Mark Bernardini

Mark Bernardini

lunedì 1 giugno 1987

Un colpo casuale

di Anatolij Dneprov

Tutti hanno appreso dai giornali come è morto il dottor Glorian. Pare che poco prima di partire per una battuta di caccia stesse pulendo il fucile, che accidentalmente ha fatto fuoco. Dicono che qualunque arma spari almeno una volta indipendentemente dalla volontà del suo proprietario. Ed è proprio così che i cronisti hanno descritto la fine di Glorian.

Non avrei mai scritto questo documento, se poco dopo la morte di Glorian non fosse apparso sui giornali l'annuncio che il suo avvocato Victor Bomp non avrebbe indagato, su richiesta della moglie e dei parenti stretti, sulle circostanze della fine dello scienziato. “La gente decida da sola, avrebbe detto Victor Bomp, se si sia trattato di suicidio o di disgrazia”.

Io non so cosa sia stato. Ma visto che la gente dovrà optare per una delle due ipotesi, delle quali solamente una è quella giusta per il mio amico Glorian, mi sento in dovere di rendere di dominio pubblico alcuni fatti.

Dunque, Robert Glorian è morto tre ore esatte dopo che ci siamo salutati all'uscita del caffè “Malta”. Ricorderò finché vivrò l'espressione del suo volto. Era pallido, come se fossimo stati di notte ed il suo volto fosse stato illuminato dalla luna. Stringendomi la mano mi disse:

– In trent'anni non mi sono mai sbagliato. In matematica, ovviamente. Gli errori nella vita sono un'altra cosa…

Mi venne in mente sua moglie, Eugene, ed annuii con comprensione. Mi era sempre sembrato che Glorian fosse infelice con lei. Spesso li osservavo da spettatore esterno: vi era una certa ostilità fra loro, ma del resto è una cosa piuttosto diffusa quando un marito ed una moglie sono intelligenti entrambi. Più volte ho sentito Eugene dire:

– Al giorno d'oggi, questi matematici mettono il loro naso in ogni cosa. Hanno rovinato l'esistenza umana.

Nelle sue parole vi era una dose di verità.

Quella sera eravamo seduti a sviluppare il teorema di Von Neuman e Morgenstern relativo ai giochi con le somme nulle. In matematica si può rigorosamente dimostrare come nei cosiddetti giochi da salotto ciascuno perda esattamente tanto quanto un altro vince. Il teorema di Von Neuman è una sorta di legge di conservazione della puntata iniziale nel gioco. Poi io e Robert ci siamo messi ad analizzare situazioni più complesse, ed in ogni caso giungevamo sempre alla stessa conclusione: il gioco delle somme nulle è riscontrabile ovunque. Quando siamo passati alla teoria matematica dei conflitti umani, ci si avvicinò Eugene:

– Sapete che vi dico? Mi ripugna ascoltarvi. Voi scomponete i pensieri ed i sentimenti in coefficienti di una matrice non degenere. Se permettete, Robert, vado al “Malta”.

Robert sorrise penosamente ed annuì. Allora ebbi l'impressione che, lasciando andare la moglie al night club, egli cercasse semplicemente di non pensare a lei. Prese a parlarmi di un libro appena pubblicato, di Louis e Raff, in cui la teoria matematica dei conflitti era elevata al massimo grado di perfezione.

Eugene uscì, e noi restammo nello studio di Robert fino alle tre di notte. Non mi ricordo tutti i particolari della nostra discussione. Ricordo soltanto che, passando in rassegna gli indirizzi fondamentali dei conflitti nella nostra società, dichiarai:

– La nostra economia, come tu stesso mi dimostri, altro non è che un gioco originale tra imprenditori e consumatori. Posso dimostrarti con un semplice esempio come questo gioco sia ormai condannato. Tu, Robert, sai come tutti i nostri industriali tendano all'automazione completa. Essi la attuano con successo nella realtà. Ad ogni nuova linea automatizzata, migliaia, decine di migliaia di persone vengono gettate per la strada. E divengono dei disoccupati. Volendo pagare di meno ed ottenere di più, i padroni delle aziende prima o poi arriveranno all'automazione completa della produzione.

– E allora? – chiese sarcasticamente Robert.

– Allora, caro mio, l'automazione totale consentirà agli imprenditori di liberarsi completamente del lavoro e delle prestazioni dei lavoratori e di produrre qualsiasi quantità di beni di consumo, ma nessuno potrà acquistarli. Le persone private del loro lavoro non possiedono soldi e di conseguenza non possono acquistare ciò che viene prodotto dalle macchine automatiche.

Robert Glorian si morse il labbro inferiore, si passò lentamente la mano sulla testa imbiancata e disse con convinzione:

– Da ciò si deduce solo una cosa: l'automazione non sarà mai completa. Un gioco del genere non è vantaggioso per i nostri imprenditori, così dotati di iniziativa.

– E qual è quello vantaggioso? – chiesi.

– Un'automazione intelligente, che non escluda, ma al contrario proponga una partecipazione sempre maggiore della gente nella produzione…

Secondo me, era la frase più nebulosa che avesse mai pronunciato Robert Glorian. Egli era un acceso sostenitore del “darwinismo sociale”, secondo cui l'evoluzione ed il progresso dell'umanità dipendono completamente dall'iniziativa privata di ciascuno dei suoi componenti, mentre l'iniziativa stessa viene determinata unicamente dalla propensione dell'uomo all'arricchimento.

Di natura sono scettico e non sopporto i dogmi. Anche se Glorian era il mio migliore amico, sopportavo con fatica gli assiomi a cui era inspiegabilmente giunto. “Questo è vero, questo è falso”, amava dire, ma sia il suo vero che il suo falso stentavano ad entrarmi in testa. I suoi assiomi erano in egual misura comprensibili ed indimostrabili. Probabilmente, tre secoli fa, allo stesso modo gli scienziati ritenevano esatto l'assioma galileiano per cui in tutto l'universo il tempo scorre alla stessa velocità.

La teoria matematica dei conflitti, la teoria dei giochi, la programmazione lineare e dinamica, l'economia matematica erano i cavalli di battaglia di Robert. Egli era sempre presente in tutte le commissioni e comitati addetti ad elaborare le linee economiche e militari per il governo. Ormai non è più un segreto che Robert Glorian fu uno degli autori della relazione sulle basi economiche della produzione di armi atomiche nei tempi in cui la possibilità tecnica e scientifica di creare simili armi non era ancora stata dimostrata.

– Perché la tua Eugene se ne va da sola al night club? - chiesi di punto in bianco.

– Siamo due persone molto diverse. Lei non ama la mia tesi secondo cui ogni comportamento sociale della collettività umana e persino di un singolo individuo può essere descritto con delle equazioni matematiche.

– Ha ragione. Per una persona intelligente ed onesta credo che essa sia ripugnante.

– Eugene è innamorata di Seady While e del suo jazz. Non so di chi altro, – mormorò frettolosamente. Dopo aver fatto un lungo respiro, aggiunse: – Le leggi della natura sono impietose. Ad esempio, a me non piace la legge di Bieau e Savarre sull'interazione dei conduttori lungo i quali scorre la corrente elettrica. Non mi è molto chiaro perché il campo magnetico di un conduttore agisca “da dietro l'angolo” su di un altro. Ma cosa ci vuoi fare: è la natura. Eugene cerca di contestarmi in base al cosiddetto buonsenso. Ridicolo, vero?

– Perché, hai tentato di affrontare il problema dell'automazione completa della produzione anche coi lei?

Robert corrugò la fronte.

– Ha detto che se questo dovesse accadere, moriremmo tutti di fame.

Scoppiai a ridere, e Robert di colpo si fermò in mezzo alla strada ed esclamò:

– Se la pensi come Eugene, affrontiamo il problema seriamente. Viviamo in un'epoca in cui l'ultima parola spetta sempre alla scienza…

Eugene era uscita alle otto di sera e tornò alle quattro di notte. Era un po' euforica, ed il rossetto viola sulle sue labbra carnose era semicancellato. I suoi occhi erano ironici e cattivi.

– Robert, – disse, – ho un'eccezionale dimostrazione del fatto che hai maledettamente ragione! Il jazz di Seady While non suonerà più al “Malta”. Al posto della sua orchestra, in pista hanno installato un organetto elettronico “Époque”, dentro al quale un'orchestra inesistente esegue qualsiasi motivo richiesto esattamente come lo eseguivano Seady While ed i suoi ventisette ragazzi. Immagino quanto maledicano l'ingegnere che ha inventato questa schifezza.

