Mark Bernardini

Mark Bernardini

lunedì 10 giugno 2024

081 Italiani di Russia

Ottantunesimo notiziario settimanale di lunedì 10 giugno 2024 degli italiani di Russia. Buon ascolto e buona visione.

Attualità


Come ebbe a dire Heinrich Heine, un poeta tedesco del XIX secolo, laddove si iniziano a bruciare i libri, prima o poi si finisce col bruciare le persone.

A oggi è assolutamente evidente che al potere, a Kiev, c’è un regime apertamente nazista, che sta commettendo un numero incalcolabile di gravi e sistematiche violazioni dei diritti umani in tutti gli ambiti della vita pubblica.

I metodi nazisti messi in atto da Kiev sono totalmente rivolti alla popolazione russofona dell’Ucraina. Attualmente, in questo Paese tutto ciò che è russo risulta proibito (la lingua, la cultura, l’istruzione, le pubblicazioni a stampa e i media).

Nell’ambito dell’istruzione, il processo di derussificazione ha raggiunto il suo culmine:

L’insegnamento delle materie scolastiche in lingua russa, come anche l’apprendimento di quest’ultima, sono proibiti;

Tutte le opere letterarie composte da autori russi e sovietici (ad eccezione di quelli ucraini) sono state eliminate dai programmi scolastici previsti per le materie letterarie;

I libri in lingua russa vengono ritirati dalle biblioteche;

Si proibisce addirittura ad alunni e insegnanti di parlare in lingua russa, e non solo nel corso delle lezioni, ma anche nei momenti di normale conversazione durante le pause di ricreazione;

Le autorità di Kiev non si limitano ad appoggiare gli attacchi condotti ai danni degli edifici religiosi della Chiesa ortodossa ucraina canonica, ma addirittura li autorizzano per legge.

E nonostante tutto ciò, tali inaudite violazioni dei diritti umani commesse da Kiev vengono del tutto taciute dalla maggior parte delle organizzazioni non governative occidentali e degli organismi internazionali per la tutela dei diritti umani.


Il 6 giugno, giorno in cui nacque il grande poeta russo Aleksandr Sergeevič Puškin, in tutto il mondo si è celebrata la Giornata internazionale della lingua russa.

Quest’anno, in particolare, si è celebrata l’importante ricorrenza legata al 225esimo anniversario dalla nascita del "Sole della poesia russa". Ed è proprio con questo appellativo, ormai saldamente radicato nel mondo letterario internazionale, che viene riconosciuta l’importanza storica della figura di Aleksandr Puškin.

Con tutto il suo genio, la sua creatività e la sua anima, Aleksandr Puškin si sentiva vicino al popolo italiano, alla sua cultura e alle sue tradizioni; e con il popolo italiano condivideva moralità, amore per la vita e aspirazione alla bellezza. Tuttavia, il destino volle che Aleksandr Puškin non mettesse mai piede sul suolo italiano nel corso di tutta la sua vita.

Il bellissimo monumento dedicato ad Aleksandr Puškin, opera dello scultore Jurij Orechov e inaugurato a Roma nel 2000, in occasione del 201esimo anniversario dalla nascita del poeta, rimane un simbolo perenne del valore universale che la cultura e la letteratura russa hanno per il mondo intero.

Ma se Aleksandr Puškin si trovasse in Italia oggi, sarebbe forse felice ed ispirato come lo sarebbe stato venendovi nel XIX secolo?


Si è svolto in settimana il XXVII Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo, ve ne avevo parlato la settimana scorsa. Mi preme soffermarmi su due momenti. Il primo è l’incontro con i vertici delle agenzie di stampa internazionali del 5 giugno. C’era anche il vicedirettore dell’ANSA, Stefano Polli, che ha posto una domanda sull’Italia, a cui Putin ha risposto in modo inusuale.

L’Italia sostiene l’Ucraina politicamente e militarmente, ma afferma anche che l’Italia non è in guerra con la Russia. Vorrei che lei commentasse la posizione della leadership italiana.

Vladimir Putin: Vediamo che la posizione del governo italiano è più contenuta rispetto alla politica di molti altri Paesi europei e noi, prestando attenzione a questo, la valutiamo di conseguenza. Vediamo che la russofobia cavernicola non è esageratamente presente in Italia, e anche questo lo teniamo in conto. Ci auguriamo vivamente che alla fine, forse dopo che la situazione si sarà in qualche modo modificata sul tema ucraino, saremo in grado di ripristinare le relazioni con l’Italia, e forse anche più velocemente che con qualsiasi altro Paese europeo.

Il secondo momento è stato l’intervento di Putin alla sessione plenaria del 7 giugno. Il 95% della relazione era dedicato alle questioni di economia interna ed estera.

I conflitti geopolitici in corso nel mondo, dall’Ucraina alla Palestina, hanno radici molto profonde e vanno molto oltre le tensioni bilaterali regionali. Nel suo lungo discorso alla sessione plenaria del Forum economico internazionale di San Pietroburgo (SPIEF), il presidente della Russia, Vladimir Putin, ha dichiarato che il mondo occidentale “vuole mantenere un ruolo egemone, che gli sta sfuggendo”.

Per il leader russo l’economia globale sta entrando in un’era di cambiamenti radicali e il sistema economico della Russia è pronto ad affrontare queste sfide. “L’economia globale è entrata in un’era di cambiamenti seri e fondamentali. Un mondo multipolare con nuovi centri di crescita, investimenti e legami finanziari tra gli Stati e le imprese sta prendendo forma. L’economia russa risponde a queste sfide, cambia e si adatta a questi cambiamenti”, ha sottolineato Putin, secondo cui “il Governo della Russia continuerà a sostenere i cambiamenti positivi nella società e nell’economia”.

Nonostante la guerra ibrida, lanciata dall’Occidente contro la Russia, Mosca è interessata a collaborare con i Paesi che hanno un interesse reciproco a lavorare insieme. “Siamo aperti – ha dichiarato Putin – alla più ampia cooperazione con tutti i partner interessati, dalle società straniere ai gruppi internazionali, alle associazioni e ai Paesi”.

Secondo il leader russo malgrado il pressing degli Stati Uniti e dei loro alleati, la Russia è diventata la quarta maggiore economia del mondo in termini di parità di potere d’acquisto, superando addirittura il Giappone e la Germania, ha detto Putin, facendo riferimento a un recente rapporto della Banca mondiale: “Capiamo benissimo – ha detto il presidente – che le posizioni di leadership devono essere costantemente confermate e rafforzate. Anche gli altri Paesi non riposano sugli allori”.

Attualmente il tasso di sviluppo economico della Russia supera la media globale: nel primo trimestre del 2024 il prodotto interno lordo è aumentato del 5,4 per cento. “Alla fine dello scorso anno, come sapete, la crescita del PIL della Russia ammontava al 3,6 per cento. E a partire dal primo trimestre di quest’anno, è pari al 5,4 per cento. Vale a dire, i nostri ritmi di crescita superano la media globale. Soprattutto quando tali dinamiche sono determinate principalmente da industrie non di materie prime”, ha sottolineato il leader russo, aggiungendo che la Russia deve impegnarsi molto per garantire i tassi di crescita “elevati e stabili”, nonché la “qualità di questa crescita economica a lungo termine di tempo”.

Lo sviluppo delle produzioni interne russe prevede la continua riduzione della dipendenza del Paese dalle importazioni, la cui quota, secondo Putin, nell’economia russa dovrebbe scendere al 17% del PIL entro il 2030. Putin ha sottolineato la necessità urgente di garantire “la sovranità finanziaria, tecnologica e del personale” della Russia, aumentando anche la capacità produttiva e la competitività dei prodotti russi sia sui mercati internazionali, che su quello interno.

Gli scambi commerciali tra la Russia, la Cina e i Paesi asiatici nei quattro anni passati sono aumentati del 60 per cento

Nonostante tutti gli ostacoli politici, economici e finanziari, la cui quintessenza sono molte centinaia di “sanzioni illegittime”, la Russia rimane uno dei principali attori del commercio mondiale, sviluppando attivamente la logistica e ampliando di anno in anno la geografia della cooperazione. Il presidente russo ha notato che la Russia è riuscita a riorientare il proprio commercio con l’estero verso i cosiddetti “Paesi amici” con i quali attualmente avvengono “tre quarti di tutti gli scambi commerciali della Russia”. In particolare, nel periodo compreso tra il 2020 e il 2023, gli scambi commerciali di Mosca e Paesi asiatici con a capo la Cina, hanno dimostrato una crescita del 60 per cento. Inoltre, nel periodo indicato il commercio tra la Russia e i Paesi del Medio Oriente è raddoppiato. Sono in costante aumento (+69%) gli scambi con l’Africa e con i Paesi dell’America Latina (+42%).

La Russia dedica molta attenzione alle relazioni con le economie “in rapida crescita”, perché “a loro spetterà determinare il futuro dell’economia globale”. Putin ha aggiunto che la fiducia nei sistemi di pagamento occidentali è stata “completamente minata” dagli stessi Paesi occidentali. “A questo proposito – ha detto il presidente russo – voglio notare che l’anno scorso la quota di pagamenti per le esportazioni russe nelle cosiddette ‘valute tossiche’ di Stati ostili è stata dimezzata”. I Paesi del gruppo BRICS stanno sviluppando attivamente il loro sistema di pagamenti internazionali, che sia indipendente da quello “occidentale”. “I BRICS stanno lavorando alla formazione di un sistema di pagamento indipendente che non sia soggetto a pressioni politiche, abusi e interventi esterni”, ha detto Putin, secondo cui i “Paesi del mondo sono in corsa per rafforzare la loro sovranità”. Questo processo globale si svolge a tre livelli essenziali: quello statale, culturale ed economico. “Allo stesso tempo, i Paesi che hanno recentemente agito come leader e hanno trainato lo sviluppo globale stanno cercando con tutte le loro forze, sia buone che cattive, di mantenere un ruolo egemonico”, ha detto Putin, secondo cui “attualmente il mondo sta assistendo a una crescita tecnologica esplosiva, che sta cambiando tutti gli ambiti della vita umana”.

