Mark Bernardini

Mark Bernardini

venerdì 4 dicembre 2015

Vorovskij

Nella toponomastica russa esistono molti luoghi intitolati a Vaclav Vaclavovič Vorovskij, o Wacław Worowski, alla polacca, noto agli storici anche con gli pseudonimi in clandestinità di Jurij Adamovič, P. Orlovskij, Schwartz, Šachov, Joséphine, Faunus, Profano e svariati altri, nato a Mosca nel 1871 e assassinato a Losanna nel 1923. Il nostro interesse per questo rivoluzionario, pubblicista e critico letterario è motivato dal fatto che, essendo uno dei primi diplomatici sovietici, fu il primo ambasciatore della Russia sovietica nel Regno d’Italia. Nel 1890 frequentò la storica facoltà di scienze fisiche e matematiche dell’Università di Mosca, per poi passare, un anno dopo, all’altrettanto storica “Scuola tecnica di Mosca”, ora nota come “Università tecnica statale moscovita”, intitolata dal 1930 allo studente rivoluzionario Bauman, della medesima università, che dopo un anno e mezzo di carcerazione nella tristemente rinomata prigione della Taganka fu ammazzato nel 1905 durante una manifestazione all’angolo fra la allora via dei tedeschi (Nemeckaja ulica, ora Baumanskaja) e il vicolo Denisov (Denisovskij pereulok, prima vicolo degli olandesi, per l’omonima chiesa), da tale Michal’čuk, membro dei “Centoneri” (che annoverava fra i suoi iscritti anche lo zar Nicola II, ora addirittura beatificato), organizzazione di estrema destra, monarchica, antisemita e sciovinista. Ma torniamo a Vorovskij.

Aderì al movimento rivoluzionario nel 1894, per cui in occasione dell’incoronazione di Nicola II fu deportato a Vologda. Arrestato nel 1897, fu nuovamente confinato nel 1899, stavolta nel governatorato di Vjatka. Liberato, emigrò a Ginevra, dove aderì al bolscevismo e divenne un collaboratore del giornale leninista “Iskra” (“La scintilla”). Nel 1903 giunse clandestinamente a Odessa per fare da tramite fra i bolscevichi e i polacchi di sinistra. Rientrato nel 1905 a Pietroburgo, l’anno successivo partecipò al IV congresso del Partito Operaio Socialdemocratico Russo a Stoccolma. Dopo l’ennesimo confino, si trasferisce a Mosca, dove, durante la Grande Guerra, lavora alla Siemens-Schuckertwerke (dopo la Rivoluzione d'Ottobre, si chiamerà "Elektrosila", esiste tuttora).

Breve digressione personale. Durante la perestrojka, lavoravo a Mosca per un’azienda italiana, per la quale spesso mi recavo ad un ente del ministero per le costruzioni meccaniche agricole, la “Traktoroeksport”, con sede in una piccola piazza a ridosso del famoso palazzo della Lubjanka, talmente piccola che non sapevo nemmeno avesse un nome. Solo recentemente, confesso, ho scoperto che, attaccata al palazzo dell’ente, si trovava a lungo la sede del Commissariato Popolare per gli Affari Esteri, poi trasformato nell’attuale ministero degli esteri. In mezzo alla piazza c’era – e c’è tuttora – un piccolo monumento, raffigurante un ometto ingobbito. Il monumento era ridotto male, il metallo era diventato verdastro, il basamento in pietra era ingiallito e corroso dallo smog. Non gli avevo mai dato importanza, Mosca è piena di monumenti meno rappresentativi poco curati. Ebbene, si tratta proprio del nostro Vorovskij, ora restaurato. Il progetto era curato dallo scultore M.I.Kac, che assieme a Vorovskij aveva lavorato in Italia come funzionario della rappresentanza commerciale, e in Italia fu creato, come testimonia una piccola incisione sul retro del basamento, peraltro eseguito in travertino italiano, raccolto dagli operai italiani.