Robert faticò abbastanza per riuscire ad apparire allegro e contento della vita. Sollevò il capo dai fogli sui quali riportavamo con diligenza le nostre equazioni di “bilancio sociale”, e disse:

– Nel nostro Paese non tutti sono così idioti come il proprietario del club “Malta”. Alla fin fine, se non lui, suo figlio o suo nipote comprenderanno che a questo mondo sopravviverà solo chi raggiungerà un equilibrio calcolato con precisione tra l'attività delle macchine e quella dell'uomo. Andrà pur considerato il fatto che se Seady While e la sua orchestra non trovano un lavoro, essi semplicemente rapineranno il padrone del “Malta”!

Robert mordicchiò un po' l'estremità della matita e trascrisse un'altra equazione del “bilancio”.

– Verrà un tempo, – disse Eugene, – in cui saranno proprio quelle scatole elettriche che adesso suonano il jazz al posto di Seady While ad occuparsi della composizione di quei bilanci ed equazioni matematiche.

Robert non l'ascoltava e scriveva rapidamente qualcosa su di un foglio di carta. Eugene sbirciò da dietro la sua spalla le file ordinate di formule matematiche.

– Seady While trova che l'organetto elettronico “Époque” riproduce genialmente le sue esecuzioni. Puoi esserne felice. – L'ultima frase la pronunciò con rabbia palese.

– Era al club? – chiese con indifferenza Robert, proseguendo i calcoli.

– Sì, – rispose Eugene.

– Sarei curioso di sapere cosa ha intenzione di fare per autoconservarsi e lottare. Ha una sola via d'uscita. Superare la macchina ed inventare qualcosa per cui necessiti inventare un'altra macchina. Il progresso della società futura consisterà nella continua competizione degli uomini con le possibilità della macchina. Ciò è facilmente calcolabile con questa equazione…

La moglie di Robert Glorian si calò nella poltrona con un leggero lamento. Mi fece compassione.

– Cosa ne pensate della seguente soluzione: le macchine producono tutto ciò che è necessario per l'uomo, che poi viene distribuito gratuitamente a seconda delle esigenze? – chiesi sottovoce.

Eugene sorrise con sarcasmo, si strinse nelle spalle e fece un cenno verso Robert.

– Allora cesserà il progresso umano. Così almeno afferma mio marito. Affinché la civiltà fiorisca, occorre che gli uomini cerchino sempre di tagliarsi la gola l'un l'altro. Non lo sapeva, forse?

Ora ero sicuro che Eugene odiasse suo marito.

– E' un fatto noto a qualsiasi studente di qualunque college, – borbottò Robert senza distogliersi dai suoi appunti. – Beh, ho finito. Ottantaquattro equazioni lineari.

Si alzò dal tavolo e levò in aria trionfalmente la mano con cinque fogli di carta.

– Domani decideremo chi ha ragione.

– Dimmi un po', sii buono: anche l'amore e l'odio di una persona nei confronti di un'altra persona è possibile esprimerli con l'aiuto di equazioni matematiche? – chiese Eugene guardando Robert dritto negli occhi. Le sue labbra tremavano nervosamente, pronte forse a scoppiare in una risata, o forse in un pianto.

– Sì, è possibile, – rispose categorico Robert. – E' un caso piuttosto limitato e privato. Non riveste importanza sostanziale per l'economia di uno Stato. Anche se…

Ci pensò per un attimo e si rimise alla scrivania.

– Oggi While mi ha detto che se la produzione degli organetti elettronici “Époque” assumerà un carattere di massa, nel nostro Paese non nascerà mai più un buon compositore.

Robert scoppiò in una risata sonora e innaturale.

– Spero che non sarai molto scontenta del fatto che da noi da tempo non ci sia più bisogno di ciabattini geniali, visto che le scarpe che ti piacciono vengono prodotte con successo dalle macchine.

Robert è sempre stato un lavoratore instancabile. Quando Eugene andò a dormire, mi propose con un'aria da cospiratore di elaborare immediatamente un programma per la soluzione delle ottantaquattro equazioni che aveva creato.

– Per mezzogiorno dovremmo farcela. Tra mezzogiorno e le tre la macchina del centro atomico di calcolo è libera. Ci penserà lei a risolvere il problema.

– Cosa vuoi risolvere? – chiesi.

– Voglio calcolare una politica razionale a lungo termine per il nostro Stato nel campo dell'immissione delle nuove tecniche e dell'automazione. In questo gioco ho previsto tutto. Persino l'amore. Persino il tradimento. In fondo, non possiamo non tenere in considerazione questi elementi. L'amore è una fonte che arricchisce lo Stato di nuovi produttori e nuovi consumatori di risorse naturali ed energetiche.

Non badai al cinismo di Robert e mi buttai con foga nella composizione dell'algoritmo e del programma di soluzione del suo sistema di equazioni. Eugene ci portò il caffè, e quando lo bevemmo era ormai giorno. Poi uscimmo ed attraversammo il parco.

Robert, socchiudendo gli occhi, guardò il sole.

– Parola mia, la temperatura di irradiazione di questo astro oggi è superiore ai seimila gradi.

Cercai di immaginare quanto deve essere noioso e rivoltante vivere con un matematico fin nel midollo come Robert. Desiderai di gettare in mare tutti i nostri calcoli e mandare al diavolo il mio amico.

Eric Hanson, l'operatore del computer, dopo aver visto i nostri appunti ed il programma disse che la soluzione del problema poteva essere pronta dopo due-tre ore.

– Siamo al caffè del club “Malta”. Quando è tutto pronto, ci telefoni, – lo istruì Robert.

Dopo la seconda tazza di caffè Robert disse trasognato:

– Com'è bizzarra la vita. Un tempo si pensava che fosse piena di misteri e di percorsi impraticabili. Mentre ad analizzarla bene la si può trasporre in ottantaquattro equazioni differenziali. Stupendo, vero?

Mi strinsi nelle spalle.

Quando terminammo la terza tazza di caffè, apparve Seady While, il direttore dell'orchestra jazz sostituita dalla macchina “Époque”. Non l'avevo mai visto prima, e lo conoscevo solo dalle foto dei giornali. Era decisamente più anziano di come me lo immaginavo.

– Permettete? – chiese, e si sedette al nostro tavolo senza attendere risposta.

Robert, fissando il portacenere di cristallo, borbottò:

– Prego.

– Vorrei parlarle in privato, disse While.

– Non ho nulla da nascondere al mio amico, – rispose netto Robert.

– Come preferisce… Io amo sua moglie, e lei ama me.

– Lo so.

Non un muscolo tradiva Glorian.

– Sono stato licenziato, e dovremo cambiare città, – disse While.

– Dovrete cambiarne molte. Presto la macchina “Époque” verrà prodotta in serie.

– E' probabile che passino alcuni anni prima che il jazz automatico penetri nei villaggi abbandonati.

La voce di While era un poco tremolante.

– Mi occuperò io stesso della produzione massiccia delle macchine “Époque”, – disse Robert con nonchalance.

– Ho alcune idee concernenti la musica che lei e la sua maledetta matematica non potrete trasformare in macchine. Robert si animò e mi guardò fisso negli occhi.

– Non è forse una dimostrazione convincente delle mie opinioni? Il progresso quale risultato della lotta per la sopravvivenza, per l'autoconservazione, per la continuazione della specie, quale competizione tra l'uomo e la macchina. Bravo, While, è degno di Eugene!

Dopo queste parole avrei voluto colpire Glorian con un pugno in faccia, ma in quel momento giunse il cameriere per avvisare Robert che era desiderato al telefono.

– Ecco la soluzione! Sentiremo ora il responso inesorabile della logica!

Si alzò e fece per andare. Poi d'improvviso si sedette di nuovo, si appoggiò allo schienale della poltrona e ridendo si rivolse a me:

– Senti, vai tu, mentre io chiarisco una serie di piccolezze di carattere pratico con il signor While.

Sollevai la cornetta nello studio del direttore del club, e a lungo non mi rispose nessuno. Si sentivano rumori, urla, imprecazioni, qualcuno accusava qualcun altro di qualcosa, qualcuno cercava di dimostrare qualcosa con decisione e fermezza. Sentii più volte il nome “Robert Glorian”. Poi sentii la voce arrabbiata di Eric Hanson, l'operatore del computer.

– Pronto, Glorian, è lei? Vada al diavolo!

– Non sono Glorian. Mi ha incaricato di sapere cosa ha risposto la macchina.

– Che sia maledetto quel vostro problema! Per colpa sua dovremo stare fermi nuovamente per ventiquattr'ore!

– Perché? – chiesi stupito.

– La macchina si è rotta.

– Non capisco. Cosa c'entra il problema?

– La macchina si rompe ogni qualvolta il problema non presenta soluzione. Lei mastica un po' di matematica? Esistono problemi insolubili… Rompere le macchine calcolatrici ed elettroniche usando questi problemi è la cosa più semplice. Glorian avrebbe dovuto saperlo…

– Eugene mi lascia oggi, – dichiarò impassibile Robert al mio ritorno al tavolino. – E' persino un bene che tutto sia finito così rapidamente e con semplicità. Non ci siamo mai capiti, noi due.