C’erano però anche alcuni accenni di politica internazionale, ed è sintomatico notare come vi siano stati presentati dai media mainstream italiani. I punti sia del 5 che del 7 giugno.

Putin e la minaccia nucleare: “Potremmo fornire missili che colpiscano Paesi NATO”.

Cosa ha detto in realtà? Noi stiamo considerando che, se qualcuno ritiene possibile fornire armi del genere in una zona di combattimento al fine di colpire il nostro territorio e di crearci problemi, allora perché mai noi non avremmo il diritto di fornire le nostre armi di tipo analogo nelle regioni del mondo da dove verranno attaccati obiettivi sensibili dei Paesi che stanno facendo la stessa cosa nei confronti della Russia? Ovvero la risposta potrebbe essere simmetrica. Ci penseremo.

Putin minaccia la NATO: “Non costringetemi a usare il nucleare”.

Cosa ha detto in realtà? Vediamo di riuscire non solo a evitare l’uso delle armi nucleari, ma anche a evitare le minacce di usarle. Per chissà quale ragione, in Occidente ritengono che la Russia non le userà mai; tuttavia, noi abbiamo la nostra dottrina nucleare. Andate a vedere cosa c’è scritto: se le azioni di qualcuno minacciano la nostra sovranità ed integrità territoriale, consideriamo legittimo utilizzare tutti i mezzi a nostra disposizione. Questa cosa non va presa alla leggera, con superficialità, va presa con serietà professionale. E spero sarà proprio questo il modo in cui tutti, nel mondo, affronteranno la soluzione dei problemi di questo tipo”.

La rabbia di Putin l’escluso: “Gli USA vogliono l’egemonia”.

Cosa ha detto in realtà? Dell’Ucraina, in realtà, non interessa niente a nessuno. S’interessano solo alla potenza degli Stati Uniti stessi, che non si battono né per l’Ucraina, né per il popolo ucraino, ma per la propria potenza e per la supremazia nel mondo. E non vogliono in nessun caso ammettere il successo della Russia perché ritengono che, in tal caso, a esserne danneggiata sarebbe la leadership USA.

Le parole sull’Ucraina ignorate dai media italiani.

Cosa ha detto in realtà? Tutti ritengono che sia stata la Russia a iniziare la guerra in Ucraina, ma nessuno, sottolineo nessuno in Occidente, in Europa, vuole ricordare com’è iniziata questa tragedia. E’ iniziata con un colpo di Stato in Ucraina, con un colpo di Stato incostituzionale: quello è stato l’inizio della guerra. E’ forse colpa della Russia se è avvenuto un colpo di Stato? No. E coloro che oggi tentano di accusare la Russia si sono forse scordati che i ministri degli esteri di Polonia, Germania e Francia sono andati a Kiev ad apporre la propria firma su un accordo per la risoluzione della crisi politica interna, assumendo il ruolo di garanti, così che la crisi dovesse concludersi in modo pacifico e in conformità alla costituzione? In Europa, Germania compresa, preferiscono non ricordarselo.


Nel quotidiano “la Repubblica” del 6 giugno, c’è un articolo dedicato ai concerti in programma per venerdì e sabato presso la Sala “Santa Cecilia” dell’Auditorium “Parco della Musica” a Roma, la cui orchestra, diretta dal maestro russo Turgan Sochiev, ha eseguito la Sinfonia N°7, “Leningrado”, celebre in tutto il mondo e frutto del genio del grande compositore sovietico Dmitrij Šostakovič.

In Italia si dovrebbe sapere che questa sinfonia rappresenta un richiamo diretto a uno degli episodi più funesti della Seconda Guerra Mondiale: l’assedio di Leningrado, messo in atto dal regime di Hitler e durato ben 872 giorni, che portò alla morte di quasi un milione di cittadini assolutamente innocenti, e che da solo assunse i tratti del più grave crimine di genocidio mai attuato nei confronti della popolazione dell’ex Unione Sovietica, e quindi di russi, bielorussi, ucraini, ebrei, e molti altri; un abominio paragonabile soltanto allo sterminio pianificato della popolazione ebraica d’Europa da parte dei nazisti. Nell’agosto del 1942, la Sinfonia venne eseguita nella Leningrado sotto assedio. Fu tale evento ad accentuarne l’importanza simbolica e a fare in modo che la Sinfonia andasse definitivamente ad occupare un posto speciale nella musica e nella cultura a livello mondiale.

A suscitare quindi particolare sconcerto e profonda indignazione sono state la grave mancanza di rispetto e l’empietà mostrate dalla Dirigenza dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia e dal giornalista del quotidiano “la Repubblica” Andrea Penna nel permettere che l’esecuzione in concerto della Sinfonia N°7 “Leningrado”, di Dmitrij Šostakovič, ovvero l’esecuzione di quello che è un monumento musicale perenne innalzato alla memoria degli eroi di Leningrado, sacro non solo per ogni russo, non solo per ogni abitante di San Pietroburgo, ma anche per un qualunque altro individuo dotato di buon senso, venisse presentata come un inno alla resistenza e alla lotta che il regime di Kiev sta portando avanti contro la Russia; un regime, quello di Kiev, che non solo si è autoproclamato apertamente “erede” dell’ideologia dei collaborazionisti nazisti Bandera e Šuchevič, ma che si è anche macchiato di orribili crimini nel corso della guerra che esso stesso ha scatenato nel 2014 contro la popolazione del Donbass.

L’autore del pezzo pubblicato su “la Repubblica” Andrea Penna e la Direzione di una così importante istituzione per la musica classica quale l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia di Roma sono consapevoli del fatto che con questo loro articolo dedicato all’evento, di fatto, hanno commesso una palese violazione delle più comuni norme etiche e professionali e che, di fatto, si sono espressi in difesa di principi ideologici la cui natura misantropica e la cui illegalità sono state riconosciute dal diritto internazionale a seguito del Processo di Norimberga, svoltosi tra il 1945 e il 1946?

Sarebbero quindi doverose delle scuse sia da parte della Direzione dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia che della testata giornalistica “la Repubblica” per aver consentito che venisse oltraggiata non soltanto la memoria degli abitanti di Leningrado, uccisi dai bombardamenti e morti di fame e stenti durante l’assedio nazista della città, ma anche quella di tutte le persone che rimasero vittime degli orrori del nazifascismo. Delle scuse che, ovviamente, non giungeranno mai.


La NATO prepara l’Europa alla guerra con la Russia.

Il primo ministro ungherese Viktor Orbán ritiene che l’Unione europea si stia preparando a una guerra con la Russia sul territorio dell’Ucraina. La NATO sta esplorando le modalità per entrare in azione militare.

E nei media occidentali in questo momento si sta scatenando l’isteria, simile a quanto accaduto prima della Prima e della Seconda Guerra Mondiale.

Orbán lo grida quasi ogni giorno e non certo perché è in campagna elettorale, come i nostri politici. Speriamo che lo ascoltino e non faccia la fine di Cassandra.

L’Assemblea parlamentare della NATO chiede in un comunicato che le armi occidentali possano essere usate anche sul territorio russo. Secondo l’Ungheria ciò è pericoloso e potrebbe portare allo scoppio di una guerra mondiale!

Gli Stati membri dell’UE inviano munizioni, carri armati, aerei e sistemi missilistici all’Ucraina. Diversi leader europei vogliono inviare soldati europei in Ucraina. Diversi Stati membri stanno pianificando di reintrodurre o espandere la leva obbligatoria!

Chiedono all’Ungheria di fare lo stesso. Minacciano il nostro Paese affinché anche noi ungheresi mandiamo armi e soldati in Ucraina!

Tuttavia, la posizione del governo è immutata e chiara: non vogliamo inviare armi e non vogliamo che i giovani ungheresi prendano parte a questa guerra. Ci sono solo perdenti in questa guerra, nessuno può vincere questa guerra.

L’Ungheria vuole restare fuori da questa guerra! Invece di continuare la guerra, il governo ungherese chiede un cessate il fuoco immediato e l’avvio di negoziati di pace in tutti i forum internazionali!


Un’interessante intervista di Pëtr Tolstoj, pronipote dello scrittore e attualmente vice presidente della Duma, la camera bassa del parlamento russo. Parla un ineffabile francese, ve lo traduco, ma prima mi tolgo alcuni sassolini dalla scarpa. Qualcuno mi scriveva che non conoscevo Giulietto Chiesa. E’ falso, ma non ha nessuna importanza, importa invece che qualcuno per mancanza di argomenti la butta sul personale e in caciara.

E poi ho conosciuto anche Pëtr Tolstoj, quando faceva il conduttore di uno dei programmi politici più seguiti, Время покажет.

Ma non è di questo che volevo parlarvi. Ecco finalmente quest’ultima intervista. La Russia è il Paese più grande del mondo e dell’Europa. Un piccolo pezzetto d’Europa che si chiama Unione Europea rispetto alla Russia è una cacatina di mosca sulla cartina geografica. Dunque, ci spiace che oggi con i nostri vicini abbiamo simili relazioni. La Russia però resta un grande Paese. Vedete, quando i francesi chiedono dove si trovi la Jacuzia, io rispondo: sentite, come minimo non è corretto, perché sul territorio della Jacuzia possiamo piazzare tre volte la Francia. Gli jacuti, invece, non chiedono dove sia la Francia, sanno benissimo che la Francia è là dove deve essere. Insomma, bisogna studiare di più la geografia, questo aiuta molto a ragionare, per poi assumere decisioni nell’economia o in politica.