Nel 1917, su proposta di Lenin (di passaggio nel suo viaggio alla volta della Russia), assieme al russo-polacco Jakub Ganeckij (Jakub Hanecki, in realtà Fürstenberg) e Karol Radek (al secolo Sobelsohn, nato a Leopoli quando era Lemberg nell’impero austroungarico, ma formatosi a Cracovia), divenne membro del comitato centrale del POSDR (bolscevico) a Stoccolma. Dopo la Rivoluzione d’Ottobre fu rappresentante plenipotenziario (in altre parole, ambasciatore) in Scandinavia, ma nel 1919, a seguito della dichiarazione della “Triplice” per il blocco della Russia sovietica, rientrò in patria. Al momento della sua partenza dalla Svezia, nei conti della rappresentanza sovietica presso le banche locali c’erano circa dieci milioni di corone, e quasi due milioni sul suo conto personale, oltre a svariati altri conti presso banche europee con nomi di fantasia, il tutto destinato a sostenere il movimento operaio internazionale.

Nel 1921 venne nominato rappresentante commerciale e plenipotenziario in Italia, dove riuscì, ad esempio, a concludere il primo accordo commerciale quadro con la Russia sovietica, il 24 maggio 1922, ed anche un grosso contratto di fornitura di materie prime all’Italia dalla regione agricola di Kuban’. Anche allora, in Italia, sotto dettatura d’Oltralpe, vi fu chi bollò i commercianti italiani coinvolti come “traditori”, il parallelismo con l’attualità sarebbe fin troppo facile. Sempre nel 1922 partecipò alla Conferenza di Genova (a cui partecipò anche il presidente del Consiglio dei ministri italiano Luigi Facta, ultimo prima dell’avvento del fascismo), chiamata a individuare delle “misure di risanamento dell’Europa centrale ed orientale”. Di fatto, la questione principale riguardava il desiderio dei Paesi europei di trovare un accordo con la Mosca comunista.

Un’apposita commissione di esperti preparò a Londra un progetto di risoluzione che stabiliva il riconoscimento da parte della Russia sovietica di tutti i debiti e gli impegni finanziari di ogni regime russo precedente. Essa doveva assumersi la responsabilità per tutti i danni derivanti dall’attività sia del governo sovietico che dei governi precedenti e delle autorità locali. La delegazione russa si dichiarò pronta a discutere una forma di compensazione agli ex proprietari stranieri in Russia, a condizione che i Soviet fossero riconosciuti de jure, e che ad essa fossero concessi dei crediti. La delegazione russa propose anche un disarmo generale. Non essendo state appianate tutte le controversie sollevate durante la conferenza, una parte di queste fu demandata alla conferenza dell’Aja del 1922.

Durante la conferenza di Genova, il governo sovietico riuscì a concludere con la Germania il Trattato di Rapallo del 1922. La partecipazione dei bolscevichi alla conferenza suscitò indignazione negli ambienti dell’emigrazione russa: il Consesso delle Chiese russe all’estero del novembre 1921 (noto in letteratura come Primo concilio pan-estero della Chiesa ortodossa russa all’estero) adottò, in dicembre, un apposito appello alla conferenza stilato dal metropolita Antonij Chrapovickij, in cui si contestava la legittimità del potere sovietico a rappresentare il popolo della Russia.

Nel 1923 Vorovskij fece parte della delegazione sovietica alla conferenza di Losanna (20 novembre 1922 – 24 luglio 1923, ma con un’interruzione significativa dal 4 febbraio al 22 aprile 1923), convocata su iniziativa di Gran Bretagna, Francia e Italia, per preparare un trattato di pace con la Turchia e regolamentare gli stretti del Mar Nero.

Oltre ai tre Paesi promotori, vi parteciparono la Grecia, la Romania, il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, il Giappone, la Turchia e gli Stati Uniti: questi ultimi, avendo rifiutato un coinvolgimento diretto, avevano lo status di osservatore ed erano rappresentati dall’ambasciatore in Italia Richard Washburn Child. Le potenze della “Triplice intesa” (Inghilterra, Francia e Russia zarista, in contrapposizione alla “Triplice alleanza” di Germania, Impero Austro-Ungarico e Italia) limitarono la partecipazione della delegazione sovietica e di quella bulgara alla discussione sulla regolamentazione degli stretti del Mar Nero. Il governo sovietico contestò questa discriminazione, ma ritenne comunque possibile partecipare alla conferenza ed inviò una delegazione con a capo Čičerin, commissario del popolo per gli affari esteri, che aveva sostituito Trockij.