Beveva il cognac a piccoli sorsi e pasteggiava col caffè.

– Robert, non ti pare che a volte anche tu non capisca tutto?

Mi sedetti.

– Ti hanno comunicato la soluzione del problema dell'automazione ottimale? – chiese. La sua voce suonava fredda ed ufficiale.

– La soluzione non esiste.

Robert si fece scuro in viso. Io ripetei:

- La soluzione non esiste, per cui la macchina si è rotta.

– Non stai scherzando?

– Nient'affatto… Voglio del cognac.

Rimanemmo a lungo seduti in silenzio. Dietro le finestre imbruniva. Qualcuno accese il giradischi “Époque” e questo, esattamente come l'orchestra jazz di Seady While, iniziò ad eseguire varie danze e melodie popolari. L'orchestra non c'era. La musica fluiva dai recessi dell'anima di fibre di vetro di una lucida scatola nera collocata su uno zerbino rosso in mezzo alla pista deserta. Robert fissò la scatola e poi disse:

– In trent'anni non mi sono mai sbagliato. In matematica, ovviamente. Gli errori nella vita sono un'altra cosa… Vado a prendere una boccata di aria fresca.

Non ricordo quanto tempo rimasi ad ascoltare quella musica morta. Quel giorno non avevo mangiato nulla ed avevo bevuto molto. Quando il caffè si vuotò, mi si avvicinò il cameriere e mi sfiorò la spalla.

– Oggi anticipiamo la chiusura. Siamo in lutto…

– Chi è morto? – chiesi con indifferenza.

– Due ore fa è capitata una disgrazia al famoso scienziato Robert Glorian, nostro cliente abituale.

Il mattino seguente lessi nei giornali ciò di cui vi ho parlato all'inizio di questo racconto.

[Da “Fantastika, 1964 god”, Moskva, Molodaja gvardija, 1964, pp. 179-189. Traduzione di Mark Bernardini, pubblicata in “Rassegna Sovietica”, N°3 1987]

domenica 15 febbraio 1987

Macellazione maiali | Свинокомплекс

Krekenava (Panevežis, Lituania), azienda di macellazione maiali. Programmazione alimentazione liquida con un Commodore in BASIC.
Mosca, Expocentr, Fiera Agritalia
Sokuluk, Kirgizia
Sokuluk, Kirgizia

domenica 1 dicembre 1985

Esquilino 1979

Dopo la disfatta del 1948, in buona misura determinata dall'ingerenza diretta degli Stati Uniti e del Vaticano, il PCI non aveva mai perso. Tuttavia, la politica dei piccoli passi ha fatto sì che, ad ogni consultazione elettorale, i comunisti guadagnassero lo zero virgola qualcosa, roba da prefissi telefonici. L'eventuale un percento di aumento veniva giustamente presentato come una portentosa vittoria del proletariato. Tutto sommato, questo andava bene un po' a tutti: ai Partiti borghesi, DC in primis, che vedevano lontana mille anni luce l'ipotesi di un governo non dico comunista, ma almeno di un governo costretto a fare i conti con una solida opposizione comunista; ma anche ai comunisti stessi, consci che qualunque avanzata troppo irruenta avrebbe inevitabilmente portato ad un intervento diretto degli americani nella vita democratica del Paese, essendo questi ultimi già presenti in forze – militari – lungo tutta la penisola.

Personalmente, sono cresciuto proprio in questa logica, fin dalle mie prime manifestazioni, alle medie inferiori, all'indomani di un altro 11 settembre, che ora tutti sembrano voler obnubilare, quello del bombardamento del palazzo presidenziale La Moneda a Santiago del Cile, nel 1973, pagato anch'esso, come spesso – troppo spesso – nei decenni a venire, dagli Stati Uniti. Sono cresciuto in una famiglia comunista, appunto, con un nonno confinato negli anni '20 in tutti i luoghi che ora Berlusconi immagina come amene località di villeggiatura, Favignana, Ustica, Ponza, richiamato a 38 anni alle armi e spedito a Bengasi, torturato dalla banda Koch nel 1943; confinati anche vari suoi fratelli (cinque comunisti su nove fratelli), Lipari, ancora Ponza, Pisticci; un padre che studiò filologia slava all'università di Mosca negli anni '50.

Il 15 giugno 1975 il PCI fece un'avanzata strabiliante alle elezioni amministrative. Circa la metà delle regioni, moltissime province e molti comuni capoluoghi di regione finirono in mano alle giunte di sinistra. Questo era il dato nuovo e, allo stesso tempo, denso di incognite: l'anno dopo, il 20 giugno 1976, alle elezioni politiche ci si attendeva finalmente il sorpasso sulla DC. Il PCI guadagnò il 7%, portandosi al 34,4%, ma la DC non solo non arretrò, ma addirittura guadagnò qualcosa e si attestò sul 38% netto. Quello che all'epoca nessuno volle dire, a sinistra (e soprattutto nella cosiddetta "sinistra extraparlamentare"), era che a tradire furono proprio i giovani, da sempre cavallo di battaglia comunista. Facendo una mera sottrazione tra i voti della Camera e quelli del Senato, si aveva il quadro dell'orientamento dei cittadini tra i 18 e i 25 anni. La maggioranza, oltre due milioni e mezzo di elettori, aveva votato per la Democrazia Cristiana. Il Paese era spaccato in due, con tutte le conseguenze che di lì a pochi mesi avremmo tragicamente assaporato.

Giunse la stagione delle contestazioni a sinistra, molte assolutamente giustificate, molte altre talmente pretenziose da ingenerare, non senza ragione, dubbi circa la loro origine, i famosi burattinai. Contemporaneamente, dall'altra parte si invocava un'ingerenza nient'affatto velata del solito amico (ma di chi?) americano. Ricordo ancora una copertina di Panorama (che non era ancora Mondadori e quindi Berlusconi) che sintetizzava le dichiarazioni del presidente statunitense Jimmy Carter: Berlinguer stia al posto suo. Un avvertimento mafioso.

Venne toccato l'apice, il momento più grave e pericoloso, col rapimento e l'omicidio di Aldo Moro, e la sparizione delle sue carte dal luogo del rapimento ad opera di sconosciuti, nonostante le transenne della polizia. Questo episodio risulta tanto più emblematico se si considera che ministro degli interni era proprio quel Francesco Cossiga, futuro Presidente della Repubblica, che molti anni dopo ebbe a vantarsi del suo coinvolgimento nell'organizzazione golpista e paramilitare di Gladio.

Questo tra marzo e maggio 1978. Alla ripresa dell'anno accademico, in ottobre nelle scuole superiori e nelle università si verificò un fenomeno che ha dell'inverosimile: sembrava infatti che nessuno in vita sua avesse mai fatto politica, tutti in discoteca. Era iniziata la stagione che venne definita quella del "riflusso". Eppure, tutto continuava al solito, i fascisti ogni tanto accoltellavano a morte qualche ragazzo di sinistra (Ciro Principessa), assaltavano gli organi di informazione di sinistra (Radio Città Futura), ma parevano solo delle schegge impazzite ed anacronistiche.

Fu così che si arrivò alle prime elezioni politiche del dopo Moro, quelle del 3 giugno 1979. Per la prima volta, il PCI perse. Una settimana dopo, per la prima volta nella storia si votò per il Parlamento Europeo, ed il PCI confermò la propria sconfitta. Si era esaurita la famosa "spinta propulsiva".

Di tutto questo, all'Esquilino, la mia sezione di allora, il 16 giugno si discuteva in una pubblica assemblea, molto accesa, animata, la tensione si tagliava col coltello. Era uno scantinato di fronte ad un cinema porno, attaccato alle ferrovie laziali. Una realtà fatta di ferrovieri, operai della FIAT Manzoni, della Centrale del Latte, di lavoratori dei corsi serali degli istituti tecnici industriali.

Per la tensione, si facevano anche discussioni stupide, per fortuna episodiche, tipo l'impellenza di limitare il fumo nelle assemblee, non tanto per ragioni salutiste, quanto per le cicche in terra, che poi pulivano le compagne.

All'epoca, avevo già iniziato a lavoricchiare, nonostante la giovane età, traducendo in alcune occasioni per dei "colossi" come Pajetta, Amendola, Berlinguer, D'Alema. In un'occasione, in una sala conferenze (non ricordo se all'hôtel "Parco dei Principi", o qualcosa del genere), avevo visto delle sedie identiche a quelle che usavamo in sezione, con un monoblocco sedile e schienale in plastica e le gambe in alluminio. Tra una sedia e l'altra, sulle gambe, erano incastrati degli appositi portacenere.