Per fortuna, è ricomparso Robert Fico. Per quel che vale, mi sento umanamente di fargli i miei migliori auguri di guarigione e che torni nello scenario politico.

Ho votato in ospedale, perché queste elezioni sono anche importanti. E’ necessario eleggere i membri del Parlamento europeo che sostengono le iniziative di pace e non la continuazione della guerra.

Il consenso dei Paesi occidentali, che hanno dato all’Ucraina la possibilità di usare armi occidentali per attaccare obiettivi sul territorio russo, è solo la prova che un gran numero di democrazie occidentali non vogliono la pace, ma aumentare le tensioni con la Federazione Russa, che certamente si verificheranno.

In qualità di primo ministro della Repubblica Slovacca, non trascinerò la Slovacchia in avventure militari di questo tipo, e nell’ambito delle nostre piccole possibilità slovacche, farò di tutto perché la pace abbia la precedenza sulla guerra.

Sembra di sentire Orbán, vero? D’altronde, vengono accusati entrambi di essere quasi parafascisti in quanto sovranisti e populisti. Ops, c’è un problema: Fico è socialdemocratico, come Scholz e Borrell. Beh, ma basta non dirlo, giusto?


In un ennesimo tentativo di fare pressione sulla Russia, Vladimir Zelenskij ha convocato un “Vertice di pace” a Bürgenstock, in Svizzera, il 15 e 16 giugno. Sono state invitate 160 delegazioni. La Russia, come è noto, non è stata invitata.

Zelenskij ha persino registrato un videomessaggio a Joe Biden e Xi Jinping, pregandoli di partecipare all’incontro in Svizzera.

Tuttavia, la comunità internazionale non vuole più negoziare senza la Russia.

I leader dei Paesi BRICS sono stati i primi ad esprimere il loro rifiuto a partecipare alla conferenza.

La Cina ha già risposto ai rimproveri di Zelenskij per il rifiuto di partecipare al vertice. Pechino “non ha mai soffiato sul fuoco e alimentato le fiamme della guerra russo-ucraina”, ha dichiarato la portavoce del Ministero degli Esteri Cinese Mao Ning.

Il Presidente Sudafricano Cyril Ramaphosa e il leader brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva hanno rifiutato di partecipare al vertice. A loro hanno fatto seguito l’Arabia Saudita e il Pakistan.

Il quotidiano indiano Hindustan Times ha riferito che anche il Primo Ministro e il Ministro degli Esteri Indiano ignoreranno l’incontro con Zelenskij.

Il Ministero degli Esteri Australiano ha confermato che il Paese sarà rappresentato al vertice sull’Ucraina in Svizzera non dal Primo Ministro, ma dal Ministro delle Assicurazioni per la Disabilità.

Per la Casa Bianca è molto più favorevole scaricare la responsabilità dell’esito del “Vertice di pace” sui leader europei. A quanto pare, nei prossimi giorni molti di loro annunceranno anche il loro rifiuto di partecipare a questo “spettacolo”, i cui costi hanno già superato gli 11 milioni di dollari.


Ecco come è stata presentata la celebrazione dello sbarco di Normandia degli alleati. Se a qualcuno fosse sfuggito, la Lombardia non ha sbocchi sul mare, nessuno ci può sbarcare. Infortuni giornalistici, capita, quando tutte le redazioni leggono la stessa velina senza studiare.

Inevitabile parlare delle elezioni europarlamentari, a caldo, con i risultati ancora parziali. Il continente europeo (poco più di dieci milioni di kmq) comprende l’Unione Europea (quattro milioni e rotti di kmq, il 42%) e la Russia europea (circa quattro milioni di kmq, il 40%). Bisognerebbe spiegarlo ai vari Borrell, Von Der Leyen, eccetera: non hanno diritto di parlare a nome dell’Europa. Forse che Gran Bretagna, Bielorussia, Svizzera, Norvegia non si trovano in Europa per il solo fatto di non far parte dell’UE?

Ci sono anche molte altre incongruenze. Per esempio, perché in Olanda si è già votato e si è votato solo giovedì 6 giugno, in Irlanda solo venerdì 7 giugno, nella Repubblica Ceca il 7 e l’8 giugno, in Lettonia, Slovacchia e Malta solo sabato 8 giugno, in Italia l’8 e il 9 giugno, e in tutti gli altri Stati-membri solo domenica 9 giugno? Non discuto, ma una regola dovrebbe essere una per tutti, no?

Perché in Belgio, Bulgaria, Grecia e Lussemburgo il voto è obbligatorio e in tutti gli altri facoltativo? Dovrebbe essere uguale per tutti, giusto?

Perché l’età minima per votare è di 16 anni in Austria, Belgio, Germania e Malta, di 17 in Grecia e di 18 in tutti gli altri? Da loro i giovani sedicenni sono più maturi?

Perché il voto postale e/o per corrispondenza alle europee esiste in Austria, Belgio, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Olanda, Slovenia, Spagna, Svezia ed Ungheria, cioè in 16 Stati su 27, e non esiste invece in tutti gli altri, Italia compresa? Sì, lo so che a noi italiani all’estero molti vorrebbero toglierci il voto anche alle politiche nazionali, ed io ovviamente la ritengo una posizione fascistoide, ma non è questo il punto: se quella Europea fosse davvero un’Unione, allora le regole dovrebbero essere valide per tutti, non a discrezione.

E poi lo sbarramento, che a seconda dello Stato varia dallo 0 al 5,9% (in Italia il 4%). Per me manco ci dovrebbe essere, ma almeno stabilitene uno solo per tutti, no?

In secondo luogo, esiste una banale legge della statistica, che se viene condotta da dilettanti allo sbaraglio, io mangio un pollo e tu digiuni, per la statistica abbiamo mangiato mezzo pollo a testa. Sono abbastanza anziano da ricordare il 93% alle politiche italiane nel ’76, altro che percentuali bulgare. E alle europee del ’79 il 62%. Le percentuali si sono ridotte da quando, vent’anni fa esatti, nel 2004, sono entrati nell’UE tutti i Paesi dell’Europa orientale. Io negli anni ’80 e ’90, con i miei conoscenti dell’Europa occidentale, andavo orgoglioso della maggiore consapevolezza degli italiani. Ecco, ora siamo come tutti gli altri, veri europei.

In questi mesi, ho sentito i sondaggi più disparati. Per qualcuno l’affluenza doveva essere inferiore alla metà, per altri addirittura quasi di tre quarti degli aventi diritto. Fatto sta, nel 2019 era del 51%, stavolta è del 49%. Il punto non è questo. Intanto, tra quanti si astenevano, prevaleva il disinteresse, o un senso di desolazione. Stavolta, tra gli astenuti prevaleva il non voto cosciente di protesta, e tra chi ha votato, a maggior ragione, prevale comunque la consapevolezza.

La realtà dei fatti, al di là del prevedibile balletto, tutto italiano, del “ho vinto io”, “no, ho vinto io”, a caldo, ci dice che hanno vinto i guerrafondai filonazisti, e hanno perso i pacifisti antifascisti. Non così all’estero: per lo più (Francia, Germania, Austria), ha vinto la destra più becera, che però è contro l’invio di armi e per le trattative di pace. Attenzione: lo era anche la Meloni, fintanto che è stata all’opposizione.

A margine, noto che, come sempre, uniti si vince e divisi si perde. Se DSP e Santoro si fossero presentati insieme, magari anche per litigare il giorno dopo, avrebbero superato lo sbarramento, forse, molto forse. Ecco perché mi torna alla mente il gattopardo: cambiare tutto per non cambiare niente.

In Germania, per i socialdemocratici di Scholz è stata una vera e propria débacle, hanno praticamente dimezzato i voti, il peggior risultato in un secolo. La destra rappresenta soprattutto la delusione degli Ossi, dopo 25 anni di “riunificazione”, in realtà “annessione della Repubblica Democratica Tedesca alla RFT. Sahra Wagenknecht ha il 5,7%, con la Linke sarebbero arrivati all’8,3%. Così, invece, la Linke non supera lo sbarramento.

In Francia, la sinistra di Melenchon non è andata malissimo, 10,1%, ma nessuno ne parla. Con i comunisti, sarebbero arrivati al 12%, e quindi anche i comunisti sarebbero entrati in Parlamento. Ma anche in Francia, tutti disuniti appassionatamente.

In Ungheria, il centrodestra di Orbán, peraltro già al potere, ha confermato il suo risultato. Perché? Perché è contro la guerra e per le trattative di pace. In Slovacchia, i due Partiti socialdemocratici, già al potere, hanno confermato il loro risultato, ma insieme avrebbero avuto la maggioranza assoluta. Comunque, guardacaso, sono per la pace e contro la guerra.

Amarcord


Come promesso, su richiesta di vari iscritti al mio canale Telegram, avevo previsto di concludere con un mio amarcord di 35 anni fa.

Si sente spesso parlare di file nei Paesi socialisti. In Unione Sovietica, nella mia infanzia, non c’erano, comparvero solo negli anni ‘80, quando gradualmente lo stato sociale cominciò a degradare e sempre più prodotti iniziarono ad essere deficitari, anche se non si trattava per forza di quelli di prima necessità, a meno che non si voglia considerare tali un paio di jeans o un’audiocassetta. Il degrado portò poi alla caduta dell’Unione Sovietica, ma questo sarebbe un discorso molto lungo.