Il progetto della delegazione sovietica in merito agli stretti, le cui linee guida erano state elaborate da Lenin stesso, prevedeva di ristabilire i diritti del popolo turco “ai suoi territori e superfici acquatiche”, di chiudere l’accesso agli stretti sia in tempi di pace che di guerra “alle navi armate e militari, nonché all’aviazione militare di tutti i Paesi, ad eccezione della Turchia”, e di consentire invece la totale libera navigazione commerciale.

La posizione della “Triplice intesa”, al contrario, prevedeva la libera circolazione delle navi militari di tutti i Paesi in tempi di pace, ed anche di guerra in caso di neutralità della Turchia; se invece quest’ultima fosse coinvolta in una guerra, doveva essere comunque garantita la circolazione delle navi militari dei Paesi neutrali. La delegazione inglese pretendeva anche la smilitarizzazione degli stretti ed il controllo internazionale su di essi.

La Turchia accettò il progetto inglese, confidando in concessioni su altri punti del trattato di pace in fase di elaborazione. Gli inglesi, invece, pretesero perentoriamente dalla delegazione turca di accettare tutta una serie di condizioni svantaggiose per la Turchia (sul confine fra Turchia e Iraq, sulle condizioni della resa, ecc.). Questo fece sì che le trattative si interruppero il 4 febbraio 1923 fino al 23 aprile dello stesso anno. Alla ripresa della conferenza, le potenze della Triplice discriminarono apertamente la delegazione sovietica (la cui partecipazione, come già detto, era di per se limitata alla questione degli stretti): addirittura, al rappresentante sovietico, il nostro Vorovskij appunto, non fu nemmeno notificata ufficialmente la ripresa della conferenza, e quando egli giunse a Losanna non fu ammesso a partecipare alle trattative. Il 10 maggio 1923 Vorovskij fu assassinato da un ufficiale in esilio della Guardia Bianca di origine svizzera, Moris Konradi (Maurice Conradi in francese, Moritz Conradi in tedesco). Su questo torneremo più in là.

A seguito di vari cedimenti sia da parte dei Paesi della Triplice, sia da quella turca, la conferenza di Losanna si concluse con la firma di diciassette documenti, tra i quali i più importanti furono quelli sulla pace del 1923 e sugli stretti.

Riassumendo, la Convenzione fu firmata il 24 luglio 1923 da Gran Bretagna, Francia, Italia, Giappone, Grecia, Romania, Bulgaria, Regno dei Serbi, croati e sloveni e Turchia; l’URSS non la ratificò per assenza delle necessarie condizioni di sicurezza. Essa, pur prevedendo la smilitarizzazione delle zone degli stretti, consentiva però il passaggio libero attraverso il Bosforo e i Dardanelli non solo delle navi commerciali, ma anche di quelle militari (con limitazioni trascurabili) di qualunque Paese del mondo, e questo creava condizioni anormali per i Paesi del mar Nero. La mancata ratifica da parte dell’URSS era motivata dall’infrazione dei suoi legittimi diritti.

Dunque, Vorovskij fu ammazzato a pistolettate nel ristorante dell’hôtel Cecil di Losanna. Bisogna dire che il Consiglio federale svizzero non aveva assicurato alla delegazione sovietica alcuna protezione, e non aveva concesso ai suoi membri i visti diplomatici. In pratica, i sovietici si ritrovano bloccati all’hôtel Savoy, dove sono fatti oggetto di intimidazioni da parte di gruppuscoli in odor di fascismo, come la “Lega Nazionale” del posto. Un sentimento di odio nei confronti dei bolscevichi, accompagnato dall’antisemitismo, domina a Losanna come in tutta la Svizzera e in tutta Europa, eppure le minacce di morte sono ignorate dalle autorità, che non intraprendono alcuna precauzione particolare per proteggerli.