Durante l'intervento di Ignazio, un operaio della FIAT Manzoni con l'eskimo, mi alzai dalla mia sedia, feci un metro e mezzo a destra e mi accovacciai di fronte a Luciana, una compagna ventiseienne della segreteria di sezione e moglie del segretario Claudio, per suggerirle sottovoce questa banalissima soluzione.

In quell'istante, nello scantinato mancò la luce. Gli interruttori erano sulle scale di accesso, noi eravamo tutti di spalle, mentre la presidenza dell'assemblea, pur essendo frontalmente rispetto agli interruttori, era impedita nella visione da un angolo. Si sentì un rumore secco, che al momento non avrei definito boato, e da quel momento la vita scorse per interminabili secondi al rallentatore.

In certi momenti, si pensano un sacco di fesserie. Per esempio, io pensai che fosse caduto un armadio. Subito, delle scariche, e pensai ai botti di Capodanno. Solo che era una torrida estate, ed ebbi la sensazione che la mano di un gigante mi avesse afferrato per il collo e lentamente, molto lentamente, sempre più lentamente, ma sempre più insistentemente, mi premesse a terra, facendomi perdere l'equilibrio, e poi continuando a premermi e spremermi in terra. Cominciai a sentire dei frammenti duri, freddi e taglienti penetrare il mio petto, confusamente vidi scorrere per un'infinità di tempo misurabile in frazioni di secondo varie scene slegate della mia infanzia, dall'asilo Montessori a Roma a quello di Ul'janovsk, dalle sigarette fumate alle tre stazioni di Mosca scappando da scuola, alle lezioni di francese a suon di Salvatore Adamo, dalla bisca delle medie inferiori vicino piazza Re di Roma ai cortei contro i doppi turni al liceo. Confusamente, ebbi l'assoluta consapevolezza che stavo perdendo i sensi e che probabilmente non mi sarei mai più risvegliato. Nel frattempo, sentii ormai sicuro un altro boato e svariati ed infiniti spari.

In realtà, mi ripresi quasi subito, perché stavo soffocando. Sentivo il gelo delle mattonelle, la mia bocca ed il naso erano immersi in un liquido dal sapore di ferro, ma non riuscivo a sollevarmi perché sulla testa sentivo la pancia di Luciana, che per sua fortuna avevo fatto in tempo a tirare giù in terra con me, per istinto. Urlava "aiuto, li mortacci vostri...", gli spari continuavano. Mi stava sommergendo di sangue, sentivo il suo dolore fisico e capii che era proprio il sangue in terra che mi impediva di respirare, come in apnea.

Finalmente, tirai via la mia testa, e fu anche peggio: nel buio pesto, tutto era fumo da non respirare. E ancora sparavano. Stavamo facendo la fine dei topi.

Carponi, tra urla assordanti di disperazione e fumo acido che bruciava in gola come lacrimogeni, guadagnavamo le scale, cercando prima di sospingere quei compagni che non riuscivano nemmeno a muoversi, probabilmente svenuti, sempre al buio, come ciechi. Dal bar di fronte e dal cinema Apollo, usciva gente incredula e ci guardava impietrita, non riuscivano nemmeno ad avvicinarsi, qualcuno vomitava alla vista della carne lacerata.

Io non sono né particolarmente coraggioso (direi tutt'altro), né smodatamente altruista. Eppure, mi pareva di essere illeso. Rendo omaggio ai servizi di Pronto Soccorso: le prime ambulanze arrivarono dopo una ventina di minuti. Ma eravamo troppi: dovette intervenire anche un'ambulanza dei pompieri. E non sapevano nemmeno dove portarci: nonostante tutto, non si era abituati a questo tipo di ferimenti, non era né lo scoppio di una bombola del gas, né un crollo strutturale. La strage di Bologna, ad opera degli stessi bravi ragazzi della Roma bene, sarebbe avvenuta solo un anno dopo.

Io aiutavo a caricare i feriti, sentendomi perfettamente in forma, a parte l'umido nella scarpa sinistra. Fu solo quando stava per partire l'ambulanza dei pompieri che Roberto, il segretario del circolo FGCI, mi intimò di non fare il coglione e di andare anch'io; al mio rifiuto stupito, mi fece notare che ero ferito. Pensavo che il sangue in testa fosse di Luciana, ed era vero, e pensavo fosse di qualcun altro il sangue sulla camicia, sui pantaloni e nella scarpa. Mi erano entrate in corpo sette schegge, solo allora ricordai la sensazione di quei frammenti che penetravano nel corpo quando ero in terra. Due in petto, un frammento di filamento nello stomaco, un'altra nella mano, una nella gamba destra e due in quella sinistra, ed una di queste aveva leso l'osso, per questo il sangue aveva riempito la mia Clark rigorosamente falsa imitazione. Una scheggia si era fusa sul bacino, un'altra, la più grossa, si era spiaccicata sull'accendino Zippo che mi aveva regalato il marito di mia madre a Mosca, padre di mia sorella, che avevo nel taschino della camicia, esattamente sul cuore. Poi dicono che fumare fa male. Tutto questo lo scoprii molti giorni dopo.

Entrai nell'ambulanza, eravamo stipati in cinque. Ci portarono all'ospedale San Giovanni, lo stesso dove molti anni prima mio nonno aveva portato a piedi sulle spalle mio zio Ezio, che stava soffocando per un osso in gola, e che uscì proprio grazie a quegli scossoni, lo stesso dove molti anni dopo andò mio padre, sempre a piedi, quando ebbe un infarto.

Quando aprirono lo sportello dell'ambulanza, ne uscì un rivolo di sangue mischiato di cinque persone. Sorreggendoci l'un con l'altro, ci mettemmo in fila, poiché le strutture del Pronto Soccorso non erano sufficienti per tutti, nonostante che parte di noi fosse stata smistata al Policlinico Gemelli. Le altre persone, casualmente presenti per altri malanni, continuavano a chiederci della bombola del gas. Quasi non ci credeva nessuno.

Per prima cosa, trovai un telefono pubblico e chiamai mio padre: pochi istanti dopo, fu la prima notizia del telegiornale delle 20. Cercai di essere lucido e preciso. Dissi, più o meno, di ascoltarmi attentamente e di non perdere tempo in inutili commenti, "perché tanto non ci poteva fare nulla e tutto quel che avrebbe potuto accadere era già successo", che io comunque stavo bene, che non sapevo fra quanto sarei tornato e che poi gli avrei spiegato.

Ero tra i meno gravi: Angelo, per esempio, aveva una pallottola nel gomito, sembrava dovessero amputargli il braccio, che poi per fortuna gli salvarono. La pallottola era nel gomito perché in quel momento stava sbadigliando e si stava stiracchiando, altrimenti sarebbe finita in testa. Continuavo in automatico a "dirigere il traffico", regolando l'ingresso dei feriti dal dottore. Anche lì, come in ambulanza, entrai per ultimo. Forse per il solito pressappochismo italiano, forse perché ormai i più gravi li avevano curati, mi spremettero i fori dove erano penetrate le schegge in petto e dissero che queste ultime erano uscite da se. In effetti, qualcosa era uscito, ma, come risultò dopo qualche giorno, quando il dolore continuava ad aumentare, si trattava di ciccettini di carne. Le schegge, minuscole, sono tuttora al loro posto, a distanza di quasi trent'anni.

Uscito nuovamente nella sala d'aspetto, ebbi l'unico momento di crollo psicologico: mi sedetti e singhiozzai senza lacrime. Dieci minuti dopo tornai in sezione, dove si stava già formando il corteo, un fiume di gente, nonostante l'improvvisazione e l'ora tarda, in prima fila noi feriti sporchi di sangue. Tra le prime "autorità" accorse, Maurizio Ferrara, capo della Resistenza romana, il sindaco Giulio Carlo Argan e Pietro Ingrao. Attraverso il ponte di S.Bibiana, ci dirigemmo verso il quartiere popolare di San Lorenzo, teatro del bombardamento del 19 luglio 1943.

A notte inoltrata, tornai a casa. Mio padre e sua moglie mi aspettavano, ovviamente. Una volta terminato il mio racconto, mio padre pensò bene di sdrammatizzare facendomi notare che la camicia, irrimediabilmente lacerata e lacera di sangue, era sua. L'aveva acquistata al mercatino di via Sannio, sotto casa, per ben 200 lire. Era una camicia con delle bruttissime pagode cinesi, magari appartenuta a qualche militare statunitense in Vietnam.