Nel 1969, a Mosca, mia madre mi chiese di scendere e comprare qualche braciola di maiale. Quello che mi faceva impressione è vedere ogni ben di dio in quantità industriali, per esempio degli enormi cubi di burro, da cui la commessa tagliava la quantità richiesta dall’acquirente con una lenza. Mi avvicinai alla macelleria e, dall’alto dei miei sette anni di età, chiesi con severità: la carne di maiale è fresca? Mi guardarono manco fossi sceso da Marte, e la commessa balbettò: sì… Va beh, me ne dia tre etti. Diceva mia madre che da allora le davano sempre la carne migliore, in quanto madre di quel bimbo strano.

Come detto, le file iniziarono negli anni ‘80, ma ero già maggiorenne. Nelle estati degli anni ‘70, in macchina con mio padre, partivamo da Roma e visitavamo tutti i cosiddetti Paesi del socialismo reale, anche perché in ciascuno mio padre aveva da salutare qualche suo compagno di università di Mosca, con cui aveva studiato negli anni ‘50. Mai visto una sola fila, non sapevo manco cosa fosse. Aggiungo che, più ci si avvicinava al confine col sedicente mondo capitalista, più il tenore di vita era di gran lunga superiore persino a Mosca, per non parlare dell’entroterra russo. Mi riferisco a Polonia, Ungheria, Cecoslovacchia, Bulgaria, Romania, e soprattutto a Jugoslavia e Repubblica Democratica Tedesca. L’Unione Sovietica aveva bisogno di mostrare, internamente ed esternamente, che col socialismo si vive meglio che col capitalismo, e per qualche decennio fu davvero così.

Però torniamo al concetto del fare la fila. In URSS se vedevi tre persone mettersi ordinatamente in fila, era probabile che stessero per vendere qualcosa che si faticava a trovare, al punto che prima ci si metteva in fila, e solo poi ci si informava cosa diavolo stessero per vendere. Osservare trenta persone in fila, ordinati, agli occidentali faceva impressione, e da qui il mito delle file di un Paese allo stremo. Le stesse trenta persone, a Roma o a Milano, al check-in aeroportuale, al botteghino del teatro, alle poste o in banca, assumevano il contorno di un dromedario che cercava di penetrare nella cruna di un ago. Gli italiani la fila proprio non la sanno fare, e se ne vantano. La situazione migliorò, ma non più di tanto, quando inventarono i numeretti e le cinghie di delimitazione.

Nel 1989, feci probabilmente le mie ferie più belle, in perfetta solitudine. Partii in auto da Montecatini, dove lavoravo all’epoca. Non volevo essere legato ai traghetti, quindi Trieste, in Jugoslavia la guerra non sapevano manco cosa fosse, Lubiana, Zagabria, Belgrado, Sarajevo, Skopje, Salonicco, Atene e finalmente il mare. Ero distrutto, avevo una Panda 30 a quattro marce con raffreddamento ad aria, che, lanciata a piena velocità, raggiungeva la ragguardevole velocità di 105 km orari, ma una settimana con la mia tenda piantata sulle coste marittime di un villaggio di pescatori di cui non ricordo più manco il nome, sotto Volos, dove non passava nessuna macchina, semplicemente perché lì la strada finiva, non c’era nessun posto dove andare, praticamente la fine del mondo in tutti i sensi, ne era valsa la pena.

Dopo una settimana, feci tutta una tirata fino a Norimberga, ma con una sosta forzata a Slavonski Brod, un posto che pochi anni dopo fu raso al suolo. Fui fermato dalla polstrada per eccesso di velocità. Chiesi quant’era, mi dissero 10.000 dinari (il cambio con la lira italiana era di uno a uno), più altri 5.000 perché non avevo la “I” di “Italia” appiccicata sul retro. Notai che non ero targato “MI”, “TO”, “NA”, “FI”, Roma la conoscono in tutto il mondo, ma va bene. Però quale limite di velocità? Mi dissero che era di 120. Il mio errore fu quello di spiegare loro che capivo un po’ di serbocroato, visto il mio russo, e gli proposi di mettersi alla guida: se fossero riusciti a superare i 120, avrei pagato doppio, in caso contrario dovevano lasciarmi andare gratis. Per tutta risposta, mi sferrarono un paio di pugni in pieno volto, testimoni non ce n’erano, loro erano pure armati, si presero i 15.000 dinari e senza ricevuta. Quando un mese dopo tornai in Italia, feci denuncia all’ambasciata jugoslava a Roma, che dopo qualche mese mi inviò una lettera di scuse in cui mi assicuravano che avevano preso provvedimenti nei confronti dei due poliziotti. Chissà.

Norimberga, dicevamo. Lì mi aspettavano una mia amica e collega padovana e suo marito, tedesco della RDT. Dopo qualche giorno, ripartii alla volta di Berlino. Loro erano stupiti: guarda che è lontano e un po’ fuori dal tuo percorso. Io però c’ero stato da bambino con mio padre, quasi non me la ricordavo, e me lo sentivo che ‘sta storia del muro non poteva durare ancora a lungo. Tre mesi dopo risultò che avevo ragione. Arrivato a Berlino Ovest, trovai un alberghetto di settima categoria. Mi faceva impressione la sporcizia per strada e vedere sfrecciare una marea di gipponi con le luci al neon con targhe militari statunitensi, con i loro soldati afroamericani in mimetica in cerca di qualche ragazza sprovveduta o professionista del sesso a pagamento.

La mattina dopo, parcheggiai e presi la metropolitana per recarmi a Berlino Est. Avevo acquistato una piantina, dove sembrava molto piccola: riportava solo le fermate occidentali. Mi colpì perché ogni tanto passavamo delle fermate senza fermarci, erano quelle della RDT, e viceversa. Ovviamente, a Berlino Est comprai un’altra piantina, stessa storia, come se “l’altra” non esistesse. Le più paradossali erano quelle che non appartenevano a nessuna delle due Germanie, uno strato uniforme di polvere spessa due dita sulle banchine e cartelloni pubblicitari scrostati di quando la Germania era una sola, forse addirittura del periodo nazista.

Giunto al confine di Stato, sempre in metropolitana, mi venne rilasciato immediatamente il visto giornaliero, era la pratica comune. Avevo il passaporto italiano, però nella foto avevo il barbone e i capelli lunghi, ed era pieno di visti di Paesi sospetti ed inquietanti, quelli appunto dei Paesi socialisti. In più, il mio luogo di nascita: Praga, Cecoslovacchia. Vedrai quanto mi romperanno le scatole, mi dissi. Invece, i poliziotti occidentali non batterono ciglio. Percorsi a piedi una decina di metri e mi presentai ai poliziotti orientali. Loro però mi romperanno le scatole, pensai. Invece, pure loro, come se niente fosse. Ero quasi deluso.

Dopo quanto visto a Berlino Ovest, quello Est mi sembrò un gioiellino: niente cartacce per strada, niente militari, né sovietici né, ovviamente, americani, una città che viveva in un’altra epoca. Mi sedetti ad un tavolino di marmo con sedie in vimini, tipo caffè austriaco, ed ordinai una birra, all’aria aperta. Dagli altoparlanti suonava musica classica. Poi decisi di entrare in un supermercato, giusto per curiosità. C’era ogni ben di dio, in abbondanza, e notai che molti prodotti erano gli stessi che nell’infanzia vedevo a Mosca. L’interscambio tra Paesi socialisti funzionava eccome.

Gironzolai ancora un po’, si stava facendo tardi, decisi di ritornare a Berlino Ovest. Adesso però i poliziotti dell’Est dovranno pur rompermi le scatole, no? Niente da fare, tutto come la mattina. Va beh, ormai è fatta, i poliziotti occidentali li passo tranquillo. Sorpresa! Mi hanno tenuto tre ore, sequestrandomi il passaporto. Io da giovane ero piuttosto avventato, dissi al poliziotto che ero un cittadino della Comunità Europea (l’Unione Europea ancora non esisteva) e che lui era un nazista, cosa che ai tedeschi pare non piaccia molto. Dopo tre ore, venne il suo capo col mio passaporto in mano. Lo sguardo diceva molto: se solo avesse trovato qualcosa a cui appigliarsi, non me l’avrebbe fatta passare liscia. Non ho trovato nulla, ma levati di torno, mi disse in un inglese addirittura più stentato del mio. Uscito dal metrò, una boccata di aria fresca. Recuperai il mio pandino e mi sbrigai a ripercorrere quella striscia di autostrada sotto sorveglianza armata ad ogni cavalcavia che collegava Berlino Ovest al resto della RFT.

Mica finisce qui. Da lì feci tutta una tirata fino a Parigi, dove però non mi fermai perché la conoscevo già molto bene e proseguii per i Paesi Baschi. C’era una mia amica del posto ad aspettarmi, conosciuta un anno prima ai corsi di inglese a Londra. Chissà come abbiamo fatto, visto che i cellulari non erano stati ancora inventati. Non ricordo, fatto sta che ci incontrammo in una piazza di Bilbao, assieme a suo fratello. Analogamente al “giro delle ombre” a Venezia, mi fece fare il giro di tutte le birrerie della città, in ciascuna dovevamo limitarci a bere un “surito”, un “sagutxoa” in lingua locale. Conoscendo il francese, intuii che fosse un “topolino”. Che roba è? Un bicchierino come quelli da vodka, ma con la birra locale, che è un po’ come la Peroni, quasi acqua fresca. La guardai con aria di sufficienza, abituato alla vodka. Niente di più sbagliato: provate voi a berne un mezzo centinaio. Non so come, verso le tre di notte, guidai fino al loro villaggio. Fatto sta che quella notte mi vomitai l’anima. La mattina dopo, il padre della mia amica mi chiese se a Bilbao non ci fossimo imbattuti in qualche problema. No, risposi, perché? Beh, c’era una manifestazione, bottiglie molotov, cariche, arresti, ma è un fenomeno quasi quotidiano. Visto nulla.