Vorovskij aveva perciò traslocato al Cecil, e lì trovò la morte. Dopo avere anche ferito i due aiutanti di quest’ultimo, Arens (successivamente, inviato plenipotenziario in Francia, in Canada e poi console a Nuova York) e Divilkovskij, il suo assassino, Conradi, consegnò spontaneamente la rivoltella al maître d'hôtel. Solo la sera dopo l’attentato Conradi viene arrestato e condotto alla prigione dell’Ancien-Evêché. La direzione dell’hôtel Cecil ha l’ardire di inviare una fattura alla delegazione russa per “i danni procurati da Conradi, concretamente la rottura dei piatti”. Un dettaglio forse trascurabile, ma sintomatico dell’antibolscevismo che regnava in Svizzera, e che contribuirà a fare di Conradi una “vittima del comunismo”, un eroe autoproclamatosi Guglielmo Tell, assolto dai giurati (nove contro cinque) del tribunale penale di Losanna il 15 novembre 1923, assieme al suo complice e mandante, Arkadij Polunin, dopo che più di settanta testimoni raccontarono alla corte dei crimini bolscevichi: l’omicidio di Vorovskij fu considerato un atto di giustizia. Nel frattempo, l’immagine di Conradi veniva bruciata in piazza nelle maggiori città russe: rottura totale fra i due Paesi, interruzione dei rapporti diplomatici. Vent’anni dopo, nel 1944, il Consiglio federale ritenne opportuno normalizzare le proprie relazioni con i vincitori di Stalingrado. I sovietici rifiutarono sdegnati. Solo nel 1946, lo scambio dei prigionieri e la dissoluzione della “Lega contro la III Internazionale” (fondata dall’avvocato difensore di Polunin, Théodore Aubert) contribuirono a ristabilire le relazioni diplomatiche.

Lo scrittore ucraino di origine polacca, emigrato ovviamente a Varsavia, Michail Arcybašev (le cui opere grondavano di contenuto pessimistico, violento ed erotico), scriveva a proposito del processo: “Vorovskij non è stato ucciso in quanto comunista ideologico, ma come boia […] come agente dei fomentatori e degli avvelenatori mondiali che stanno riservando a tutto il mondo il destino dell’infelice Russia”.

Dopo essere stato liberato, Conradi entrò nella Legione Straniera francese e combatté nell’Africa coloniale. Secondo alcune versioni, ivi morì nel 1931, secondo altre nel 1947 in Svizzera di alcolismo.

Vorovskij fu sepolto in piazza Rossa, in una fossa comune lungo le mura del Cremlino. Come detto all’inizio, numerosissimi luoghi portarono o portano il suo nome (anche qualche francobollo). Tra questi, dal 1923 al 1937, degna di nota è la oggi tristemente nota via principale di Kiev, Kreščatik.

A parte un film sull’omicidio del 1977, pochi sanno che addirittura Brežnev stesso in gioventù si dilettava di poesia. Ventenne, nel 1926, scrisse [ABAB]:

Accadde a Losanna, dove fioriscono gli eliotropi,
dove si sognano meraviglie da fiaba,
al centro dell’Europa culturalmente spocchiosa,
al centro di un Paese da favola
[…]
Inutili e stupidi i lunghi discorsi,
le frasi altisonanti sulle buone azioni,
i volti inutilmente ottusi per droga,
l’insolenza nello sguardo e la menzogna sulle labbra
[…]
Il mattino seguente nell’hôtel firmato “Astoria”,
il nostro ambasciatore fu ucciso per mano assassina
e nel libro della grande storia russa
si aggiunse un’ennesima vittima…

Sempre nel 1923, Majakovskij dedicò a Vorovskij una poesia [ABBA, ABAB]:

O proletariato, oggi libera le voci tuonanti,
dimentica il perdono onnipresente come cera.
Fatto fuori da una cricca fascista di ladroni,
per l’ultima volta per Mosca passerà Vorovskij.
Quanti non ce ne saranno… Quanti non ce n’è più…
Quanti a brandelli… Quanti in fumo…
Ovunque fossero traditi. Chiunque abbia tradito
Noi non abbiamo tradito, noi non tradiremo.
Oggi comprimi l’ira in un’enorme palla di bomba.
Oggi libera le voci come saette splendenti di baionette.
Appari negli occhi dei capitalisti.
Compari sui sipari regali.
Rispondi con milioni di passi all’insolenza delle note.
Mostra una folla di milioni alle mura del Cremlino.
Che oggi la morte del nostro compagno sottolinei
l’immortalità della causa del comunismo.

Ironia della sorte. Quando nel 1930 il poeta si suicidò, la camera ardente venne allestita alla Casa degli scrittori di bulgakoviana memoria (nel “Maestro e Margherita”), al civico 52 della storica via Povarskaja (ed esattamente lì, nel 1940, venne allestita la camera ardente anche per Bulgakov). Ebbene, dal 1923 e fino al 1994 quella era… la via Vorovskij.

[Pubblicato in "Slavia", N°4 2015]

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