Il giorno dopo, tornammo in sezione per una diffusione straordinaria dell'Unità a S.Giovanni. Io, come mio solito, ci arrivai troppo presto, alle otto del mattino di domenica, col fatto che ero tra quelli che avevano le chiavi; non c'era ancora nessuno, solo Gloria, una compagna diciannovenne che il giorno prima non c'era. Per me, diciassettenne, era una "vecchia", ed infatti in quel lungo abbraccio tra le lacrime, in un silenzio tombale, percepii quasi qualcosa di materno. Il pavimento era ancora completamente intriso del sangue di 27 feriti. Una delle bombe SRCM era evidentemente difettosa: anziché disfarsi tutta in schegge, se n'era staccato un pezzo intero e si era conficcato nel muro. Per caso, lungo la sua traiettoria non era capitata nessuna delle 70 persone presenti, esattamente come per una serie fortuita di coincidenze non morì nessuno, cosa che costò un rimprovero da parte di Giusva Fioravanti, capo della squadraccia fascista, ai suoi. Quel Giusva che, da bambino, tutti ricordano nello sceneggiato della "Famiglia Benvenuti".

La seconda granata era caduta esattamente dove ero seduto prima di alzarmi pochi istanti prima per parlare dei portaceneri con Luciana. La mia sedia non fu mai più ritrovata, al suo posto nelle mattonelle campeggiava una buca di circa cinque centimetri di profondità.

Di lì a qualche giorno, sentendo che il dolore non diminuiva, andai da mio zio Enzo, chirurgo alla USL del Prenestino. Mi estrasse le due schegge nella gamba sinistra e quella nella gamba destra, ma disse che quelle in petto, nella mano ed il filamento nello stomaco ormai era più pericoloso estrarle che lasciarle al loro posto, e che entro poche settimane si sarebbero formate attorno delle capsule di tessuto cutaneo. E' così che ci convivo da allora, per la gioia dei metal detector aeroportuali e bancari quando sono tarati male.

Penso che molti, tra coloro che mi leggono, hanno presente quel tipico fenomeno di autocommiserazione che colpisce gli adolescenti. Ci si immagina brutti, storti, stupidi, fatti male, ci si convince della propria inutilità e di voler morire "perché tanto non se ne accorgerebbe nessuno". Tutte queste fesserie, che generalmente spariscono man mano con l'età, in me si sono volatilizzate nel giro di una mezzora la sera del 16 giugno 1979. Tuttora, ogni qualvolta mi scontro con qualche avversità della vita (ed è successo varie volte, non per cose futili), non mi deprimo mai: m'incazzo, perché "la depressione è un lusso da ricchi, ed io sono nato povero".

A fine mese, partii per Mosca, dove ogni anno andavo per le vacanze estive da mia madre. Bisogna ricordare che all'epoca non esisteva la teleselezione internazionale, né tantomeno i telefoni cellulari. Con mio padre avevamo stabilito di non dirle nulla, meglio che glielo avessi detto di persona. Così fu, nel tassì che ci portava in città dall'aeroporto. Il tassista aveva timore persino di voltarsi, tanto suonava incredibile il mio racconto per un sovietico degli anni '70. Mia madre ascoltò tutta la storia in silenzio, senza mai guardarmi, la ricordo in quell'occasione rigorosamente di profilo. Ella non aveva mai approvato il mio coinvolgimento politico, per cui, al termine, il suo unico commento fu: ecco cosa succede, a far politica. Naturalmente, non ho mai smesso.

Il marito di mia madre era uno psichiatra. Venuto a conoscenza dell'accaduto, chiese per me un appuntamento all'ospedale militare degli invalidi di guerra. Sempre contestualizzando, bisogna rendersi conto che i ventenni della seconda guerra mondiale erano all'epoca poco più che cinquantenni. Gli invalidi erano tantissimi, feriti e mutilati. Ne ricordo molti per le strade di Mosca, deambulare senza gambe, quasi tagliati a metà, su tavolette di compensato con cuscinetti a sfera e delle spazzole alle mani fissate con delle cinghie di pelle. Ecco perché la dottoressa che mi fece le lastre per stabilire una volta per tutte la quantità delle schegge rimaste e la loro dislocazione, era espertissima. Tuttavia, non capiva come mai questo minorenne dal cognome italiano parlasse come un russo, e soprattutto non capiva dove mai egli avesse potuto infognarsi in un ginepraio simile. Al termine della visita mi fece accomodare nel suo studio e mi intimò: "adesso spiegami". Le raccontai questa storia, mostrandole le schegge estratte avvolte in un brandello di garza col sangue rappreso. L'espressione dei suoi occhi era simile a quella del tassista, come se fossi giunto lì dal passato remoto attraverso una macchina del tempo. Confermò quanto detto da mio zio: ormai, era meglio lasciare tutto com'era. Mi mostrò le lastre di un loro paziente ambulatoriale, che veniva ogni sei mesi per delle visite di controllo. Durante un contrattacco tedesco, questi fu ferito da una pallottola nella schiena. In trent'anni, senza ledere alcun organo vitale, la pallottola aveva attraversato il suo stomaco, attestandosi in prossimità dell'ombelico. Sulle lastre, quel canale scavato e la pallottola stessa parevano disegnati da un fumettista.

Da allora, non sopporto né botti né siringhe, per le quali svengo persino se si tratta di un'antitetanica. Indipendentemente dai miei principi morali, come tossicodipendente non farei carriera.

L'ultimo strascico di questa brutta avventura risale al 1985. Avevo 23 anni, ero stato richiamato alle armi, svolgevo il servizio militare ad Ascoli Piceno in una caserma notoriamente "di destra", piena di raccomandati locali. A loro dispiacque molto dovermi concedere una licenza quando ricevetti l'ingiunzione di presentarmi come parte lesa al processo contro i NAR presso il carcere di Rebibbia a Roma, ma dovettero ubbidire.

Rividi quasi tutti i miei compagni di allora, ed anche molti altri. Soprattutto, mi rimase impresso un ragazzo zoppo, ferito assieme ad Ivo Zini, ammazzato mentre, davanti alla bacheca dell'Unità della sezione PCI Alberone, in via Appia Nuova, leggevano a quale cinema andare quella sera del 28 settembre 1978.

Anche lì, era impressionante la sensazione di "catena di montaggio", sia nella maniacale perquisizione all'ingresso, sia nello sfilare a fianco delle gabbie dopo la deposizione in aula di fronte al giudice. Erano tutti in una gabbia, tranne Alessandro Alibrandi (nel frattempo morto durante un tentativo di rapina in una gioielleria), Giusva Fioravanti e Francesca Mambro, che erano in una gabbia a parte a farsi fotografare dai paparazzi in effusioni più che esplicite, e Cristiano Fioravanti, credo uno dei primi pentiti, isolato in una gabbia tutta sua.

Mentre passavo, lo confesso, provavo un sentimento credo del tutto umano di rivalsa. Quando passai davanti a quella di Cristiano Fioravanti, ci fu qualcosa di magnetico, o almeno io lo ricordo in questo modo. Egli è, se non sbaglio, mio coetaneo. Era come se per qualche minuto durato pochi secondi ci fossimo parlati con gli occhi. In brevis, quel che percepii fu uno sguardo di angoscia e di stanchezza. Sembrava dire: "potevi morire, ma fatto sta che sei vivo. Io, invece, da qui non uscirò mai più".

Valeva la pena? No, certo. A lui non sarà mai possibile vivere tutte le gioie, le angosce, gli innamoramenti, le sofferenze, le sbronze, le serate con la chitarra che ho poi vissuto io. Lo so: anche i tanti ragazzi che hanno ammazzato avrebbero voluto vivere, fare figli, accudire i nipoti, ed invece quel filo di continuità venne reciso proprio dalle aberranti azioni di questi fascisti in erba. Ma quando uscii da Rebibbia, avevo una sensazione amara. Non sono per il perdono, non sono cristiano, sono ateo convinto. Non ho provato compassione, ma sicuramente tristezza. Una tristezza con cui continuo a convivere.

[Pubblicato in "Slavia" N°2 2009]

mercoledì 1 aprile 1981

L'esperimento

di Rimma Kazakova

– Andreev Arkadij, felice di fare la sua conoscenza! Sono in missione qui da lei per l'esperimento.

– Quale? – si informò Mar'jana pacatamente, ma con durezza.

– Mar'jana, lei ha il polso del comandante!… Però non le posso rispondere.

– Ben detto, ma incomprensibile.

Andreev sorrise fascinosamente.

– Mi creda!

– Le credo.

– Mi darà il denaro?

– No.

Andreev scoppiò a ridere.

– Si diverte?

– Molto!

– Se non sbaglio, ci siamo presentati…

– Mi manda via?

– Posso offrirle del tè.

Mescolando lo zucchero con il cucchiaino, Arkadij disse pensoso:

– Mi piace la sua città. Peccato che sia costretto a partire subito dopo l'esperimento.

Mar'jana rimase cortesemente in silenzio.

– La riorganizzazione dell'istituto termina tra una settimana. Come vede, ho solo una settimana…

– So contare.

– Mi darà il denaro?

– No. E neanche il permesso.

– Quanti anni ha?