Dopo una settimana, feci tutta una tirata fino a Montecatini via Costa Azzurra. In tutto questo infinito viaggio di 6.000 km, era divertente notare come man mano cambiava la lingua nell’autoradio sulle onde FM, ma questo c’era anche in un film dell’epoca, ho solo avuto una conferma. Sono passati 35 anni, eppure sono dei ricordi indelebili.

Musica


Proseguiamo con le canzoni legate in un modo o l’altro alla Russia e/o all’Italia.

Mosca, Sebastopoli, Rostov sul Don, Kaluga, Nižnij Novgorod, Soči, Alma Ata in Kazachstan, Saratov, Caterimburgo, Crimea, Udmurtia, Odessa, Čeljabinsk, Krasnodar, Smolensk.

La canzone si chiama Эх, путь-дорожка фронтовая, parla della strada per Berlino, sempre più attuale, pur essendo del 1945.

Per questa settimana è tutto. A risentirci e rivederci, sempre su Visione TV!

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giovedì 6 giugno 2024

«Идеологические беженцы» в России

В новом выпуске программы «Острая тема» обсудили предпосылки к эмиграции на фоне обострения несогласия иностранцев с социальной политикой Запада.

Все больше людей планируют покинуть свои страны, не соглашаясь с навязываемыми «антитрадиционными» ценностями Запада.

В связи с этим Россия становится новым пристанищем для, так называемых, «идеологических беженцев».

Полная версия программы «Острая тема».

lunedì 3 giugno 2024

080 Italiani di Russia

Ottantesimo notiziario settimanale di lunedì 3 giugno 2024 degli italiani di Russia. Oggi parleremo spesso delle elezioni del Parlamento Europeo, che in alcuni Paesi membri iniziano il 6 giugno, ma che comunque termineranno in tutta l’Unione Europea il 9 giugno. Non parleremo solo di questo, anche perché, a noi italiani residenti all’estero fuori dall’UE, non ci fanno votare, siamo cittadini di serie B. Buon ascolto e buona visione.

Attualità


Appartengo alla minoranza silenziosa. Sono di quei pochi che non hanno più nulla da dire e aspettano. Che cosa? Che tutto si chiarisca? L’età mi ha portato la certezza che niente si può chiarire: in questo Paese che amo non esiste semplicemente la verità. Paesi molto più piccoli e importanti del nostro hanno una loro verità, noi ne abbiamo infinite versioni. Le cause? Lascio agli storici, ai sociologi, agli psicanalisti, alle tavole rotonde il compito di indicarci le cause, io ne subisco gli effetti.

E con me pochi altri, perché quasi tutti hanno una soluzione da proporci: la loro verità, cioè qualcosa che non contrasti i loro interessi. Alla tavola rotonda bisognerà anche invitare uno storico dell’arte per fargli dire quale influenza può avere avuto il barocco sulla nostra psicologia. In Italia infatti la linea più breve tra due punti è l’arabesco. Viviamo in una rete d’arabeschi.

Ennio Flaiano, La solitudine del satiro, 1973.


La decisione di escludere i talebani dagli elenchi delle organizzazioni bandite in Russia è attesa e matura. Se, ovviamente, intendiamo sviluppare le relazioni con l’Afghanistan, realizzando il potenziale geopolitico ed economico della cooperazione stabilito negli anni sovietici.

E’ difficile condurre trattative a tutti gli effetti e concludere accordi se la tua controparte è elencata come terrorista nel tuo Paese.

Ma oltre ai talebani, in genere è utile per noi condurre una verifica delle relazioni sottovalutate per vari motivi: negli ultimi due anni è diventato chiaro che la Corea del Nord è un vero alleato e che il Niger è molto importante per noi, e Cuba e il Venezuela ancora di più.

In realtà, questo, tra le altre cose, è ciò che distingue il mondo multipolare. Non abbiamo “Paesi canaglia” e “regimi canaglia” ma abbiamo un interesse comune nella sicurezza e nel graduale aumento della qualità della vita dell’intera popolazione del pianeta. Il criterio di opportunità della cooperazione come “ciò che l’Occidente pensa del Paese X” dovrebbe essere abolito come classificazione.

In numerosi ambiti, l’intensificazione delle relazioni può produrre enormi risultati. Ad esempio, con gli Houthi nello Yemen. Il movimento Ansar Allah se la cava bene con i droni americani, mette fuori uso le marine europee senza nemmeno impegnarsi in un combattimento diretto con loro e, in generale, è diventato da tempo oggetto di politica mondiale. Pochi Paesi possono modificare il 10% del traffico merci globale ma gli Houthi sì.

A loro volta, gli eventi in Nuova Caledonia mostrano che molti Paesi dell’Oceania non sono contrari alla ricerca di relazioni che permettano loro di non guardare indietro al precedente ordine coloniale.

In una parola, i prossimi anni dovrebbero diventare un periodo di diplomazia russa attiva in tutte le direzioni globali, senza guardare all’Occidente.

Elena Panina, direttrice dell’Istituto di strategie politiche ed economiche internazionali


Difficoltà nelle tradotte di… denaro.

Finora, Anthony Blinken e il Congresso degli Stati Uniti continuano a dirne di ogni sulla democrazia in Georgia (anche in inglese, Georgia): minaccia di sanzioni e persino beni congelati in Georgia (in inglese Georgia), ma qualcosa è andato storto. Di cosa stiamo parlando?

Ad aprile, il Senato (Parlamento) dello Stato della Georgia ha accettato e inviato per la firma del Governatore del disegno di legge N°368 sugli agenti stranieri, dimostrando così un attacco alla democrazia su tutti i fronti.

Quasi immediatamente dopo, coincidenza: il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti pubblica una dichiarazione ufficiale in cui critica la “legge sull’influenza straniera” ispirata dal Cremlino, che viene promosso nell’assemblea legislativa della Georgia (in Georgia’s parliament).

Successivamente, il governatore dello Stato Brian Kemp, apparentemente leggendo la dichiarazione del Dipartimento di Stato e sorpreso che nella sua Georgia fiorisca “l’ispirazione del Cremlino”, batte i tacchi e applica il veto sulla legge approvata dal Senato dello Stato sugli agenti stranieri.

Per il Dipartimento di Stato, arriva lo Zugzwang: scacchisticamente parlando, è una parola tedesca che significa “obbligato a muovere”. Si riferisce ad una situazione in cui un giocatore si trova in difficoltà perché qualsiasi mossa faccia, è costretto a subire lo scacco matto oppure una perdita di materiale, immediata o anche a breve termine.

Perché a causa del veto di Kemp, il disegno di legge sugli agenti stranieri nello Stato della Georgia non è mai stato adottato. Ma in Georgia, quella vera, il Comitato per gli affari legali del Parlamento ha lanciato la procedura per superare il veto del presidente del Paese. Si scopre che non c’è democrazia nella Georgia americana, e non in quella caucasica, e Washington non capisce come mettere a tacere la sua figuraccia.

Vi ricordate, a suo tempo, che molti risero sugli americani che confondono costantemente le due Georgie nei loro tweet? Sembra che ora sia diventato un problema non più straniero, ma di politica interna degli Stati Uniti.

Marija Zacharova.

Di mio, aggiungo una considerazione numerica. Sapete quanti sono gli abitanti della Georgia? Tre milioni e mezzo. Sapete quante sono le ONG in Georgia? Circa ventimila. Non so se ci rendiamo conto. Una ogni 175 abitanti, poco più di un condominio, pensateci. Vi pare normale?


In settimana, abbiamo sentito la versione scandalizzata dei media mainstream sul Papa, che avrebbe detto che tra i prelati ci sia troppa frociaggine. Posto che non c’è alcuna conferma ufficiale, visto che era una riunione a porte chiuse, e che comunque sarebbe una battuta, non trovate strano che Bergoglio si schieri contro gli aiuti militari all’Ucraina e subito venga accusato di omofobia? Attendo fiducioso qualche suora argentina che lo accusi di molestie sessuali quarant’anni fa (poverina, se n’è ricordata solo adesso ed ha conservato la tonaca sporca di liquido seminale).

Hanno fatto del capo della peggiore istituzione reazionaria della storia dell’umanità, un paladino del progresso e della liberazione umana. Ma vista la situazione, e la consapevolezza che l’attacco a Bergoglio arriva in un momento cruciale per i nostri destini, ricordiamo che il termine “mariconada” nello spagnolo utilizzato nel Cono Sur, vuol dire sciocchezza, stupidaggine, benché la traduzione letterale in italiano sia “frociata”.

Mentre l’Europa si muove speditamente verso lo scontro diretto con la Russia, trasformandoci in carne da cannone o da macello, è normalissimo che la nostra stampa palancaia si scagli contro uno dei pochi leader che si è sempre mosso per la pace.


In settimana si svolgerà uno degli eventi più imponenti e significativi in campo economico: il XXVII Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo.

“Una parte sempre più ampia della comunità mondiale è favorevole a costruire un sistema di relazioni internazionali giusto e democratico, fondato sui principi di un’uguaglianza autentica, sul reciproco rispetto dei legittimi interessi di ciascuno e della diversità tra le culture e le civiltà di Stati e popoli. Proprio questi sono i princìpi su cui si fonda l’agire dei BRICS, di cui la Russia quest’anno ha la presidenza. Ha un valore simbolico il fatto che la storia di quest’unione in dinamica via di sviluppo, i cui Stati-membri coprono già più di un terzo dell’economia mondiale, abbia avuto inizio al X Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo, tenutosi nel 2006”. Putin, 27 maggio 2024.

Negli ultimi 27 anni, il Forum si è conquistato lo status di evento leader a livello mondiale per discutere i problemi chiave dell’economia globale, per instaurare cooperazioni, per condividere le migliori strategie e competenze che mirino a livello mondiale a garantire uno sviluppo sostenibile.

