice, cominciarono a restaurarla, ma non finirono per mancanza di soldi. Oltre tutto, lavorarono male: l’intonaco nuovo va in pezzi. Quello vecchio, invece, anche se si è scurito col tempo, regge ancora. E’ evidente che le condizioni in cui si trova la chiesa costituiscono appunto la causa delle limitazioni poste dal console.

Attraverso la porta spalancata la luce del sole irrompe in uno spazioso e oscuro locale sotto una larga cupola. L’iconostasi, con i battenti delle porte regali, è collocata non lungo l’asse principale dell’edificio, bensì a destra dell’entrata. Il pavimento davanti ad essa è coperto da grandi lastre nere di pietra, tutte di formato uguale. Su una di queste, posta proprio davanti all’altare, nella terza fila, è ripetuta due volte, in russo ed in francese, la scritta: “Qui giace il Consigliere Segreto Sergej Grigor’evič Lomonosov, inviato straordinario presso la Corte Olandese, spirato a Firenze il 13-25 ottobre del 1857”. S.G.Lomonosov morì a San Donato, nella tenuta fiorentina di A.N.Demidov.

Dopo aver ispezionato la chiesa, ci stavamo già avviando verso l’uscita, quando vidi, attaccato al muro proprio accanto alla porta, un monumento di marmo a A.Ju.Italinskij, “ambasciatore russo presso la Santa Sede e la corte del granducato di Toscana, morto a Roma il 15-27 giugno del 1827 all’età di 84 anni”.

Questo nome si incontra spesso nella bibliografia sugli scrittori e pittori russi che vissero o lavorarono a Roma oppure semplicemente la visitarono negli anni venti del secolo scorso. Andrej Jakovlevič Italinskij fu una persona molto colta, dottore in medicina, membro onorario dell’Accademia russa delle arti e dell’Accademia delle scienze. Interessandosi vivamente di archeologia, raccolse un’eccezionale collezione di antichità. In un articolo attribuito a Stendhal, poco conosciuto e, se non erro, non tradotto da noi, sugli ambasciatori stranieri a Roma, così viene descritto l’incontro con lui: “Entrai nella sala accanto... e mi trovai vicino ad Italinskij, l’ambasciatore russo, appena arrivato. Già da molto egli era a Roma un centro di erudizione. Nel suo aspetto serio e da filosofo, nella sua figura un po’ curva, si riconoscevano facilmente le conseguenze del suo interesse per lo studio e della sua vita sedentaria. Italinskij raramente lasciava il suo palazzo in Piazza Nuova; viveva nell’ambiente di un’accademia continuamente riunita, composta da antiquari, orientalisti e studiosi di Roma...”. Venendo da Stendhal (nell’articolo si parla anche del successo dell’attività diplomatica dell’inviato russo nella Roma cattolica), un giudizio di questo tipo non può essere che una lode. Per quanto riguarda la descrizione dell’aspetto di Italinskij, corrisponde con sufficiente precisione al suo ritratto, dipinto da Orest Kiprenskij.

Ma in quel momento non pensavo solo a Italinskij. Il pensiero che mi balenò mentre fotografavo la lapide col nome di Lomonosov sembrava trovare conferma in quel momento. “Uno è morto a Firenze, l’altro a Roma. Entrambi sono sepolti qui. Si vede che a quei tempi il cimitero greco di Livorno era l’unico, almeno nell’Italia centrale, dove le esequie venivano celebrate secondo il rito protestante. Forse anche Korsakov...”, pensai.

Il caldo sole del sud aveva oltrepassato da tanto il mezzogiorno; ma sembrava non avesse ancora rinunciato all’idea di bruciacchiare l’erba secca fittamente ricoperta dalle pigne resinose dei cipressi. Era l’ora di pranzo e la donna che ci accompagnava guardava ormai con impazienza l’orologio al polso. Certo, avrei dovuto chiederle scusa per il ritardo. Ma partire senza fare il giro del cimitero sarebbe stato veramente un peccato.

Cominciammo dalla fila disposta lungo il muro. Infatti, Engel’gardt aveva scritto: “Vicino al recinto della chiesa”. Ma se si ammette che egli avesse sbagliato il nome della città, poteva aver sbagliato anche nella descrizione del posto della tomba. Cosi come nella chiesa, anche qui si incontravano nomi russi, ma tra questi non c’era Korsakov.

Rimanevano le ultime due file, dietro alle quali cominciava il territorio dell’altro cimitero, quello olandese. Solo allora mi accorsi che quello greco ne è diviso da un’inferriata metallica.