– Ventidue. Da due dirigo il laboratorio. Vuole ancora del tè?

– Mar'jana, – disse lui seriamente e con semplicità. – Tenterò di essere sincero. La questione non sta nella riorganizzazione dell'istituto. Ho escogitato una cosa interessantissima. Voglio fare un regalo al capo. Il vecchio ne sarà maledettamente contento! Mi…

Mar'jana tirò a sé bruscamente il cassetto della scrivania e gettò sul tavolo le istruzioni.

– Sono libretti avvincenti. Li ha letti?

Arkadij si spense in viso, divenne scuro.

– La prego di scusarmi. Al settimo reparto i ragazzi stanno svolgendo il mio tema, vado un po' a vedere…

– Anche lei mi scusi per una certa scortesia da parte mia. Me ne dispiace sinceramente.

La nuca di lui era robusta, i capelli erano chiari. La porta si richiuse silenziosamente dietro di lui.

Quella notte Arkadij apparve in sogno a Mar'jana. Durante tutto il sogno come l'ombra di una nave lungo un fiume - vide solo il suo volto triste, appena noto: gli occhi grigi dai riflessi azzurri, le labbra dure, i capelli chiari e un po' rigidi, il sorriso di una stella del cinema. Anzi, dapprima fu come se lui non ci fosse, quasi soltanto la percezione di qualcosa di caro, ma somigliante a lui. E anche una certa irritazione per questo. In Mar'jana Arkadij suscitava contemporaneamente simpatia ed ostilità. Ciò che la indisponeva era il suo evidente desiderio di accattivarsi le simpatie di Mar'jana per un esperimento a lei sconosciuto.

Il sogno fluttuava, vibrava come l'acqua increspata, il viso di Arkadij le si mostrava prima allungato, deformato, sgradevole, poi calmo ed attento.

Arrivata in laboratorio, Mar'jana per prima cosa chiamò Arkadij.

– Ieri non l'ho compresa molto bene. Qual è il problema? Perché non presenta un rapporto? Era forse uno scherzo?

– No, non scherzavo.

– Ma come? Come le può venire in mente! Lo sa cosa mi sta proponendo?

– Lo so.

– In tal caso, che vuole?

– Che lei non rispetti le istruzioni.

– Mi ascolti, Andreev. Non è una questione formale, cerchi di comprenderlo. Non desidero assolutamente che lei mi prenda per una burocrate senza cuore. La smetta di piantare grane, lei è uno scienziato, non una signorina innamorata. Eccole il formulario, prenda il dettafono, componga. Poi vedremo...

– Eh, già, così stasera Lipjagin saprà tutto fino alla minima formuletta! La ringrazio.

– Se è lecito, come lo saprà?

– Non lo so! Passerà attraverso i muri. Il mio capo è un genio. Gli basterà un'allusione. Mi ha lasciato andare per cambiare aria, frequentare gente della mia età. Come lei sa, da noi quelli sotto i cinquant'anni sono una rarità…

– Arkadij, il permesso per l'esperimento non lo do. E' un punto fermo!

– Io speravo di rimuovere proprio questo punto. Invece il punto, questa insignificante nullità, è più pesante di una lastra tombale.

– Non torniamo più sull'argomento. A me la sua dedizione al capo piace, e poi nella sua stramberia c'è qualcosa… Ma dopo la catastrofe di Karaj…

– Certo, certo… Che fare? Va bene così.

– Come vanno i ragazzi del settimo reparto?

– Una delizia. Sono ingenui e dotati, come antichi Dei greci.

– Starò via fino a questa sera, – disse Mar'jana, salendo sulla piattaforma rotonda dell'ascensore. – Le auguro una buona giornata.

E schiacciò il bottone.

Quella notte Arkadij le apparve nuovamente in sogno. Camminavano insieme, in un prato di margherite. Arkadij strappava i petali e borbottava qualcosa. "Cosa sta dicendo?" "E' una vecchia filastrocca, me la insegnò la nonna". "Sentiamo, sentiamo…" "M'ama, non m'ama, mi scaccia, mi bacia, mi stringe al cuore, mi manda al diavolo…". "Stupendo! Come dice? M'ama, non m'ama…".

Tutto intorno era silenzio e calore, le margherite emanavano un profumo delicato, come il polline sulle ali di una farfalla. Si misero a sedere sulla terra morbida e calda. Arkadij improvvisamente gettò via il fiore. "Mar'jana, vorrei parlare seriamente con lei della cosa più importante. Cerchi di capirmi. D'accordo, la catastrofe di Karaj… Non penserà mica che l'umanità sia garantita per sempre dalle vittime? Certo, sarebbe meglio che non ci fossero, nessuno lo nega! Ma noi continuiamo a muoverci sul limite estremo, ci intrufoliamo in tali sacrari della natura che non può esserci nessuna garanzia per la nostra sicurezza…". Il suo viso era simpatico, sincero, le parole, mute nel sogno, non risuonavano, ma penetravano in lei così, come il sole entra nella pelle, e insieme ad esse sorgevano la compassione ed una inspiegabile felicità. "E poi, quelle istruzioni... Sono due secoli che ripetiamo che l'umanità risponde per il singolo, ed il singolo per l'umanità. In questo senso non vi è differenza tra me ed il Consiglio scientifico. E allora perché non posso io stesso decidere il destino dell'esperimento? Da dove viene tanta diffidenza? Se fossi stato un artigiano analfabeta, non mi avrebbero rilasciato il diploma. Mentre così… Le ho mentito sul capo. Il capo ci nasconde, con molta cultura e talento, la sua aspirazione ad elevarsi come una cima irraggiungibile, il nostro coraggio lo spaventa, e in questo le istruzioni sono dalla sua parte…". Mar'jana ascoltava sfogliando i petali e le sue parole giungevano confuse e scandite come il pulsare del sangue: "M'ama, non m'ama, m'ama, non m'ama...".

"Mar'jana, lei che ne pensa? Lei è brava, i ragazzi la adorano, ma il senso della sua esistenza non può consistere solo nel tè e nelle direttive. Che cosa dipende da lei?…". "M'ama, non m'ama, m'ama, non m'ama… E poi?… Mi scaccia… mi bacia…". "Anche lei è schiava delle istruzioni, schiava del Consiglio e di altri due Consigli. Tra lei e l'umanità ci sono tre Consigli, e questo viene reputato saggio, una tale censura del pensiero, dell'anima!…". "Mi stringe il cuore, mi manda al diavolo… mi chiama sua… Che buffo ragazzo, un bimbo terribilmente buffo. E a chi le dice, queste cose? Come se io la pensassi diversamente. Aiutarlo… Solo che non sono ancora pronta. Non tutto è chiaro. Certo, i Consigli sono pieni di vecchi imbecilli. Ma i giovani stravaganti senza sorveglianza… Come me… Non siamo poi tanto stravaganti… No, non posso. La questione è troppo seria. C'è qualche impedimento. Forse non siamo ancora maturi a tal punto…".

"Non siamo ancora maturati a tal punto? Che idiozia! La catastrofe di Karaj è avvenuta dopo che tutti i piani erano stati approvati e verificati tre volte. Le deduzioni logiche dagli eventi naturali…". La prese per mano, e lei non la ritirò. "Mar'jana! Come desideravo che lei mi comprendesse! Sono convinto che sarà d'accordo con me! Mi permetta di realizzare l'esperimento. Mi conosce abbastanza per farlo. Quanto al rischio… Certo, è un rischio! Le posso solo dire che non è pericoloso per la vita. Se tutto andrà bene…".

"E se invece non andasse bene?". "Andrà bene! E poi non è questa la questione. Se non ci riuscirò io, ci riusciranno altri. Quello che conta è il principio. Al diavolo la routine! Mar'jana, mi dica che è d'accordo. Allora, Mar'jana!…".

Quando si svegliò, la stupì solo una cosa: non aveva mai sentito prima quel "m'ama, non m'ama…".

Quel mercoledì Mar'jana lo passò in missione tra le montagne. Faticò molto, si coricò tardi, e quella notte non sognò nulla.

Il giorno dopo c'era la riunione del settimo reparto. Mar'jana salutò tutti con un inchino generale, ma si rallegrò vedendo Arkadij vicino alla "camera del vuoto". Lui le voltava le spalle e diceva qualcosa al montatore. La riunione finì presto e Mar'jana, tra i sibili dei montacarichi, gridò allegramente ad Arkadij:

– Allora, dirigo bene? Li ho mandati via tutti. I ragazzi del settimo reparto sono andati in montagna per due giorni.

Arkadij, giocando con una catenina a cui era attaccata la chiave dell'automobile, accompagnò Mar'jana sino al suo studio.

– Va in città? – chiese Mar'jana.

– Sì, in città. Mi vuole fare compagnia?