L’edizione del 2024 si svolge all’insegna del motto “Il fondamento del mondo multipolare è la creazione di nuovi punti di crescita”.

Oltre 12.000 persone, provenienti da 128 Paesi e territori, hanno confermato la propria presenza al Forum (dati aggiornati al 24 maggio 2024).


Il romanzo breve “I cosacchi” di Lev Tolstoj fu pubblicato solo nel 1863 sulla rivista “Russkij vestnik” (“Il Messaggero russo”), dopo che lo scrittore vi aveva lavorato per lunghi anni. E’ curioso che alcune pagine furono da lui composte in Italia, precisamente in Valle d’Aosta, nel 1857.

Risale a quell’anno, infatti, il primo viaggio all’estero del ventinovenne Lev Nikolaevič, che aveva appena dato addio alle armi dopo avere partecipato all’assedio di Sebastopoli durante la Guerra di Crimea. Dalla Russia Tolstoj si recò dapprima a Varsavia, poi a Parigi e in Svizzera, sul lago di Ginevra; proseguì per Chambéry e, attraverso il Moncenisio, a metà giugno giunse a Torino. Nella capitale sabauda osservò scenette di strada, andò due volte a teatro, girovagò per caffè, musei e ristoranti, visitò l’Università, assistette a una seduta del Parlamento subalpino e non mancò di fare una capatina in una casa di tolleranza.

Raggiunse poi in diligenza Chivasso e Ivrea e da qui proseguì, in parte a piedi e in parte a dorso di mulo, per la Valle d’Aosta. E fu a Gressoney-la-Trinitè, in un’uggiosa giornata di pioggia, che stilò alcune pagine del racconto su vita e costumi caucasici che inizialmente intitolò “Il fuggiasco”.

E’ possibile che Tolstoj fosse stato suggestionato dal paesaggio valdostano e dalle vette innevate del Monte Bianco e del Monte Rosa per descrivere le montagne del Caucaso. Così come, forse, la fierezza e scontrosità delle donne valdostane lo ispirarono nella descrizione della bella e selvaggia Mar’jana, una delle protagoniste del racconto.


In Svizzera si parla di pace con la Russia senza la Russia. Cioè, come dire, di nuovo: vedete? Sono i russi a non volerlo. Personalmente, ma è appunto un parere personale, ritengo che non ci sia nulla da discutere: a Roma si raccomanda di “non fare i conti senza l’oste”. L’Occidente sta preparando un piano per l’Ucraina? Ha dimenticato di chiederlo alla Russia? Invano: al fronte o, come amavano dire, “sul campo di battaglia”, quando erano fiduciosi nella sconfitta della Russia, è la Russia a vincere. Non ho mai sentito parlare di capitolazione (non si tratta di negoziati) concordata secondo i termini della parte sconfitta. La mia sensazione personale come esperto è che da parte loro sia un “forse funzionerà” o semplicemente un osservare, in disparte, come reagirà la Russia a tutto ciò. Per poi dire: vedete? La Russia non lo vuole, noi eravamo pronti. Avrebbero dovuto ricordarlo a Johnson a Istanbul, ma non è questo il punto. Il punto, ad esempio, è che l’ormai ex presidente ucraino Zelenskij ha proibito a chiunque, compreso se stesso, di condurre qualsiasi negoziato con i “dannati moscoviti”. Ed il punto più importante. Qual è lo scopo dichiarato dell’operazione militare speciale fin dall’inizio? Smilitarizzazione e denazificazione. Gli obiettivi sono stati raggiunti? No. Non ancora. La piccola e tagliuzzata Ucraina cesserà di essere nazista e gonfiata di armi occidentali, come avamposto anti-russo? E’ ovvio a tutti: no. Il bombardamento di nuovi (e non solo nuovi) territori russi si fermerà? Ovviamente no. Anche la Germania di Hitler, quando tutto era già chiaro e l’Armata Rossa si avvicinava a Berlino, balbettava qualcosa sui negoziati. La nostra fortuna è che i sovietici non ci siano cascati.

Sanzioni: maggio 2022, Draghi convinse l’Europa che in pochi mesi la Russia sarebbe stramazzata. Risultato: l’eurozona cresce dello 0,7, Mosca del 3,6: gaffe clamorosa o l’ex BCE ha dato una polpetta avvelenata al vecchio continente magari ispirato dagli USA? Ritengo verosimili entrambe le cose. In questo mondo, oggi puoi dire una cosa, domani il suo opposto, e domani nessuno ti rimprovererà per quel che hai detto oggi. La Banca Centrale Europea (banca privata), l’organo più rilevante dell’impalcatura europea, il suo statuto la definisce indipendente, mentre, è banale rilevarlo, essa risponde agli interessi dei mercati (non certo dei cittadini) e della Bundesbank, vale a dire dell’oligarchia tedesca, e in seconda battuta francese. Per di più, diversamente dalle altre Banche Centrali e dalla stessa Federal Reserve, la BCE non ha tra i suoi obiettivi la crescita economica e la piena occupazione, ma esclusivamente il controllo dell’inflazione, a perenne salvaguardia della finanza privata di cui è espressione. Su Draghi, poi, è un po’ come sparare sulla Croce Rossa: tra il 1984 e il 1990 è stato direttore esecutivo della Banca Mondiale a Washington, e vicepresidente di Goldman Sachs per l’Europa dal 2002 al 2005. Sì, è un uomo del grande fratello statunitense, incontrovertibilmente.


Il 15 maggio il primo ministro slovacco Robert Fico è stato ferito a colpi di arma da fuoco a Handlova.

Nel frattempo, nella notte tra il 14 e il 15 maggio, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha convocato una riunione di emergenza in risposta agli avvertimenti di un colpo di Stato che ricordava il fallito tentativo di cambio di regime nel 2016.

Il giornalista statunitense Nebojsa Malic e il giornalista di Habertürk Ozcan Tikit hanno entrambi menzionato la “Operazione Gladio” in relazione sia al complotto dell’assassinio che al tentativo di colpo di Stato del 2016.

L’operazione Gladio si riferisce alle operazioni clandestine CIA-NATO durante l’era della Guerra Fredda che prevedevano la creazione di eserciti segreti “stay-behind” in Europa impegnati nella manipolazione politica, molestie nei confronti dei Partiti di sinistra, massacri, colpi di Stato e tortura.

L’esistenza della rete Gladio è stata rivelata dal Primo Ministro italiano Giulio Andreotti nel 1990.

Secondo quanto riferito, eserciti terroristici di Gladio sono stati scoperti in Italia, Francia, Spagna, Portogallo, Germania, Belgio, Paesi Bassi, Lussemburgo, Danimarca, Norvegia, Svezia, Finlandia, Svizzera, Austria, Grecia e Turchia. E’ stato rivelato che le forze di Gladio gestivano almeno 139 depositi clandestini di armi in tutta Europa.

Descrivendo la loro “strategia della tensione”, Vincenzo Vinciguerra (incarcerato a vita per un’autobomba in Italia) disse nel 1992 che lui e gli altri guerriglieri di Gladio avrebbero dovuto “attaccare civili, donne e bambini” per instillare paura e giustificare un maggiore controllo statale.

Oltre ai guerriglieri e ai criminali di guerra ex nazisti, Gladio reclutava anche civili comuni. Secondo documenti britannici declassificati, le reclute avrebbero dovuto essere scelte per evitare sospetti “in virtù della loro età, sesso e attività”.

La CIA e la NATO hanno manipolato gli affari politici europei attraverso il gruppo. L’operazione declassificata e interrotta di Gladio “Piano Solo” (1964) prevedeva il rapimento del primo ministro italiano Aldo Moro per impedire la formazione di una coalizione di sinistra.


Dmitrij Medvedev scrive:

I Paesi occidentali che presumibilmente hanno “approvato l’uso” delle loro armi a lungo raggio sul territorio russo (indipendentemente dal fatto che si parli di parti vecchie o nuove del nostro Paese) dovrebbero comprendere chiaramente quanto segue:

1. Tutto il loro equipaggiamento militare e gli specialisti che combattono contro di noi verranno distrutti sia sul territorio dell’ex Ucraina, sia sul territorio di altri Paesi, se da lì verranno effettuati attacchi sul territorio della Russia.

2. La Russia parte dal fatto che tutti i mezzi di distruzione a lungo raggio utilizzati dall’ex Ucraina sono già controllati direttamente dal personale militare della NATO. Questa non è “assistenza militare”, ma partecipazione alla guerra contro di noi. E le loro azioni potrebbero diventare “casus belli”.

3. La NATO dovrà decidere come qualificare le conseguenze di possibili attacchi di ritorsione contro attrezzature/oggetti/personale militare dei singoli Paesi del blocco nel contesto degli articoli 4 e 5 del Trattato di Washington.

Con ogni probabilità, la leadership della NATO vuole fingere che si tratti di decisioni sovrane dei singoli Paesi dell’Alleanza del Nord Atlantico di sostenere il regime di Kiev e che non vi sia motivo di applicare le norme del Trattato di autodifesa collettiva del 1949.

Queste sono idee sbagliate pericolose e dannose. Tale “assistenza individuale” da parte dei Paesi della NATO contro la Russia, sia che si tratti di requisire i suoi missili da crociera a lungo raggio o di inviare un contingente di truppe in Ucraina, rappresenta una grave escalation del conflitto. L’ex Ucraina e i suoi alleati della NATO riceveranno una risposta di tale forza devastante che l’Alleanza stessa semplicemente non potrà resistere al coinvolgimento nel conflitto.

E non importa quanti scoreggioni della NATO in pensione parlino di come la Russia non utilizzerà mai armi nucleari non strategiche contro l’ex Ucraina e ancor di più contro alcuni Paesi della NATO, la vita è molto più spaventosa delle loro frivole riflessioni.