Su uno dei monumenti quasi attaccati all’inferriata era tracciato il nome di Korsakov!

Tuttavia, ora che la ricerca, tanto lunga, era terminata, era difficile credervi. Ancora e ancora rileggevo le brevi righe in francese, consumate dal sole, dal vento e dalla pioggia:

Qui giacciono le spoglie mortali di

NIKOLAJ KARSAKOV,

spirato in Firenze

l’8 ottobre del 1820.

La data è indicata secondo il nuovo stile. Nel cognome c’è un errore. Se Gorčakov pronunciava il cognome di Korsakov con l’accento sulla seconda sillaba, egli poteva essere stato tradito dalla pronuncia pietroburghese, nella quale la “o” senza accento suona quasi come una “a”. Tuttavia, in contrasto col parere che certe volte si riscontra, è corretto pronunciare Kòrsakov, e non Korsàkov, o Rimskij-Korsàkov.

Tra l’altro, l’amico di Puškin ed il grande compositore appartenevano alla stessa stirpe, i cui capistipite erano stati il ceco Zigmund Korsak e suo figlio Venčeslav, arrivati in Russia nel 1380. Nel XVII secolo ai membri di un ramo di questa stirpe, in virtù della loro provenienza da un paese del Sacro Romano Impero, fu dato il diritto di portare il doppio cognome Rimskij [Romano] - Korsakov.

Sul monumento, sopra l’epigrafe, la mano di un bambino aveva disegnato delle ridicole figure umane. Proprio come scrisse Puškin:

E che presso l’entrata della tomba

Giochi una giovane vita...

La moglie del guardiano, confusa per il fatto che noi potevamo intenderlo come un segno di irrispettosità nei confronti della memoria del defunto, gridò a sua figlia di portargli immediatamente una spugna bagnata e cominciò in fretta e furia a strofinare la superficie marmorea.

Ma dov’è l’epitaffio, composto dallo stesso Korsakov? Esso, pochissimo cambiato rispetto al testo di V.P.Gaevskij, è inciso sotto in russo, sul retro del monumento:

Viandante, affrettati verso il tuo paese natio!

Oh! E’ triste per me morire lontano dagli amici!

Gaevskij scrisse “per chiunque”; qui invece è “per me”.

Il monumento per quei tempi è semplice ed umile. Non assomiglia ai sepolcri sormontati da figure in grandezza naturale, che non sono pochi neanche al cimitero di Livorno. Su una base quasi interrata si erge un blocco di marmo bianco. Le sue uniche decorazioni sono le due fasce ornamentali che lo cingono ed il prolungamento “in stile greco”. Sulla sua parte frontale è raffigurata in un semicerchio una farfalla in procinto di volar via; sul retro, tre gambi con i bulbi di papavero legati, simbolo dell’anima e del sonno nella mitologia degli antichi. Ma il monumento non è poi tanto piccolo: è poco più basso dell’altezza d’uomo.

Colui che lo eresse era predestinato col tempo a rispondere alla domanda di Puškin:

Orsù, a chi in vecchiaia

Toccherà commemorare da solo il giorno del Liceo?

E realizzare la sua predizione:

Amico sventurato! Fra le nuove generazioni

Noioso ospite, superfluo, estraneo,

Ricorderà noi ed i giorni delle riunioni,

Chiudendo gli occhi con mano tremante...

Trascorsi sessant’anni nella carriera diplomatica, e pur conservando, dopo essersi dimesso, i titoli onorifici di Cancelliere e membro del Consiglio di Stato, Aleksandr Michajlovič Gorčakov morì in solitudine il 22 febbraio del 1883, ultimo dei ventinove liceali della prima leva. Adesso, quando occorrerebbe rendere merito alla sua memoria, si è scoperto che non si sono conservati né la sua tomba né il cimitero stesso vicino a Leningrado, nel quale egli fu sepolto.

Perché tuttavia Engel’gardt scrisse che il monumento a Korsakov fu eretto da Gorčakov a Firenze? Adesso ovviamente su questo conto si possono fare soltanto delle supposizioni. Eppure volevo controllare che le spoglie di Korsakov non fossero state traslate più tardi al cimitero di Livorno, da Firenze. Ma nella casa del guardiano non c’erano registri. Ci dissero che per tutte le domande bisognava rivolgersi allo stesso signor Mondalis.

Ci toccò rimandare la partenza da Livorno di un altro paio d’ore. La “siesta” del dopo pranzo nei paesi mediterranei è come un rito sacro. Non è permesso a nessuno, per nessun motivo, interromperla.