– Vorrei molto, ma non posso. Tra mezz'ora parto in missione. Se si annoia troppo, si unisca pure a noi, ma non ne vale la pena, si tratta di una operazione di smontaggio… Sa una cosa, Arkadij?…

– Cosa? – chiese, tutto teso, avendo percepito qualcosa di nuovo nella sua voce.

– Le voglio dire che la nostra ultima conversazione mi ha un po'… Insomma, mi dispiace molto di non poterla aiutare…

– Mi dia via libera e non dovrà più dispiacersi.

– No, su questo siamo intesi, è escluso! Non lo posso fare. Anche se il cuore mi dice…

– E lei dia retta al cuore.

Mar'jana si turbò. Nello sguardo di lui c'erano affetto, franchezza e anche un po' di tristezza.

– Gli darò retta... dopo che lei avrà scritto un trattato su "La fisica e il cuore".

– Gli uomini non fanno altro da secoli…

– Va bene, è ora di lavorare.

Mar'jana saltò sul gradino della scala mobile, trovò col dito quel tasto che conosceva in ogni incavatura, ma improvvisamente, ricordandosi qualcosa, richiamò Arkadij. Questi ritornò lentamente.

– Senta, non conosce per caso questa vecchissima filastrocca: "M'ama, non m'ama…".

– "Mi scaccia, mi bacia, mi stringe al cuore…". Sì, la conosco, perché?

– No, niente, non riesco a togliermela dalla mente. L'ho sentita da qualche parte, ma dove non ricordo…

Mar'jana schiacciò il bottone.

Voleva sognare di nuovo. Si mise a letto aspettando il sogno, si convinse di doverlo vedere. E lo vide. Questa volta completamente muto, senza parole. Era come un film: Mar'jana vedeva distintamente tutto ciò che avveniva in sogno, ma nello stesso tempo capiva che era solo un sogno, creato dal suo stesso desiderio, e che, se proprio lo avesse voluto, il sogno avrebbe potuto interrompersi, o proseguire in qualche altro modo. Era suo, così come lo desiderava, e perciò molto bello, gradevole.

Mar'jana e Arkadij erano seduti su una panchina di fronte alle finestre del laboratorio, cadevano le foglie gialle d'autunno, c'era odore di foglie marcite e di terra umida. Le finestre erano celate dalle tende e dai rami degli alberi. Si stava facendo sera, il sole riscaldava debolmente, ma teneramente. Mar'jana sentiva con il palmo della mano destra il palmo fresco e duro di Arkadij. Tutto esultava in lei. Rimasero seduti così molto a lungo, poi lui abbracciò Mar'jana e la baciò con un bacio anch'esso lungo, infinitamente lungo. Le risultava difficile staccarsi da lui, aveva paura di staccarsi, perché sapeva, lo sentiva: il sogno sarebbe immediatamente terminato. Quanto durò? Un minuto? Un'ora? Una notte? Le foglie cadenti tremavano, l'aria calda fluttuava, le labbra calde tremavano anch'esse, strette con tenerezza e senza forza ad altre labbra.

Quando quel giorno Arkadij, dopo averle chiesto attraverso il videofono di riceverlo, entrò nello studio, Mar'jana lo accolse raggiante.

– Di buon umore?

– Ottimo.

– Io invece il contrario.

– Non importa, tra un po' cambierà…

– No… Domani parto.

– Lo vede, per l'esperimento comunque non c'è tempo.

– Ci sarebbe, se lei lo permettesse! Telefonerei all'istituto, otterrei, insomma… mi romperei una gamba, diamine! Inventerei qualcosa.

– E' veramente sicuro che l'esperimento non le comporta alcun rischio?

– Assolutamente.

– A parte il fatto che mi licenzieranno…

– Al diavolo il lavoro!… Cioè, scusi, volevo dire… Ma cos'è per lei questo pentolino meccanizzato? Partiamo per Tulavi, ho letto le sue referenze, lei è una realizzatrice, le occorrono i grandi spazi, le macchine…

– Arkadij, mi dia tempo per pensarci fino a domani.

– D'accordo!

– Non prometto nulla.

– Ci conto.

Si lasciarono, ma la sensazione di entusiasmo, di festa non passava.

Quella notte la loro discussione si ripeté con precisione perfetta. La differenza consistette unicamente nel fatto che lei diede il suo consenso. Quando Arkadij era già sul punto di dissolversi, Mar'jana lo tirò a sé per la mano e lo baciò per prima.

Venne sabato. Sbrigate le cose da fare prima delle dieci, Mar'jana schiacciò con decisione il pulsante del quadro delle comunicazioni interne e chiamò Arkadij. Le rispose un impiegato di turno: Arkadij non c'era, non s'era ancora fatto vedere, si stava preparando per la partenza. "Strano", pensò Mar'jana. L'impiegato, non sentendo alcuna risposta alla sua comunicazione, cominciò a lodare Arkadij:

– Che mente, avessimo noi un ragazzo così! Non si potrebbe convincerlo a rimanere? Almeno un mese…

Ma in quel momento suonò il campanello, Mar'jana annuì ed entrò Arkadij.

– Buongiorno. Le dico subito che sono d'accordo. A essere sincera, la pensavo così anch'io da molto tempo. Che vada tutto al diavolo, ha ragione lei! Quanto denaro le occorre?

– Mar'jana, – disse Arkadij adagiandosi con cautela e quasi con difficoltà in una poltrona, – la ringrazio di cuore, ma non mi occorre nulla. Sono venuto per congedarmi da lei.

– Come? E l'esperimento?

– Ha avuto luogo. Tutto a posto.

– In che modo?

– Vede… Ma non si arrabbi, la prego. Il nostro istituto sta controllando l'efficienza di un apparecchio per influire sull'uomo durante il sonno…

– Cosa?

– Non pensi a nulla di male! Il programma è stato elaborato ed approvato da tutti… – Arkadij sorrise amaramente – …da tutti e tre i Consigli, ed io ho agito seguendo scrupolosamente il programma. Il mio compito consisteva nel convincerla a dare il consenso per l'esperimento, contro le istruzioni… Ecco. Ed esattamente secondo i piani…

– Esattamente secondo i piani?

– Sì, è naturale. Pjatkin e Selko stavano al controllo. A proposito, la devo ringraziare a nome dell'Associazione per il suo enorme contributo alla scienza. Sulla sua salute, penso, non dovrebbe influire, ma a settembre lei e un altro gruppo di partecipanti all'esperimento – che è stato attuato contemporaneamente in sette punti-chiave – verrete invitati a Tulavi per il congresso. Se non erro, è il terzo lavoro che svolge per l'Associazione?

– Sì, – disse distrattamente Mar'jana, – il terzo. E' tutto molto interessante…

Non riusciva ancora a riprendersi.

– Le lascio la descrizione scientifica, e tra un paio di giorni le mando anche un tecnico e il materiale di informazione. Mar'jana, cara, mi creda, anche se è tutto legale e lei si rendeva conto a cosa andava incontro quando ha aderito all'Associazione, io mi sento un idiota! E' complicata ancora la nostra vita…

Mar'jana nel frattempo era rimasta assorta.

– Allora, Mar'jana? Dica qualcosa!

– Mi dica, Arkadij, era lei che mi sussurrava quel "m'ama, non m'ama"?

– Sì, e fui molto contento quando il segnale le arrivò. Altrimenti sarei rimasto fino alla fine della settimana nella completa ignoranza…

Mar'jana arrossì.

– Ma non pensi che l'abbia inventata io, la filastrocca. L'ha scovata il capo, la troverà nella descrizione… Però, è una cosa interessante: riesumata dai tempi oscuri della chiromanzia e delle credenze in chissà che cosa, ma interessante… Sappiamo ancora poco dell'essere umano.

Mar'jana finalmente si decise.

– Immagino che sarà molto stanco: non sono pratica di tecnologia, ma ogni notte…

– Ma no, quale ogni notte! Le sedute sono state in tutto tre.

– Lunedì, martedì e venerdì?

– Lo vede che l'esperimento è veramente riuscito!

– Sì, è riuscito… Ma lei ha ragione: oh, quanto sappiamo ancora poco dell'essere umano! Poco di più rispetto a chi diceva con le margherite in mano: "M'ama, non m'ama…". E ancora una domanda. Nel sogno lei mi ha inculcato la volontà di non rispettare le istruzioni. Ma, da quel che mi ricordo, di questo abbiamo parlato anche realmente?

– Io ho agito secondo il programma, il mio compito era esclusivamente quello dell'intensificazione. In altri settori l'esperimento è stato condotto un po' diversamente: in due casi, da quel che so, si è trattato di inculcare direttamente, senza un qualsiasi contatto immediato con il soggetto…

– E come si spiega una scelta tanto strana del tema?