Qualche anno fa si diceva che la Russia non sarebbe entrata in un conflitto militare aperto con il regime banderista per non litigare con l’Occidente. Hanno sbagliato i calcoli. C’è una guerra.

Potrebbero anche sbagliare i calcoli con l’uso delle armi nucleari tattiche. Anche se sarà un errore fatale. Dopotutto, come ha giustamente osservato il presidente russo, i Paesi europei hanno una densità di popolazione molto elevata. E per quei Paesi nemici le cui terre si trovano oltre la zona di copertura delle armi nucleari tattiche, esiste, infine, un potenziale strategico.

E questa, ahimè, non è né un’intimidazione né un bluff nucleare. L’attuale conflitto militare con l’Occidente si sta sviluppando secondo il peggiore scenario possibile. C’è una costante escalation della potenza delle armi NATO applicabili. Pertanto, nessuno può escludere oggi la transizione del conflitto alla fase finale.

Repetita juvant. Forse.


“Il mondo sta osservando la barbarie di un vampiro malato, maniaco, psicopatico e divoratore di sangue di nome Netanyahu, e la sta guardando in diretta TV”, ha dichiarato Erdogan.

“Ehi, Stati Uniti, questo sangue è anche sulle vostre mani! Siete responsabili di questo genocidio tanto quanto Israele.

Ehi, capi di Stato e di governo europei, anche voi siete diventati complici di questo genocidio, di questa barbarie, di questo vampirismo di Israele! Perché siete rimasti in silenzio. Hanno sparato contro ospedali, scuole, moschee, e voi siete rimasti in silenzio.

Hanno sparato ai convogli di aiuti umanitari e voi avete taciuto. Hanno sparato a giornalisti, medici, operatori umanitari e voi avete taciuto. Hanno trovato fosse comuni nei giardini degli ospedali e voi non avete reagito”, ha dichiarato il presidente turco.


La condanna del candidato repubblicano alla presidenza Donald Trump a 4 anni di reclusione (salvo condizionale) rappresenta uno di quei momenti in cui il fallimento di un sistema sociopolitico prende forma plastica.

Gli USA sono quel Paese in cui da decenni la competizione per le più alte cariche dello Stato è una guerra interna all’oligarchia finanziaria. Nessuno che non abbia un sostegno miliardario ha alcuna chance di “rappresentare politicamente il popolo americano”.

Questo fatto rende il ceto politico una marionetta nelle mani di un ristretto numero di pupari nascosti dietro le quinte.

Questo sistema è tecnicamente un’oligarchia plutocratica e il fatto di presentarsi come democrazia (anzi, come modello esemplare di nazione democratica) è solo l’inizio della cascata di bugie in cui l’Occidente sta annegando.

I due candidati a questa tornata delle elezioni presidenziali rappresentano in modo icastico queste caratteristiche del sistema.

Da un lato Joe Biden, che anche quando era giovane particolarmente brillante non era, ma che ora è un anziano affetto da demenza, inadeguato a governare una bocciofila. Ma siccome il presidente è solo una bandierina, un volto, un attore ventriloquo, avere un candidato demente non rappresenta un argomento decisivo (e pensosamente i media americani “si interrogano” sulla sua “fitness”, come se ci fosse qualcosa di serio su cui interrogarsi).

Dall’altro lato abbiamo Donald Trump, che è un candidato atipico perché capace di affrontare una campagna elettorale almeno in parte con mezzi propri. Questo lo rende meno immediatamente ricattabile. Così, in un meraviglioso cortocircuito, un miliardario newyorchese autoreferenziale e spregiudicato può presentarsi come rappresentante dei veri negletti, dei lavoratori impoveriti della Rust Belt e di altre zone deindustrializzate; questo solo perché appare meno evidentemente un pupazzo nelle mani dei pupari che agiscono nell’ombra.

Dal punto di vista delle “idee politiche” di fondo Biden e Trump sono due varianti del neoliberismo, le cui differenze sono marginali. La principale differenza è rappresentata dalla maggiore propensione isolazionista di Trump, rispetto alla maggiore propensione imperialista dei Dem. Ma sono dettagli, aggiustabili all’occorrenza (dopo tutto fu Trump a ordinare l’assassinio del generale Soleimani).

La principale differenza tra i due personaggi è la minore ricattabilità di Trump, che lo rende meno affidabile per la plutocrazia che governa gli USA. Questa è la ragione, l’unica ragione, per cui Trump è stato fatto oggetto di ripetuti attacchi per via giudiziaria. A chi pensasse che in America una condanna, alla vigilia delle presidenziali, ad un candidato in vantaggio, sia “la giustizia che fa il suo corso” bisogna togliere di mano il Corriere dei Piccoli e spiegargli che non è una fonte geopolitica autorevole.

In un sistema neoliberale il potere è semplicemente una battaglia tra poteri finanziari opachi con l’intermediazione dei loro burattini. Vale per la politica, vale per la magistratura.

Lo sa quella metà della popolazione che non va più a votare – non essendo rappresentata –, e lo sa anche quella che continua a farlo – sentendosi marginalmente rappresentata o, più spesso, sperando di esserlo in futuro (non lo sanno i lettori di Corriere e Repubblica, ma quelli credono anche che il mondo sia trainato da unicorni arcobaleno.)

Il sistema socioeconomico americano è un gigante militare e finanziario con le vene marce, un colossale cyborg con il cuore meccanico e il cervello in delirio. Lo è perché esprime in maniera piena, compiuta ed esemplare un modello in cui la sovranità appartiene alla proprietà, in cui ogni dollaro è un voto.

Questo è anche il sistema che ci viene insegnato ininterrottamente da trent’anni essere il glorioso modello cui tutti noi europei dovremmo aspirare.

Verso questo modello ogni istituzione pubblica, dagli ospedali alle università, viene sospinta costantemente mettendo all’asta anime e competenze (chi porta denaro ha sempre ragione).

Siamo legati mani e piedi a questo gigante in decomposizione che ci porterà a fondo con sé.

E chiamiamo questo suicidio collettivo “realizzare i valori occidentali”.

Jan Datranich, ex politico tedesco e membro del Partito Liberaldemocratico.


Ho partecipato a una conferenza presso l’agenzia internazionale “Russia Oggi” dal titolo “Quale vittoria ci occorre”. Mentre ero lì, sono stato intercettato ed intervistato dall’agenzia News Front per radio Tauria, in Crimea. L’argomento era Svezia e Finlandia. Subito dopo, mi è stato chiesto un commento dalla televisione italiana Cusano News 7, sullo stesso argomento. Eccovi un sunto di entrambe.

Il Dipartimento di Stato americano prevede di pubblicare sui social network materiali sulla “grave minaccia russa” per i residenti di Svezia e Finlandia.

L’Occidente può coinvolgere la Finlandia e la Svezia nelle ostilità, questa sarà la prova che le decisioni non vengono prese nei singoli Paesi europei, ma a Washington.

Tutte le armi nucleari e non nucleari di entrambe le parti sono perfettamente in grado di volare intorno all’intero pianeta e nessuno è protetto da questo. Gli americani dovrebbero pensarci.

La Russia agisce in modo coerente e i passi dei politici europei sono dettati da Washington. Stanno cercando di sfidare la presenza della Russia e di rendere il Mar Baltico parte dell’Unione Europea, ma non ci riusciranno.


C’è una bella intervista, di cui non vi svelo subito né l’identità, né il periodo. Comunque, pare piuttosto recente e verosimile.

Ritiene inevitabile una nuova guerra mondiale?

Risposta: No. Almeno al momento non può essere considerato inevitabile. Naturalmente negli Stati Uniti d’America, in Gran Bretagna, come anche in Francia, ci sono forze aggressive assetate di una nuova guerra. Hanno bisogno della guerra per ottenere superprofitti, per saccheggiare altri Paesi. Questi sono i miliardari e i milionari che considerano la guerra come una voce di reddito che dà profitti colossali.

Loro, queste forze aggressive, controllano i governi reazionari e li dirigono. Ma allo stesso tempo hanno paura dei loro popoli che non vogliono una nuova guerra e si schierano per il mantenimento della pace. Cercano quindi di servirsi dei governi reazionari per irretire i loro popoli con la menzogna, per ingannarli e per presentare la nuova guerra come difensiva e la politica pacifica dei Paesi amanti della pace come aggressiva. Cercano di ingannare i loro popoli per imporgli i loro piani aggressivi e trascinarli in una guerra. Proprio per questo temono la campagna in difesa della pace, temendo che possa mettere in luce le intenzioni aggressive dei governi reazionari. Proprio per questo motivo rifiutarono la proposta dell’Unione Sovietica per la conclusione di un Patto di pace, per la riduzione degli armamenti, per la messa al bando dell’arma atomica, temendo che l’adozione di queste proposte avrebbe indebolito le misure aggressive dei governi reazionari e rendere inutile la corsa agli armamenti.

Quale sarà la fine di questa lotta tra le forze aggressive e quelle amanti della pace?

La pace sarà preservata e consolidata se i popoli prenderanno nelle proprie mani la causa del mantenimento della pace e la difenderanno fino alla fine. La guerra potrebbe diventare inevitabile se i guerrafondai riuscissero a intrappolare le masse popolari nella menzogna, a ingannarle e trascinarle in una nuova guerra mondiale. Ecco perché la vasta campagna per il mantenimento della pace come mezzo per smascherare le macchinazioni criminali dei guerrafondai è oggi di primaria importanza.

Per quanto riguarda l’Unione Sovietica, essa continuerà anche in futuro a perseguire fermamente la politica di prevenzione della guerra e di mantenimento della pace.