Nell’attesa che in città la vita ricominciasse, decidemmo di visitare la casa dove era nato Amedeo Modigliani. Può sembrare strano, ma trovarla risultò altrettanto difficile. Era logico supporre che essa si trovasse nella via portante il nome del pittore. Via Modigliani è segnata nella carta della città, ma, una volta arrivati, vedemmo un nuovo quartiere, costruito con scatoloni di cemento armato. Tornammo al centro. Cominciammo a chiedere ai passanti. Questi, sgomenti, si limitavano a stringersi nelle spalle, o, nel caso migliore, ci indirizzavano alla casa del compositore Pietro Mascagni, l’autore della popolare opera “Cavalleria rusticana”, dove proprio poco prima era stata collocata una lapide commemorativa. Solo quando i negozi cominciarono a riaprire, in un salone d’opere d’arte ci indicarono l’indirizzo esatto della casa del Modigliani.

* * *

Il console era già occupato con un altro visitatore. Fui condotto nel suo studio e mi pregarono di restare seduto in poltrona. Il console incollò a lungo delle marche da bollo su dei fogli. Poi, foglio dopo foglio, li timbrò. Quindi, sfogliandoli di nuovo, li firmò. Quando finalmente arrivò il mio turno, si alzò, mi accompagnò gentilmente fino alla sedia che stava di fronte al suo tavolo, si mise a sedere e mi fece la seguente domanda con tono professionale:

- Deve esumare?

Dalla successiva conversazione risultò che la colonia greca a Livorno, un tempo la città portuale più importante del granducato di Toscana, attualmente era composta solamente dal console stesso e da sua moglie; che il cimitero era chiuso da tempo e che i registri della parrocchia si trovavano presso l’istituto greco di ricerche bizantine e post-bizantine, a Venezia.

* * *

Approfittando del primo viaggio a Venezia, feci una visita all’istituto. Creato negli anni cinquanta, esso ha sede in un antico palazzo vicino a Piazza San Marco, simile a qualsiasi altro del centro della città, sulla laguna, in un labirinto di stradine strette, vicoli ciechi, canali. Solo che le strade ed i ponti qui hanno spesso nomi greci, altra testimonianza del grande ruolo avuto da Bisanzio e dai bizantini nella storia della Serenissima. A giudicare dal fatto che presso l’istituto sono stati creati, in maggior parte con il contributo di donazioni private, un buon museo di antiche icone ed una ricca biblioteca, la colonia greca a Venezia anche adesso dovrebbe essere un po’ più numerosa che a Livorno.

Questa volta non dovetti spiegare a lungo lo scopo della mia venuta. Il direttore non lo trovai: era in ferie. Ma il bibliotecario che mi aveva ricevuto capì dalla prima parola chi fossi e per che cosa fossi venuto. Probabilmente, il console l’aveva informato della mia visita da lui. Tuttavia, come mi dissero, i registri della chiesa di Livorno della prima metà del secolo scorso non si sono conservati. Quello che misero davanti a me sul tavolo, cominciava dal 1850. Vi era la registrazione riguardante la fine di S.G.Lomonosov. Comunque, accertai che, a partire dal 1850, il nome di Nikolaj Korsakov non era più apparso nel registro. Evidentemente, la sepoltura aveva avuto luogo a Livorno subito dopo la sua morte.

Gorčakov nella sua lettera a Engel’gardt poteva anche non aver nominato la città in cui aveva eretto il monumento, mentre l’ex direttore del Liceo, sapendo che Korsakov era morto a Firenze, poteva aver dedotto che era sepolto lì.

…“Triste conforto”? Ad esser sinceri, non ho mai provato né tristezza né cruccio, stando in piedi dinanzi alle tombe degli amici di Puškin, nonostante mi fossero cari. Forse mi erano cari non in quanto tali, ma attraverso Puškin, o più precisamente attraverso la poesia di Puškin? Una cosa è certa: ormai ciò che ci commuove non è tanto il racconto sulla morte di Korsakov, quanto i versi dedicati a lui.

Ma in fondo,

Due sentimenti ci sono stranamente vicini,

In essi il cuore trova nutrimento:

L’amore verso il focolar natio,

L’amore verso le paterne bare.

Probabilmente, è proprio per questo che ho cercato il monumento eretto da Gorčakov sulla tomba di Korsakov.

Firenze-Livorno-Venezia-Roma

1976 - 1978.

[Da "Neva", 1978, N°6, pp. 180-188. Traduzione di Mark Bernardini, pubblicata in “Rassegna Sovietica”, 1979, n. 3, pp. 167-184]