– Il Consiglio-2 conosce il rapporto che lei ha fatto sul lavoro dei laboratori di categoria "B". Abbiamo, per così dire, spinto i suoi pensieri verso la conclusione finale, che lei non ardiva ancora trarre.

– E… a proposito delle istruzioni e dei tre Consigli in generale?

– Ma si figuri, Mar'jana! Tutto questo va bene per l'esperimento, – Arkadij si avvicinò confidenzialmente a Mar'jana attraverso il tavolo, – ma nella vita… Se lo immagina che baraonda, se si desse via libera ai laboratori?!

Vedendo che Mar'jana si era accigliata, Arkadij interpretò la cosa a modo suo.

– Mi pare che lei personalmente non rischi nulla. Le manderanno la risposta al suo rapporto, e tutto finirà lì. Non avrà noie di nessun genere! Lei è fidatissima, io lo posso confermare, e se non fosse stato per l'apparecchio… E poi anche l'Associazione la difenderebbe. Lei è indispensabile… E ora, purtroppo, mi devo congedare, sono atteso.

Arkadij si alzò e tese la mano a Mar'jana.

– Ma come…

– Che c'è?

– No, niente… Arrivederci a settembre. E' da molto tempo che non capito a Tulavi. Però anche qui da noi non è male, vero? Specialmente il giardino. E la panchina sotto la quercia, di fronte alle mie finestre…

– Nel giardino non mi è ancora capitato di andarci. Quindi, dovrò per forza tornare per sedermi sulla sua panchina… Mi scusi di nuovo e grazie!

– Bene. Allora le auguro un cielo sereno. Ancora una cosa. Durante tutto questo tempo ho avuto di lei un'opinione migliore di quella che ho adesso. Lo sappia. Mi sento persino un po' triste. Quel ragazzo che mandava al diavolo le istruzioni ed era persino pronto a rompersi una gamba… Quel ragazzo mi piaceva di più. Ecco cosa le volevo dire.

– Eh, Mar'jana, lei è una persona straordinaria, direi non moderna. Ma è meravigliosa!

Quando la porta sbatté dietro Arkadij, Mar'jana cominciò ad imprecare in modo decisamente moderno.

[Titolo originale: Eksperiment, in "Fantastika 1965", Moskva, pp. 147-155. Traduzione di Mark Bernardini, pubblicata in “Rassegna Sovietica”, N°2 1981]

martedì 10 febbraio 1981

Nei labirinti della natura

di V.A.Mezencev

Quella che segue è una breve introduzione e la prima pagina di un libro che a suo tempo suscitò un notevole interesse presso i lettori sovietici. Il volume, intitolato appunto “Nei labirinti della natura”, fu pubblicato in 65.000 copie. L’autore, noto scrittore e giornalista che contava al suo attivo più di cinquanta libri, era specializzato in opere di divulgazione scientifica.In questo libro Mezencev cercava, come era nel suo stile, in forma elementare e accessibile anche al lettore più sprovveduto, di fornire una risposta allo stesso quesito con cui termina il brano qui riprodotto: “Quando l’uomo ha fatto la sua apparizione sulla Terra? Quando e come è sorta la vita stessa?”.

Molti conoscono l’antica leggenda greca di Dedalo e Icaro, che per primi si innalzarono nel cielo. Ma pochi la conoscono per intero.

Dedalo era un illustre pittore, scultore ed architetto di Atene. La sua fama risuonava in tutto il mondo. Un nipote di Dedalo, Talo, studiava presso lo zio. Fin dall’infanzia egli stupì tutti per il suo talento. Gli fu predetta una fama ancora maggiore di quella di Dedalo, il quale decise di uccidere il nipote. Un giorno, mentre stavano insieme sull’Acropoli di Atene, sul ciglio di una rupe, Dedalo spinse Talo, che cadde e morì. Mentre l’assassino stava scavando la tomba, gli Ateniesi lo scoprirono. Il tribunale supremo dell’antica Atene condannò a morte Dedalo, ma egli fuggì nell’isola di Creta dal potente re Minosse, che accolse volentieri l’insigne pittore: il re sperava che Dedalo avrebbe creato per lui nuove opere sublimi. Ed effettivamente, egli costruì per Minosse un’opera straordinaria: il Labirinto. In questa costruzione – palazzo vi erano dei passaggi talmente intrecciati, che, una volta entrati, era impossibile uscirne. Il re di Creta vi fece alloggiare il suo figliastro, il Minotauro, un mostro dal corpo umano e la testa di toro.

Dedalo visse molti anni presso Minosse; il signore di Creta non voleva lasciarlo andare. Dedalo si stancò di essere prigioniero ed escogitò un mezzo per fuggire da Creta: “Se non posso salvarmi dal potere di Minosse né per terra, né per mare, rimane ancora il cielo!”. Egli modellò con piume di uccelli e cera quattro grandi ali, per sé ed il suo giovane figlio Icaro, al quale mostrò come si vola alla maniera degli uccelli.

– Sii prudente, figliolo, – lo avvertì il padre. – Non scendere in basso, vicino alla superficie del mare, perché gli schizzi dell’acqua potrebbero bagnare le ali, e non salire in alto, verso il sole, perché il calore potrebbe fondere la cera che tiene insieme le piume.

Levatisi in volo facilmente, i fuggiaschi sorvolarono le onde del ma re. Ma Icaro dimenticò gli avvertimenti: affascinato dal volo, si levò in alto nel cielo ed i caldi raggi del sole fusero la cera delle ali. Con grandi urla, egli cadde in mare e perì tra le onde.

Dedalo, sconvolto, proseguì il suo volo e raggiunse la Sicilia. In seguito fece ritorno ad Atene…

La continuazione di questa leggenda narra del Minotauro chiuso nel Labirinto. Il mostro pretendeva vittime umane. Su ordine del re di Creta, le vittime erano fornite all’isola dalle terre soggiogate. Così anche gli abitanti di Atene erano costretti a farlo. Ma Teseo, figlio del re di Atene, si levò in loro difesa. Egli decise di combattere con il Minotauro.

Quando, insieme con i giovani e le giovani condannati a morte, Teseo approdò a Creta, di lui si innamorò la figlia di Minosse, Arianna. Di nascosto dal padre, ella donò al suo amato una spada tagliente ed un gomitolo di filo, affinché potesse trovare l’uscita dal Labirinto. Legata all’entrata l’estremità del filo, Teseo affrontò con sicurezza i passaggi ingarbugliati del rifugio del Minotauro: in mano reggeva il gomitolo.

Il mostro si gettò con furore su Teseo. Ma il coraggioso Ateniese non tremò. Egli afferrò il Minotauro per il corno e trafisse il suo petto con la sua spada affilata. Per uscire dal Labirinto gli fu d’aiuto il gomitolo che gli aveva regalato Arianna.

Il filo di Arianna. Da tempo quest’espressione è divenuta sinonimo di guida sicura dell’uomo. Ed è proprio questa la funzione che la scienza svolge per tutti noi. Solo con il suo ausilio si può viaggiare con sicurezza e tranquillità nei complicatissimi labirinti della natura, cercare e trovare le giuste soluzioni ai suoi vari fenomeni, vedere le cause naturali dei fenomeni “miracolosi”, “inspiegabili”, “dell’al di là”, che da tanto tempo fungono per molta gente da “prove convincenti” dell’esistenza di forze sovrannaturali.

Compiamo anche noi un viaggio nei labirinti dell’universo, affidandoci al “filo di Arianna”: la scienza della natura viva.

Pagine di una grande storia

Il mondo degli esseri viventi cela molti interrogativi, grandi e piccoli. Studiando questo mondo, gli scienziati ancor oggi scoprono delle novità sui suoi abitanti.

Sembra che non ci sia fine alla varietà della vita. Più di un milione e mezzo di specie di animali popolano la terra. Circa 500.000 specie diverse di piante sono attualmente conosciute dagli scienziati. Come sono sorte? La natura viva della Terra è sempre stata così come la vediamo oggi? In fondo, la storia del nostro pianeta conta ormai qualche miliardo d’anni.

L’era geologica antica, quella arcaica, durò più di un miliardo e mezzo d’anni, quando sulla Terra già esistevano degli organismi viventi molto elementari. Circa 1.300 milioni d’anni durò l’era successiva, la proterozoica, che diede vita alle spugne ed agli euripteroidi, alle alghe e ai radiolari. 340 milioni d’anni durò il paleozoico, epoca di fioritura della natura vivente. Poi vi fu l’era mesozoica (150 milioni d’anni), e noi viviamo nell’era cenozoica, che dura già da 70 milioni d’anni.

Quando, dunque, l’uomo ha fatto la sua apparizione sulla Terra? Quando e come è sorta la vita stessa?

[Da V. Mezencev, V labirintach živoj prirody, pp. 6-10. Traduzione di Mark Bernardini, pubblicata in “Rassegna Sovietica”, N°1 1981]