E qui già si intuisce che tanto recente non può essere, visto che si parla di URSS. E avete ragione: l’intervistato è Iosif Stalin, pubblicato sulla Pravda nel 1951. Sì, adesso provate a darmi dello stalinista e del ferrovecchio. Però provate anche a commentare il contenuto e l’attualità dell’intervista.


Correva il giorno 15 di aprile dell’anno di grazia 2024, appena un mese e mezzo fa. Leonardo e le Ferrovie dello Stato emettevano un comunicato stampa congiunto.

Leonardo e Rete Ferroviaria Italiana (RFI) hanno sottoscritto un accordo di collaborazione per realizzare un progetto condiviso nell’ambito della Military Mobility. Un’iniziativa UE finalizzata ad aumentare le capacità infrastrutturali e digitali esistenti, per assicurare la movimentazione di risorse militari, all’interno e all’esterno dell’Europa, anche con breve preavviso e su larga scala, garantendo capacità di trasporto sicure, sostenibili e resilienti. Leonardo e RFI si propongono di identificare l’architettura e le funzionalità della piattaforma digitale integrata di gestione della circolazione dedicata alla Military Mobility, in situazioni ordinarie e straordinarie per il trasporto di materiale militare attraverso infrastrutture dual-use. Saranno parte integrante della piattaforma soluzioni innovative per l’accesso a fonti eterogenee di dati e per la valorizzazione degli stessi con processi automatizzati.

Nell’ambito della collaborazione, Leonardo esprimerà le proprie competenze in termini di Global Security e Global Monitoring con il supporto di tecniche avanzate di Al su più fronti: censimento e monitoraggio delle infrastrutture dual-use, modellazione di infrastrutture e servizi articolati, simulazione e ottimizzazione di reti complesse. Inoltre, al fine di garantire alti standard di protezione dei dati, si prevede di utilizzare il Global Security Operation Center (SOC) di Leonardo con soluzioni proprietarie di Threat Intelligence (per caratterizzare e analizzare potenziali minacce cyber attraverso raccolta ed analisi da fonti aperte) e di Live Endpoint Security (per la gestione e sicurezza di dispositivi connessi alla rete IT e OT).

Prestazioni di calcolo elevate nella gestione di significative moli di dati saranno soddisfatte dall’HPC (High Performance Computing) davinci-1, uno dei super-computer più potenti nel settore aerospazio, difesa e sicurezza. La piattaforma integrerà, inoltre, funzionalità evolute basate su servizi satellitari (compresi quelli di COSMO-SkyMed) e utilizzerà un’infrastruttura di comunicazione sicura e interoperabile con le diverse tipologie di reti (TETRA, LTE, 4G/5G), per garantire elevati livelli di servizio e di sicurezza.

L’accordo prevede tra l’altro l’utilizzo del know how specifico nel mondo della sicurezza e della circolazione ferroviaria integrando nel progetto le componenti applicative di gestione della circolazione di RFI con le altre piattaforme di mobilità aeree e terrestri necessarie a generare un contesto di interoperabilità tecnologica basato su principi di sicurezza estremamente robusti.

L’Unità per le Autorizzazioni dei Materiali di Armamento (UAMA) ha recentemente emesso un comunicato tecnico per la presentazione delle istanze in deroga ex Art. 5 Quindecies c. 10 Lett. H del Regolamento (UE) n. 833/2014, che fornisce una guida dettagliata sulle principali casistiche e le relative procedure da seguire.

Il 30 maggio si è tenuto nell’Ambasciata italiana a Mosca un incontro con i dirigenti dell’UAMA e i rappresentanti delle associazioni imprenditoriali italiane in Russia, volto ad ottenere delucidazioni sul tema, inclusa la procedura di istanza in deroga per le persone fisiche.

La riunione si è incentrata sulle procedure per l’ottenimento delle deroghe per quanto previsto dal 12 pacchetto di sanzioni europee. Relativamente alle richieste di deroga per i servizi IT e finanziari intercompany possiamo notare che le procedure stanno funzionando e ormai quasi tutte le aziende interessate hanno presentato le richieste come previsto dalla stessa UAMA. Molto più complicata sin da subito è apparsa la questione che riguarda le persone fisiche, cittadini dell’Unione che prestano attività di consulenza in diversi settori. Secondo le interpretazioni che sono state fornite dai funzionari della Commissione Europea quasi tutti i nostri connazionali che prestano regolare attività lavorativa in Russia sia in aziende europee che russe sarebbero passibili di procedimento in caso di mancato ottenimento di deroga da parte delle loro autorità nazionali. Si tratta, come evidente, di una grave deformazione del regolamento sanzionatorio che assume caratteri abnormi e al di fuori di ogni logica anche dal punto di vista legale. I nostri colleghi tedeschi hanno da subito risolto il problema concedendo per decreto una esenzione generalizzata, mentre il nostro Paese è impossibilitato ad assumere analoghe decisioni in virtù di una legislazione che impedisce il rilascio di autorizzazioni collettive. La soluzione più logica che da tempo sosteniamo è quella di un chiarimento da parte degli uffici della Commissione di Bruxelles, tuttavia il particolare clima politico e l’azione di lobbying di alcuni Paesi rende difficile tale strada. Da parte della UAMA sono venute diverse proposte di chiarimento e di restringimento delle possibili casistiche, tuttavia appare molto difficile ottenere comunicazioni scritte che possano evitare la richiesta di deroga, cosa che invece noi auspichiamo. L’unico elemento chiaro che è stato più volte sottolineato dai nostri funzionari è il fatto che la valutazione sulla effettiva attività dei nostri connazionali deve essere fatta dalle aziende stesse. Appare evidente che un Direttore Generale, un manager, un addetto tecnico-commerciale, in sostanza personale a contratto, non effettuano consulenze bensì normale attività lavorativa. In poche parole non dovranno presentare alcuna richiesta di deroga. Anche le Società quotate in borsa potrebbero tranquillamente seguire tale principio, tuttavia vista anche la velocità delle procedure di UAMA potranno presentare le richieste di deroga per i loro manager.


Giorgia Meloni ha confermato che l’Ucraina parteciperà al vertice del G7 a metà giugno. Ha anche osservato che Vladimir Zelenskij sarà presente al vertice del G7, così come “almeno 15 Paesi e organizzazioni internazionali”.

Oltre ai leader dei Paesi del G7, all’incontro parteciperanno il presidente della Turchia Recep Tayyip Erdogan e il presidente degli Emirati Arabi Uniti (EAU) Mohammed bin Zayed Al Nahyan. Al vertice potrebbe partecipare anche il presidente argentino Javier Miley.

In precedenza è stato riferito che l’Unione Europea e i Paesi del Gruppo dei Sette (G7) stanno discutendo la questione dell’imposizione di sanzioni contro le banche che utilizzano il sistema di messaggistica finanziaria (SPFS), l’analogo russo del sistema SWIFT.

Una sola domanda: ma il G7 non era il club delle sette maggiori economie del mondo? Argentina e Ucraina?


Il presidente dell’Associazione degli imprenditori italiani nella Federazione Russa (GIM Unimpresa), Vittorio Torrembini, in un’intervista a RIA Novosti, ha affermato che l’economia italiana ha subito 10-15 miliardi di euro di perdite a causa delle sanzioni anti-russe.

“L’Italia sente le sanzioni anti-russe, eccome”, ha detto Torrembini.

Torrembini ha sottolineato che il Paese avverte pienamente le conseguenze delle restrizioni nei confronti della Federazione Russa. Egli ha osservato che il fatturato commerciale tra Mosca e Roma è sceso da 30 a 9 miliardi di euro, e che le esportazioni dall’Italia alla Russia sono diminuite del 36%, mentre le importazioni dalla Russia sono diminuite del 70-80%.

In precedenza è stato riferito che l’Unione Europea ha approvato l’introduzione di dazi doganali proibitivi sulle importazioni di grano dalla Federazione Russa.

Musica


Proseguiamo con le canzoni legate in un modo o l’altro alla Russia e/o all’Italia.

Tëmnaja noč’ (letteralmente Notte buia) è una famosa canzone sovietica associata alla Seconda Guerra Mondiale. Per la prima volta è stata suonata da Mark Bernes nel film di guerra I due combattenti (1943).

Nel film, Bernes è un soldato che ricorda sua moglie e il suo bambino nella notte cantando la canzone. La canzone era ed è tutt’oggi il simbolo degli anni della guerra per milioni di cittadini sovietici ed è stata usata in molti film sulla Seconda Guerra Mondiale.

Buia è la notte è stata descritta come “una dolce canzone intrisa di una sensazione di nostalgia e di devozione per la persona amata” che aiuta a “rivelare il lato personale della vita dei soldati, indiscernibile nel ruggito della guerra”, in netto contrasto con le tipiche canzoni di guerra sovietiche, che erano marcianti o patriottiche.

Buia è la notte, solo le pallottole fischiano nella steppa,

Solo il vento ronza nei cavi, pallide tremolano le stelle…

Nella notte buia, tu, mia amata, so che non dormi,

E accanto al letto del bambino, di nascosto asciughi una lacrima.

Come amo, la profondità dei tuoi occhi teneri,

Come voglio ora, stringere su di essi le mie labbra!

La notte buia ci separa, mia amata,

E la steppa inquietante e nera, si estende tra di noi.

Credo in te, cara amica mia.

Questa fede che dalle pallottole nella notte buia mi ha difeso…

Sono contento, sono calmo nella battaglia mortale:

So che mi incontrerai con amore, qualunque cosa mi accada.

La morte non fa paura, l’abbiamo incrociata molte volte nella steppa…

Ecco, anche adesso, sopra di me volteggia,

Tu mi aspetti, e vegli accanto al letto del bambino,

E per questo so che non mi accadrà nulla.

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